Il nuovo album di MKDB tra ballad elettronica, poesia e tensione politica: l’immaginario nucleare diventa metafora del presente.
C’è un fungo atomico sulla copertina di Osaka I Dance, che sfida le luci stroboscopiche dell’antica capitale commerciale giapponese: un binomio che lampeggia come un segnale di pericolo, pop come una serigrafia di Andy Warhol e disturbante come un’allerta che nessuno vuole più ascoltare. È da questa immagine che prende forma il nuovo lavoro di Marco del Bene, aka MKDB, compositore musicale e performer, autore di colonne sonore per il cinema e per l’arte e da sempre sperimentatore di linguaggi contemporanei, premiato nel 2021 con Best Soundtrack al New York Across the Globe Film Festival: come compositore è stato direttore artistico del progetto musicale Bronzi50 e ha accompagnato diversi artisti contemporanei nelle loro esibizioni con le sue musiche.
Tra questi Oliviero Rainaldi in tutte le sue mostre degli ultimi anni e nel premio, Angelo Accardi nella mostra Art Crimes alla Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano, Danilo Bucchi nel progetto Oltretutto al MAXXI di Roma, Federico Solmi nel sound di The Ship of Fools durante la Biennale di Venezia 2025 e la mostra Ipotesi Metaverso, insieme al compositore Dario Vero.
Il 13 gennaio esce Osaka I Dance, anticipato dal singolo Champions of loneliness: un disco cantato, in dieci tracce che alternano spoken word, poesia e forma-canzone, in un equilibrio costante tra intimità e tensione politica. Una ballad elettronica che usa il suono per tenere aperta la ferita del presente e che procede per sottrazione e stratificazione: le tracce non costruiscono una narrazione lineare, ma un mosaico di solitudini contemporanee, figlie di un mondo che ha smesso di fare i conti con la propria memoria e continua a muoversi verso lo scontro come se fosse l’unica direzione possibile.
La scelta di musicare Bluebird di Charles Bukowski è una dichiarazione di poetica: la fragilità, qui, diventa atto di resistenza. MKDB lavora sul suono come su un campo emotivo instabile, dove il blues affiora sotto la superficie elettronica e la voce — anche grazie al contributo di Sophia DB — si fa corpo, presenza, crepa. Osaka I Dance non offre soluzioni né consolazioni: mette in scena il disagio, lo espone alla luce e lo lascia vibrare, ricordandoci che, prima di ogni deflagrazione irreversibile, c’è sempre una solitudine che chiede di essere ascoltata.








