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“Is This It” degli Strokes, il primo cult del nuovo millennio

Is This It

Quando esce Is This It degli Strokes, all’inizio dei Duemila, il rock non se la passa benissimo. Il nuovo millennio si apre con un genere che sembra aver perso la bussola: il grunge è morto e sepolto, il britpop ha già dato tutto, il nu metal domina MTV ma invecchia malissimo, mentre il pop e l’hip hop stanno occupando ogni spazio vitale. Il rock, insomma, è vivo ma spaesato, più che altro ripiegato su sé stesso.

Poi arriva l’11 settembre 2001, che non è solo una frattura politica e sociale, ma anche culturale. Cambia il clima, cambia l’aria, il modo di percepire il futuro. La leggerezza anni Novanta evapora di colpo e la musica reagisce in modo istintivo. Meno illusioni di onnipotenza, più urgenza, ritorno all’essenziale. È in questo vuoto emotivo che attecchisce una nuova scena rock, sporca, nervosa, urbana. E che esce Is This It. Ma andiamo con ordine.

A New York succede qualcosa. Mentre Seattle è ormai un ricordo sbiadito e Londra guarda altrove, la città tira fuori una nuova generazione che riscopre il post-punk, i Velvet Underground, i Television, il minimalismo chitarristico e l’estetica garage. Interpol, Yeah Yeah Yeahs, LCD Soundsystem, più tardi i Rapture. Gruppi diversi, ma uniti dall’idea che il rock possa tornare a essere immediato, teso, sexy senza essere troppo muscolare.

In mezzo a questo fermento nascono gli Strokes. Non arrivano dal nulla e non sono nemmeno la favola proletaria che qualcuno proverà a raccontare dopo. Crescono a Manhattan, tra scuole private, famiglie benestanti e una città che, a cavallo del secolo, è ancora un gigantesco laboratorio culturale. Julian Casablancas è il frontman carismatico e disilluso, voce impastata di noia e arroganza, figlio di un imprenditore nel mondo della moda. Nick Valensi e Albert Hammond Jr. sono le due chitarre: intrecciate, secche, complementari. Nikolai Fraiture al basso e Fabrizio Moretti alla batteria chiudono il cerchio con una sezione ritmica essenziale, mai invadente, sempre al servizio del pezzo.

Gli Strokes si formano tra locali, feste, amicizie e un senso molto chiaro di appartenenza a una scena. Non vogliono reinventare il rock, piuttosto rimetterlo in carreggiata. Niente assoli chilometrici o produzioni patinate, zero pose da rockstar vecchio stile. Solo canzoni brevi, spigolose, suonate dritte, che sembrano arrivare da un’altra epoca ma calati nel momento storico.

Il terreno è pronto. Il rock non ha bisogno di essere salvato, ma di essere ricordato a sé stesso. E qualcuno, da New York, sta per farlo.

Is This It nasce in fretta, come spesso succede alle cose che arrivano al momento giusto. Dopo mesi di concerti nei club newyorkesi e un passaparola sempre più insistente, gli Strokes entrano in studio con un’idea molto chiara, catturare su disco l’urgenza e la secchezza dei live, senza fronzoli e senza lucidare gli spigoli. La band ha già le canzoni, le ha testate dal vivo, sa cosa funzionerà. Serve solo fissarle su nastro.

La registrazione avviene tra New York e Los Angeles, in un clima tutt’altro che rilassato. Alla produzione viene chiamato Gordon Raphael, figura chiave per il suono degli Strokes. È lui a spingere per una resa volutamente ruvida, compressa, quasi “sporca”, lontana dagli standard radiofonici dell’epoca. La voce di Julian Casablancas viene filtrata, schiacciata, resa distante e impastata, come se arrivasse da una stanza accanto o da una radio mal sintonizzata. Una scelta che farà discutere, ma che diventerà immediatamente identitaria.

Il disco è pronto nel 2001, ma il contesto storico si mette di traverso. Dopo l’11 settembre, l’uscita viene posticipata. Il clima non è dei più adatti a lanciare un album che, pur non essendo politico, trasuda inquietudine urbana e tensione sotterranea.

Inoltre, uno dei brani inizialmente previsti, New York City Cops, viene temporaneamente rimosso dalla tracklist americana. Il verso “New York City cops, they ain’t too smart” suona improvvisamente fuori luogo, se non offensivo, in una città ancora sotto shock. Il pezzo resterà fuori dalle prime edizioni USA, per poi essere reintegrato in seguito.

Anche la copertina contribuisce a creare mito e polemica. L’immagine – un dettaglio di un corpo femminile con un guanto di pelle – è sensuale, minimalista, volutamente ambigua. In alcuni paesi viene considerata troppo esplicita e sostituita da una cover alternativa, più neutra e geometrica. Ma ormai il messaggio è chiaro, gli Strokes non hanno intenzione di risultare rassicuranti, né sul piano sonoro né su quello visivo.

