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The Aristocrats: il trio strumentale che ha rivoluzionato il Guitar Shred con ironia e virtuosismo

The Aristocrats

The Aristocrats nascono nel 2011 in modo quasi casuale, da quello che doveva essere una semplice jam session tra amici.

Tre virtuosi della chitarra e dei rispettivi strumenti si incontrano e scoprono una chimica musicale talmente esplosiva da rendere inevitabile la nascita di un progetto comune: The Aristocrats. Non un supergruppo pomposo e autocelebrativo, ma una band di musicisti che vogliono semplicemente suonare insieme per il puro piacere di farlo.

I tre protagonisti sono Guthrie Govan (chitarra), considerato unanimemente uno dei chitarristi più tecnici e versatili al mondo, Bryan Beller (basso), session man di lusso con un curriculum che include collaborazioni con Joe Satriani, Steve Vai e Dethklok, e Marco Minnemann (batteria), poliedrico batterista tedesco già membro di band come Steven Wilson Band e, successivamente, The Mute Gods.

Il nome della band merita una spiegazione particolare

The Aristocrats” è il titolo di una famigerata barzelletta del mondo della stand-up comedy americana, nota per essere volutamente volgare, offensiva e personalizzabile all’infinito. La barzelletta è diventata leggendaria tra i comici proprio perché non ha una versione “ufficiale“: ogni comico la reinterpreta a modo suo, spesso in modo sempre più oltraggioso. Scegliendo questo nome, la band segnala immediatamente il proprio approccio: virtuosismo assoluto ma senza prendersi troppo sul serio, tecnica suprema unita a un senso dell’umorismo irriverente e autoironico.

Fusion strumentale senza confini

Definire lo stile musicale degli Aristocrats è un’impresa complessa, proprio come lo è per molte band strumentali contemporanee di alto livello tecnico. Il loro suono si colloca nell’ambito del rock fusion strumentale, ma con incursioni in territori estremamente diversificati:

  • Jazz fusion alla Weather Report e Mahavishnu Orchestra
  • Progressive rock e progressive metal
  • Blues e blues rock tradizionale
  • Funk e groove music
  • Rock psichedelico e space rock
  • Country e bluegrass (con arrangiamenti virtuosistici)
  • Musica etnica di varie tradizioni

Ciò che distingue gli Aristocrats da molte altre band strumentali è l’equilibrio perfetto tra complessità tecnica e accessibilità melodica. Nonostante i tre musicisti siano capaci di virtuosismi mozzafiato, la musica non scade mai nell’esibizionismo fine a se stesso. Ogni nota sembra avere un senso, ogni assolo racconta una storia, e l’interplay tra i tre strumenti è di una precisione chirurgica.

La loro musica è caratterizzata da groove irresistibili, melodie memorabili, cambi di tempo signature complessi (spesso in 7/8, 11/8 o metriche ancora più inusuali) e un senso dell’umorismo che traspare sia nei titoli dei brani che nelle performance dal vivo.

I protagonisti sono tre musicisti straordinari

Guthrie Govan

Chitarrista britannico nato nel 1971, Govan è ampiamente considerato uno dei migliori chitarristi viventi. La sua tecnica è semplicemente sbalorditiva: dal legato fluido al tapping, dallo sweep picking alle tecniche blues tradizionali, Govan padroneggia ogni stile con una facilità disarmante. Ma ciò che lo distingue davvero è il suo gusto musicale raffinato e la capacità di far cantare la chitarra in qualsiasi contesto.

Prima degli Aristocrats, Govan era già una leggenda nell’ambiente dei chitarristi, avendo vinto per tre anni consecutivi il titolo di “Guitarist of the Year” sulla rivista Guitarist Magazine. Ha anche insegnato alla Guitar Institute di Londra ed è stato membro della band Asia e chitarrista touring per Steven Wilson.

Bryan Beller

Bassista californiano nato nel 1971, Beller è uno dei session man più richiesti della scena rock e metal progressivo americana. Il suo approccio al basso è fortemente melodico ma tecnicamente impeccabile, con un groove solido che ancora la band senza mai essere invadente.

Oltre alle collaborazioni con Joe Satriani (con cui ha suonato per oltre un decennio) e Steve Vai, Beller è noto per il suo lavoro con la comedy metal band Dethklok e per i suoi album solisti. È anche uno scrittore prolifico, con diversi libri pubblicati sulla tecnica del basso e sulla vita da musicista professionista.

