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“No Need To Argue” e l’esplosione dei Cranberries

No Need To Argue

Alla fine di settembre del 1994 esce No Need To Argue dei Cranberries. La band irlandese è al secondo lavoro, quello della consacrazione mondiale. E quello di Zombie, il loro pezzo più famoso.

C’è un momento, a metà anni Novanta, in cui il rock sembra essersi messo d’accordo per andare in tutte le direzioni possibili allo stesso tempo. Da una parte c’è il grunge, ancora in piena luce anche se inizia a mostrare le crepe dopo la morte di Cobain. I Pearl Jam resistono, gli Alice in Chains si trascinano con l’aria dei sopravvissuti e il mondo intero continua a vestirsi come Seattle anche se vive a Pescara.

Dall’altra sta esplodendo il brit pop, la guerra Oasis–Blur venduta come un derby calcistico mascherato da movimento culturale. Il Regno Unito si riprende la scena, piazza i suoi ragazzotti strafottenti ovunque e convince tutti che basta una felpa Adidas per sentirsi “Cool Britannia”. In mezzo, un’Europa che prova a capire che fare di tutta questa confusione sonora.

E poi c’è l’Irlanda, che non è né Seattle né Camden Town. Un posto che vibra ancora dell’eco di U2 e Sinéad O’Connor, e che ha un suo modo tutto particolare di trasformare il dolore in musica. Da lì arrivano i Cranberries, una band che nasce quasi per caso, come tutte le cose che funzionano

Il nucleo è composto da tre ragazzi di Limerick – Noel e Mike Hogan, fratelli, più Fergal Lawler – che suonano insieme da un po’, con risultati discreti ma non memorabili. Hanno un nome improbabile, The Cranberry Saw Us (gioco di parole da liceali che faremo finta di non aver sentito), e soprattutto non hanno ancora trovato una voce. Letteralmente.

La voce arriva nel 1990, quando una ragazza timidissima si presenta a un’audizione. Si chiama Dolores O’Riordan, sembra uscita da un romanzo di formazione ambientato nella campagna irlandese, e ha due cose che nessuno può insegnarti. Un timbro che buca gli altoparlanti e una scrittura emotiva, fragilissima e potente insieme. All’inizio non fa quasi rumore, canta guardando per terra, come se chiedesse scusa. Ma quando apre la bocca, i tre ragazzi capiscono di aver trovato l’asse intorno a cui costruire tutto.

Con Dolores, la band cambia nome, direzione e ambizioni. I demo che registrano iniziano a girare, la voce circola, le etichette ascoltano. Il resto è storia. Firmano con Island Records e nel 1993 pubblicano il debutto Everybody Else Is Doing It, So Why Can’t We?, che all’inizio passa un po’ in sordina. Poi arriva Linger, e all’improvviso la ragazza timida di Limerick diventa una presenza magnetica su MTV, con quella voce eterea che si spezza ma arriva dove nessuna aveva mai osato.

Dolores diventa il centro di tutto: non una semplice frontwoman, proprio la leva emotiva della band. Ha un carattere particolare, un misto di spiritualità irlandese, fragilità esposta e decisione feroce. Quando è sul palco sembra un’elfa incazzata, quando scrive è un’osservatrice lucidissima di tutto ciò che fa male. I Cranberries, con lei, sono molto più di un gruppo alt-pop irlandese arrivato al posto giusto nel momento giusto. No, sono un modo diverso di raccontare l’ansia degli anni Novanta, senza appoggiarsi ai cliché di Seattle né alle pose da biglietto da visita dei coetanei britannici.

È da questa miscela – un’epoca spaccata, un’Irlanda sospesa tra dolore e modernità, e una ragazza che canta come se stesse guarendo e ferendo allo stesso tempo – che nascerà No Need to Argue

Il secondo album dei Cranberries arriva in un momento perfetto — eppure è completamente fuori dal coro. Dopo il successo delicato e quasi innocente di Everybody Else Is Doing It, So Why Can’t We?, la band di Limerick non si limita a reiterare la formula “dolce voce + chitarre arpeggiate”: tira fuori un disco con più spigoli e un’energia che riflette tutto quello che succedeva intorno a loro.