Quando Is This It esce, l’accoglienza è immediata e fragorosa. La critica lo saluta come il disco che il rock stava aspettando, il pubblico lo fa suo in tempi rapidissimi. In pochi mesi diventa un punto di riferimento, non solo per la scena newyorkese ma per un’intera generazione di band che vedono improvvisamente riaprirsi una strada. Non è un album rivoluzionario nel senso classico del termine, ma è esattamente ciò che promette il titolo: questo è quanto. Niente di più, niente di meno. E, proprio per questo, funziona alla perfezione.

Il disco si apre come una porta sbattuta in faccia. Is This It parte con un groove pigro e magnetico, costruito su pochi elementi ripetuti ossessivamente, e una voce che sembra arrivare da sotto il pavimento. È una dichiarazione d’intenti mascherata da nonchalance. Non c’è un climax, niente esplosioni, solo un’aria di disincanto che diventa subito cifra stilistica. Casablancas canta come se fosse annoiato anche da sé stesso, e proprio per questo risulta irresistibile.

Subito dopo The Modern Age accelera e mette in mostra l’architettura sonora della band. Le due chitarre si inseguono senza pestarsi i piedi, il basso tiene tutto insieme, la batteria asciutta, quasi punk nella sua essenzialità. È uno dei primi singoli e non a caso. C’è l’urgenza, c’è la melodia, c’è quella sensazione di giovinezza inquieta che diventerà il marchio di fabbrica degli Strokes.

Someday è il primo vero colpo al cuore. Apparentemente solare, in realtà attraversata da una malinconia sottile, è una canzone sul tempo che passa e sulle promesse fatte senza sapere se verranno mantenute. Il ritornello resta in testa con una facilità disarmante, e dietro la leggerezza si intravede già una nostalgia precoce, come se il futuro fosse un ricordo ancora prima di accadere. Non a caso diventerà uno dei brani simbolo della band.

Con Barely Legal il disco si sporca ulteriormente. Il testo gioca con l’ambiguità, la musica è nervosa, trattenuta, sempre sul punto di deragliare. Qui emerge l’influenza del punk newyorkese, ma filtrata attraverso una lente più elegante e meno rabbiosa. Tutto dura poco, finisce in fretta, come un rapporto consumato di nascosto.

Someday aveva accarezzato, Last Nite invece affonda il colpo. È il singolo per eccellenza, quello che li porterà ovunque, e anche quello che scatenerà le accuse di somiglianza con i Television. Ma al di là dei paragoni, resta una canzone perfetta nella sua semplicità. Riff immediato, struttura classica, un ritornello che sembra esistere da sempre. È il pezzo che li trasforma da promessa a fenomeno, e che ancora oggi regge qualsiasi confronto.

Hard to Explain rallenta appena e aggiunge uno strato di confusione emotiva. Il testo è frammentato, quasi balbettante, come un flusso di pensieri non del tutto ordinato. Musicalmente è uno dei brani più complessi del disco, con incastri ritmici più articolati e una tensione costante che non si scioglie mai davvero. È una canzone che cresce col tempo, meno immediata ma profondamente rappresentativa.

When It Started prende una piega più luminosa, con un mood quasi romantico, mentre Trying Your Luck abbassa ulteriormente i toni e mostra un lato più fragile e vulnerabile della band. Qui Casablancas smette per un attimo di fare il cinico e lascia filtrare una malinconia più esplicita, sostenuta da chitarre morbide e da un tempo rilassato che spezza il ritmo del disco senza romperlo.

Take It or Leave It chiude tutto come una resa dei conti. Parte dimessa, quasi svogliata, e poi cresce, si gonfia, esplode in un finale che sembra voler dire: questo è quello che siamo, prendere o lasciare. È una conclusione coerente, senza fuochi d’artificio, che ribadisce l’estetica dell’album fino all’ultimo secondo.

Riascoltato oggi, Is This It continua a convincere, anche se è innegabile che il suo status di culto sia alimentato anche da fattori esterni e quasi mitologici: il momento storico perfetto, New York, l’11 settembre, il ritorno del rock “vero”, una band giovane e bellissima che sembra capitare nel posto giusto al momento giusto. Ma al netto della narrazione, restano le canzoni, e quelle funzionano ancora.

Dopo questo debutto, gli Strokes non replicheranno mai davvero l’impatto iniziale, attraversando fasi alterne, dischi più o meno riusciti e una lunga crisi creativa che li porterà quasi a sparire.

Finché, nel 2020, torneranno con The New Abnormal, prodotto da Rick Rubin, stavolta in piena pandemia. Un disco maturo, consapevole, sorprendentemente ispirato, che dimostra come la band abbia finalmente fatto pace con il proprio passato. Di questo disco, però, parleremo la prossima volta. Promesso.

— Onda Musicale

Tags: Punk, Rock, Velvet Underground, MTV, Television, Interpol
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