Marco Minnemann

Batterista tedesco nato nel 1970, Minnemann è considerato uno dei percussionisti più tecnici e creativi della sua generazione. La sua capacità di eseguire poliritmie complesse, passare da un genere all’altro con fluidità e mantenere groove solidi anche nelle situazioni più complesse lo rende il batterista perfetto per un progetto ambizioso come The Aristocrats.

Il suo curriculum include collaborazioni con artisti del calibro di Steven Wilson, The Mute Gods, Joe Satriani, Adrian Belew e decine di altri. È anche compositore, cantante e multi-strumentista, avendo pubblicato numerosi album solisti di musica progressiva.

Il debutto: “The Aristocrats” (2011)

L’album di debutto omonimo esce nel settembre 2011 e rappresenta un’immediata dichiarazione d’intenti. Registrato in soli quattro giorni (più tre di mixaggio), il disco cattura l’energia spontanea e la chimica naturale dei tre musicisti. Brani come “Bad Asteroid“, “Blues Fuckers” (il cui titolo riflette l’umorismo irriverente della band), “Sweaty Knockers” e “Furtive Jack” mostrano la gamma stilistica del trio: dal blues più sporco al fusion sofisticato, dal rock potente alle atmosfere quasi ambient.

La critica specializzata reagisce con entusiasmo. Non è comune trovare musica strumentale così tecnicamente complessa ma allo stesso tempo così divertente e accessibile. L’album vende sorprendentemente bene per un debutto strumentale e la band inizia immediatamente a pianificare tour internazionali.

“Culture Clash” (2013)

Il secondo album, “Culture Clash”, esce nel luglio 2013 e consolida la reputazione della band. Il disco mostra una maggiore maturità compositiva e un’identità sonora ancora più definita. I tre musicisti hanno ora imparato a conoscersi profondamente e l’interplay raggiunge vette ancora più elevate.

Brani come “Culture Clash“, “Ohhhh Nooo“, “Get It Like That” e “Louisville Stomp” diventano classici del repertorio dal vivo della band. Il disco bilancia perfettamente momenti di virtuosismo esplosivo con sezioni più meditative e melodiche.

Il tour mondiale che segue l’uscita dell’album cementa la reputazione degli Aristocrats come una delle live band più impressionanti della scena strumentale. Le loro performance sono caratterizzate da improvvisazioni estese, interazioni scherzose con il pubblico e una spontaneità che rende ogni concerto un’esperienza unica.

“Tres Caballeros” (2015)

Il terzo album in studio, “Tres Caballeros” (I Tre Gentiluomini, in spagnolo), esce nell’estate del 2015 e rappresenta un ulteriore passo avanti nell’evoluzione della band. Il disco è più coeso e cinematografico dei precedenti, con brani che mostrano una maggiore attenzione agli arrangiamenti e alle dinamiche.

Smuggler’s Corridor“, “ZZ Top“, “The Kentucky Meat Shower” (titolo ispirato a un bizzarro evento meteorologico realmente accaduto nel 1876) e “Texas Crazypants” sono tra i brani più memorabili. Il disco dimostra che, nonostante la formula di base rimanga la stessa (chitarra-basso-batteria strumentale), la band è capace di rinnovarsi costantemente attraverso l’esplorazione di nuovi territori sonori.

“You Know What…?” (2019)

Dopo quattro anni di silenzio discografico (durante i quali i tre membri sono stati impegnati in numerosi progetti paralleli), gli Aristocrats tornano nel giugno 2019 con “You Know What…?”, il loro quarto album in studio.

Il disco è probabilmente il più sofisticato e maturo della loro carriera. Brani come “D Grade Fuck Movie Jam“, “All Said and Done“, “Spanish Eddie” e “When We All Come Together” mostrano una band completamente a proprio agio con la propria identità, capace di spaziare dal rock più diretto al fusion più cerebrale senza perdere mai il filo conduttore della melodia e del groove.

La produzione è impeccabile e il suono della band raggiunge una chiarezza e una potenza mai viste prima. Ogni strumento è perfettamente bilanciato nel mix, permettendo agli ascoltatori di apprezzare ogni sfumatura delle performance.