Il progetto prende forma tra la fine del 1993 e l’estate del 1994, sparso tra tre studi diversi. Dal bucolico isolamento di The Manor, nello Oxfordshire, ai Townhouse Studios di Londra, fino alla frenesia underground del Magic Shop di New York. Parte di quei recording iniziali, concepiti come demo durante una settimana libera in tour, erano così ispirati che il produttore Stephen Street — lo stesso di Everybody Else… — decide di tenerli nel prodotto finale.

Il titolo No Need to Argue suona quasi come un ossimoro. Un invito alla calma in un album spesso teso, emotivo, a tratti arrabbiato e sconvolto. Le registrazioni si succedono tra una fase sistematica e momenti di pura intuizione, con la band che non perde il filo tra spontaneità e perfezione

La copertina ufficiale gioca su un minimalismo ironico e quasi cinematografico, ma già dall’artwork si percepisce la contraddizione interna. Calma apparente, tensione sotterranea. Il titolo, traducibile letteralmente come “non c’è bisogno di discutere”, è ambiguo. La tipica frase di chi sta per litigare davvero.

Quando esce il 3 ottobre 1994, No Need to Argue non è solo un secondo disco, è un’esplosione. Diventa l’album più venduto nella storia del gruppo con decine di milioni di copie in tutto il mondo. I Cranberries portano qualcosa di nuovo. Un rock alternativo con radici folk, voci femminili potentissime, e testi che guardano dritto alle ferite, senza giri di parole.

Se c’è una canzone che ha trasformato i Cranberries da “gruppo interessante” a fenomeno globale, quella è Zombie. Composta da Dolores O’Riordan come reazione agli attentati dell’IRA a Warrington che avevano ucciso due bambini, Zombie è feroce, diretta e dolorosa in un modo che nessuno si aspettava da una band con una cantante di solito associata a ballate sussurrate.

Non era nemmeno prevista come singolo principale, ma una volta che la band la sperimenta live — la suonano già nei tour europei del 1993 — il pubblico la reclama a gran voce. Quando infine esce, scala le classifiche in mezza Europa, vince premi importanti (come “Song of the Year” agli MTV Europe Music Awards) e diventa un simbolo di quegli anni Novanta che cercavano un linguaggio.

In tour, Dolores è instancabile. Molte canzoni dell’album — compresa Zombie — vengono testate live mentre sono ancora in fase embrionale, con la band che capisce immediatamente quando una canzone funziona

Critici e pubblico reagiscono con entusiasmo scosso: non è solo pop-rock allegro. C’è tensione, c’è rabbia, c’è malinconia. C’è un gruppo che finalmente sembra parlare dalla pancia, non dal portfolio di marketing. L’album diventa anche un ponte: conquista chi amava la poesia fragile del debutto e chi cercava un rock più ruvido ma autentico.

No Need to Argue si apre in modo quasi beffardo. Ode to My Family è una carezza triste, un ritorno alle origini di Dolores, ai suoi genitori che non capivano del tutto la figlia artista ma la amavano comunque. È il pezzo più “Cranberries classici” dell’album, con la voce che fluttua limpida tra malinconia e riconciliazione. Le chitarre sono morbide, la struttura quasi circolare. Sembra un abbraccio, di quelli fatti con gli occhi lucidi. Non sorprende che sia stato un singolo di grande successo, è la parte più luminosa del disco, la porta d’ingresso prima della tempesta.

E la tempesta arriva subito dopo con I Can’t Be With You, un brano che vive su un’antitesi. Il ritmo quasi allegro contro un testo disperato, una delle specialità di casa. Attenzione al lavoro di Fergal Lawler. La batteria è vivace, incalzante, come se volesse tirare fuori Dolores dalla tristezza e lei, ostinata, invece ci affondasse dentro. La struttura è piena di contrasti, la voce si arrampica in acuti che sembrano implorazioni più che note.

Poi succede quella cosa per cui i Cranberries diventano i Cranberries: Twenty One. La canzone che Dolores scrive a ventun anni e che sembra la lettera che ognuno di noi vorrebbe spedire alla propria gioventù. È un pezzo più rarefatto, quasi sospeso, con un’intera sezione strumentale che sembra fatta per perdersi nella nebbia irlandese. È Dolores nuda e cruda, senza filtri, senza produzione a imbellettarla. La voce è quasi parlata, arrendevole.

