Frequento il Reform Club da 39 anni e ancora oggi, ogni tanto, mi confondo. Nella Coffee Room non servono caffè. Nella Smoking Room, di sopra, non si può fumare. La Morning Room si riempie di sera.
E questa, la Strangers Room, la stanza degli stranieri, è riservata al pranzo dei soci. Thatcheray, che qui ha scritto parti di «Vanity Fair», si sarebbe divertito. John Lennon un po’ meno. Lui era di Liverpool. Parlarane qui al Reform Club è come raccontare Totò dentro l’Arena di Verona.
Ma John Lennon non poteva restare fuori dai nostri Grandi Inglesi
Venne ucciso con quattro colpi di pistola alle spalle davanti al Dakota Building, nell’Upper West Side di Manhattan, lunedì 8 dicembre 1980. Il suo assassino, Mark David Chapman, ne aveva venticinque. Nato in Texas, cresciuto in Georgia, lavorava come guardia alle Hawaii. Soffriva di disturbi psichiatrici, era ossessionato dai Beatles, da John Lennon e dal romanzo Il giovane Holden di J.D. Salinger. Dopo aver sparato, s’è messo a leggerlo, aspettando l’arrivo della polizia.
“Dopo l’omicidio, il suo assassino si mise a leggere
“Il giovane Holden” in attesa dell’arrivo della polizia“
La fine della sua vita, l’inizio del mito
Poche altre vicende legate a un artista hanno colpito tanto l’immaginario collettivo. Il numero di libri e rievocazioni, con il passare degli anni, non diminuisce: aumenta. Ci dev’essere una spiegazione. Forse più di una.
La prima: John Lennon è la prima rockstar a morire in quel modo. Altri hanno conosciuto morti premature, misteriose o drammatiche. Brian Jones (1969), Jimi Hendrix (1970), Jim Morrison (1971), Elvis Presley (1977), Freddie Mercury (1991), Kurt Cobain (1994), Amy Winehouse (2011), Prince (2016). Ma si trattava di suicidi o incidenti. La dinamica dell’agguato e la figura dell’attentatore hanno avvicinato la vicenda di John Lennon a quella di personalità politiche o religiose, vittime di attentati: John F. Kennedy (1963), Robert Kennedy (1968), Papa Giovanni Paolo II e Ronald Reagan (entrambi nel 1981).
Una seconda spiegazione è legata all’enorme popolarità dei Beatles. La rapida dissoluzione, tra il 1969 e il 1970, ha impedito al gruppo di rovinare la propria leggenda. I due talenti più evidenti erano John Lennon e Paul McCartney, ma solo il primo – da solista – ha composto e cantato un brano indelebile come Imagine. Nella colonna sonora mentale di chi sogna un mondo migliore, Imagine c’è sempre, e giustamente.
“Nella colonna sonora di chi sogna un mondo migliore,
‘Imagine’ c’è sempre, e giustamente“
Il musicista poi diventato artista concettuale e attivista politico
Una terza spiegazione deriva dall’immagine pubblica di Lennon. La lezione appresa di Yoko Ono – spesso sottovalutata – ha consentito all’ex-Beatle di annusare i tempi nuovi e rappresentarli. Quando l’ispirazione si è ridotta, il musicista ha lasciato spazio all’artista concettuale e all’attivista politico. Il Bed-In del 1969 – una protesta contro la guerra in Vietnam – è geniale.
Una quarta spiegazione è connessa alla vita personale dell’ex-Beatle. Dopo essere stato scaricato da Yoko, John vola a Los Angeles. Quel periodo, ricordato come «The Lost Weekend», il weekend perduto, dura un anno e mezzo, tra l’estate del 1973 e l’inizio del 1975. Periodo creativo (esce Mind Games), sessualmente vivace (John fa coppia con May Pang), pieno di eccessi alcolici e chimici. Quando Yoko se lo riprende, John decide di non diventare «lo stereotipo di se stesso» (parole sue), ma di trasformarsi in un uomo di casa, occuparsi del figlio Sean e lasciare gli affari di famiglia alla moglie. Non si limita a dirlo: lo fa.
“I’m just sitting here watching the wheels go round and round
Me ne sto qui seduto a guardare le ruote che girano intorno”
Molti pensano – in seguito a una crisi personale o una delusione di lavoro – di mollare tutto, e si cullano in queste fantasie. John Lennon lo ha fatto. Per cinque anni è rimasto a osservare le rotelline che facevano girare il suo mondo, artistico e professionale. Quando sembrava pronto a rientrarvi, si sono fermate le ruote della sua vita, a quarant’anni. Ma non ce lo siamo dimenticato.
(articolo di Beppe Severgnini – link)