Una caratteristica distintiva della discografia degli Aristocrats è l’importanza data agli album dal vivo

La band ha pubblicato numerosi dischi live, consapevole che la loro musica raggiunge l’apice in un contesto concertistico:

  • “Boing, We’ll Do It Live!” (2012) – Primo album dal vivo, registrato in Giappone
  • “Culture Clash Live!” (2015) – Doppio album dal vivo
  • “Secret Show: Live in Osaka” (2015) – Registrato in un club intimo in Giappone
  • “Freeze! Live in Europe” (2021) – Doppio album che cattura la band durante il tour europeo del 2019

Questi album non sono semplici riproduzioni delle versioni da studio: ogni brano viene reinterpretato, esteso attraverso improvvisazioni e arricchito dall’energia del pubblico. Gli Aristocrats sono noti per le loro straordinarie capacità improvvisative e per l’abilità di comunicare musicalmente in tempo reale, rispondendo istintivamente agli input degli altri membri della band.

Il progetto “Freeze!”

Un momento particolarmente interessante nella storia della band arriva durante la pandemia di COVID-19. Impossibilitati a riunirsi fisicamente, i tre musicisti decidono di sfruttare la tecnologia moderna per continuare a creare musica insieme.

Nasce così il progetto “Freeze!”, una serie di composizioni create attraverso un metodo innovativo: ogni musicista registra la propria parte separatamente, senza ascoltare cosa hanno fatto gli altri, seguendo solo un “canovaccio” minimo (una struttura di accordi e una metrica). Il risultato è una musica imprevedibile, piena di “incidenti felici” e momenti di sincronizzazione apparentemente impossibile.

Questo esperimento non solo dimostra l’incredibile affiatamento musicale dei tre, ma produce anche alcune delle loro composizioni più interessanti e sperimentali. L’esperimento porta a sessioni live-streaming improvvisate e successivamente all’album “Freeze! Live in Europe“.

L’attività dal vivo è un’esperienza davvero immersiva

Gli Aristocrats sono principalmente una live band. Nonostante la complessità tecnica della loro musica, le loro performance sono tutto fuorché fredde o accademiche. I concerti sono caratterizzati da:

  • Improvvisazioni estese che rendono ogni show unico
  • Interazione scherzosa tra i membri della band e con il pubblico
  • Aneddoti e storie raccontate tra un brano e l’altro
  • Versioni completamente reinventate dei brani da studio
  • Un’energia contagiosa che coinvolge anche chi non è familiare con la musica strumentale

La band ha costruito un seguito fedele e appassionato in tutto il mondo, particolarmente forte in Giappone, Europa e Stati Uniti. I loro concerti si esauriscono regolarmente settimane prima della data dello show, e i fan più affezionati seguono la band in più date dello stesso tour per assistere alle diverse improvvisazioni.

Gli Aristocrats hanno contribuito significativamente a rivitalizzare l’interesse per la musica strumentale rock e fusion in un’epoca dominata dalla musica pop e hip-hop

Gli Aristocrats anno dimostrato che è possibile creare musica tecnicamente complessa che sia allo stesso tempo divertente, accessibile e commercialmente sostenibile (senza bisogno di major label). Il loro approccio ha ispirato una nuova generazione di musicisti a formare band strumentali, contribuendo a quella che alcuni critici hanno chiamato una “rinascita del fusion” negli anni 2010. Band come Polyphia, Intervals, Plini e molte altre hanno beneficiato del terreno preparato dagli Aristocrats.

Inoltre, la band ha dimostrato che il modello del “supergruppo” può funzionare senza ego smisurati e conflitti interni. I tre membri trattano il progetto con uguale rispetto e importanza, nonostante abbiano tutti carriere soliste e collaborazioni di alto profilo. Questo equilibrio è parte integrante del successo della band.

Nel 2023-2024, gli Aristocrats hanno ripreso l’attività touring dopo le limitazioni imposte dalla pandemia

I concerti hanno dimostrato che la band non ha perso nulla della sua potenza e precisione, anzi, i tre musicisti sembrano più affiatati che mai. Rumors su un quinto album in studio circolano nella comunità dei fan, anche se la band non ha confermato ufficialmente nulla. Conoscendo il loro modus operandi, è probabile che quando sentiranno il momento giusto, si riuniranno in studio per creare nuova musica.

Nel frattempo, il catalogo esistente continua a guadagnare nuovi fan attraverso piattaforme streaming e il passaparola. La longevità della band (oltre un decennio di attività) in un genere di nicchia come la musica strumentale è di per sé un risultato notevole. La loro storia è quella di tre giganti della musica che hanno deciso di unire le forze non per ego o ambizione commerciale, ma per il puro piacere di suonare insieme. Il risultato è una delle band strumentali più importanti e influenti degli ultimi quindici anni.

— Onda Musicale

Tags: Steve Vai, Jazz, Blues, Fusion, Joe Satriani, the mute gods
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