Fragile Connessioni: Alessia Scilipoti tra Milano, musica contemporanea e collaborazioni internazionali.
Milano ha una scena musicale vivace e variegata, che spazia dal repertorio classico alla sperimentazione contemporanea. In questa intervista, Alessia Scilipoti racconta come questa città, le esperienze formative e i network internazionali abbiano influenzato il suo percorso artistico, le sue collaborazioni e la costruzione di un’identità musicale solida e personale. Dal Conservatorio di Milano ai festival internazionali, Alessia condivide riflessioni sul ruolo degli insegnanti, delle comunità musicali e della curiosità nel creare connessioni, mostrando come il flauto contemporaneo diventi uno strumento di dialogo e sperimentazione.
Milano ha una scena musicale vivace e variegata. Dal classico alla sperimentazione contemporanea, quali ambienti o comunità musicali locali ti hanno aiutata di più a sviluppare collaborazioni o a trovare stimoli creativi, e perché?
Il mio primo vero avvicinamento alla musica contemporanea è avvenuto al Conservatorio di Milano, grazie ai seminari tenuti da mdi Ensemble. Dovevo selezionare corsi per usare i crediti a scelta e, quasi per curiosità, ho deciso di frequentare quei seminari: da lì è iniziato tutto, circa cinque anni fa.
Il Conservatorio è stato fondamentale anche per la possibilità di assistere a numerose esecuzioni di musica contemporanea, come quelle della rassegna M2C, e per il contatto diretto con musicisti, compositori ed ensemble attivi in questo ambito. Parallelamente, Milano offre stimoli continui grazie a realtà come Milano Musica e alle esperienze orchestrali con l’Orchestra Sinfonica di Milano e il Teatro alla Scala.
Negli anni, affinando la mia tecnica e il mio linguaggio, ho avuto l’opportunità di collaborare con ensemble legati a questo repertorio, come mdi Ensemble e Divertimento Ensemble, e più recentemente di far parte della Lucerne Festival Contemporary Orchestra, un’esperienza che ha avuto un impatto enorme sul mio percorso.
Il tuo progetto Fragile unisce flauto e respiro in modi non convenzionali. Hai trovato musicisti con cui confrontarti su queste idee sia a Milano sia fuori, e come sono nate queste connessioni?
Sì, mi sento molto fortunata: sia a Milano, in Conservatorio, sia fuori, ho incontrato molti musicisti che amano e coltivano questo linguaggio. Allo stesso tempo, rifletto spesso su un limite: questa musica tende a essere prodotta e ascoltata sempre dalle stesse persone, come se faticasse a uscire da un circuito chiuso. Proprio per questo sento la responsabilità di cercare nuove connessioni e di rendere questo repertorio più accessibile e condivisibile.
Oltre al contesto milanese, hai partecipato a festival, masterclass o progetti in altre città o Paesi. In che modo queste esperienze hanno influenzato il tuo modo di collaborare e connetterti con altri musicisti?
Le esperienze al di fuori del Conservatorio e della città di Milano sono state decisive. Festival, masterclass e progetti internazionali mi hanno aperto gli occhi su cosa sia possibile realizzare e su come la vita musicale possa scorrere in modo diverso fuori dall’Italia. Questi contesti mi hanno permesso di ampliare i confini dei miei sogni e di ripensare il mio modo di collaborare, confrontandomi con musicisti provenienti da realtà culturali molto diverse.
Nel tuo percorso, che ruolo hanno avuto insegnanti, colleghi e mentor nel creare opportunità di collaborazione, e quali strategie consiglieresti a un giovane musicista per costruire una rete solida?
Ho avuto insegnanti che mi hanno seguita per molti anni e altri che sono entrati nella mia vita anche solo per pochi giorni, ma considero tutte queste esperienze fondamentali. Ognuna mi ha permesso di confrontarmi con visioni diverse del fare musica.
Tra le esperienze più significative ci sono i due anni al Conservatorio di Como con Sonia Formenti, che mi ha sostenuta nella ricerca di una mia identità artistica, e lo studio con Davide Formisano, che mi ha insegnato a essere “maestra di me stessa”. Fondamentali anche i periodi all’AccademiaChigiana di Siena con Patrick Gallois, dove ho potuto confrontarmi con flautisti di altissimo livello internazionale e osservare come superare quelli che credevo fossero limiti umani della musicalità. A un giovane musicista consiglierei di cercare il confronto, ascoltare molto e non chiudersi in un’unica visione, costruendo relazioni basate su stima, curiosità e onestà artistica.
La scena musicale oggi è sempre più intergenerazionale e interdisciplinare. Hai collaborazioni o progetti con artisti di generi diversi, e come affronti le sfide di comunicare e creare con musicisti che hanno background differenti?
Mi piace molto collaborare con musicisti di background diversi. In passato ho lavorato con musicisti jazz e partecipato a incisioni per progetti pop. Credo che la musica vada amata in sé, in tutte le forme che può assumere. In questo momento mi prendo cura soprattutto del repertorio classico e contemporaneo, ma guardo con grande curiosità ad altri generi e linguaggi, convinta che il dialogo tra mondi diversi sia sempre una fonte di crescita.
Guardando al futuro, come immagini il tuo network musicale evolversi, tra Milano, Italia e contesti internazionali, e quali principi guidano le tue scelte di collaborazione?
Sto imparando a selezionare con maggiore consapevolezza le persone e i compositori con cui collaborare, per definire, pur mantenendoli flessibili, i confini della mia identità artistica. Oggi sento il bisogno di costruire un network che cresca in modo organico tra Milano, l’Italia e il contesto internazionale, guidato da affinità artistiche, visione condivisa e desiderio di ricerca.