E poi, inevitabile come un temporale in arrivo, arriva Zombie. È il pezzo che ribalta tutto, la ragione per cui il disco entra nella storia. Non è una semplice canzone, è un grido. Un urlo politico travestito da rock alternativo, con un riff martellante che i fratelli Hogan costruiscono quasi come un mantra. La leggenda vuole che Dolores l’abbia scritta sul tour bus, dopo aver letto l’ennesima notizia sulla violenza in Irlanda del Nord.

La voce, qui, diventa un’arma. Non più eterea, ma ruvida, granitica, spigolosa. Quelle note strozzate del ritornello – “In your head, in your head…” – sono un marchio di fabbrica imitato da chiunque abbia provato, negli anni, a cantare “alla O’Riordan”, fallendo quasi sempre. La produzione di Stephen Street amplifica il lato abrasivo del brano. Chitarre distorte, batteria secca, un impasto sonoro che guarda più a Seattle che a Londra. È il singolo che sposta l’equilibrio del gruppo, lo rende globale, lo fa diventare un fenomeno socioculturale oltre che musicale.

Dopo un terremoto così, serviva un attimo di decompressione. Empty è il momento in cui Dolores torna a guardarsi dentro, con una scrittura che sa di vuoto autentico, non estetico. Il suono è scarno, basso prominente, batteria trattenuta, voce quasi sussurrata. Sembra un respiro dopo il grido

Con Everything I Said si torna a una malinconia più melodica, più vicina al debutto, ma con una maturità nuova. Qui la band mostra quanto sia cresciuta in pochissimo tempo. Armonizzazioni perfette, piccoli dettagli di chitarra che fioriscono e scompaiono.

The Icicle Melts è forse la traccia più sottovalutata del disco. Un brano che parla di morte e violenza infantile con una delicatezza che non diventa mai morbosa. Dolores sembra una cantastorie tragica, con una melodia semplice che però ti si pianta nel petto come una scheggia di ghiaccio.

Disappointment fa esattamente quello che dice il titolo, suona come una resa, elegante, ma sempre resa. La voce è fragile, gli strumenti minimali, tutto sembra volutamente incompiuto, come se ci fosse un pensiero che non riesce a diventare parola.

Poi arriva Ridiculous Thoughts, l’altro singolo di peso. È il momento rock dell’album, quello in cui i Cranberries provano a indossare la giacca dell’alternative americano senza perdere l’anima irlandese. Dolores qui gioca con la voce, passa da un registro all’altro con fluidità spaventosa. È un pezzo pieno di energia nervosa, di dubbi, di rabbie non risolte – infatti il testo è un attacco ai media che la stavano inseguendo ovunque nel periodo.

A chiudere c’è No Need to Argue, la title track. Due minuti di organo e voce, un requiem per una storia d’amore e forse per la stessa innocenza della band. È una conclusione agrodolce, quasi spoglia, che lascia sospesi. Dopo l’esplosione di Zombie, dopo la malinconia degli altri brani, il disco si chiude in punta di piedi, come se non volesse disturbare.

A trent’anni e passa dalla sua uscita, No Need to Argue rimane un disco che convince in ogni dettaglio. È figlio del suo tempo, sì, ma è anche capace di superarlo

Non c’è un brano che non abbia un’anima, un’idea, un nervo scoperto. Riascoltarlo oggi significa ricordare quanto la voce di Dolores O’Riordan abbia segnato un’epoca. Un timbro imitato da tutti, raggiunto da nessuno. Un ponte tra il folk, il grunge, l’alternative, e una certa sensibilità pop femminile che dopo di lei non è stata più la stessa.

Rimane il rimpianto, enorme, per la sua fine tragica e prematura. Un talento così luminoso e fragile che ha cambiato la musica senza mai cadere nel personaggio. Ma resta anche la sua eredità. In questo disco, per esempio, che è invecchiato benissimo. E che va ascoltato come si ascoltano le cose importanti. Con rispetto, nostalgia e quel pizzico di malinconia che i Cranberries, più di chiunque altro, hanno saputo trasformare in arte.

— Onda Musicale

Tags: Blur, Oasis, Kurt Cobain, Cranberries, Alice in Chains, Zombie, Dolores O'Riordan
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