All’inizio degli anni ’60, mentre Liverpool stava per diventare il centro del mondo grazie ai Beatles, a Manchester si muoveva un’altra creatura musicale pronta a farsi notare: Wayne Fontana and the Mindbenders, poi semplicemente The Mindbenders.
Il nome The Mindbenders non nasce da un brainstorming psichedelico, ma da un film britannico del 1963, The Mind Benders, con Dirk Bogarde. È un dettaglio che racconta già molto: una band che guarda al pop, al beat, ma con un gusto narrativo tutto suo.
La prima scintilla: Wayne Fontana e un successo inaspettato
Wayne Fontana fonda il gruppo nel 1963 insieme a Bob Lang, Ric Rothwell ed Eric Stewart. I primi singoli non fanno rumore, ma nel 1964 arriva la svolta: “Um Um Um Um Um Um”, cover di Curtis Mayfield, entra nelle classifiche britanniche e apre alla band le porte dei tour internazionali. È il preludio al loro primo grande trionfo: “The Game of Love” (1965), un numero uno negli Stati Uniti che li proietta nel cuore della British Invasion.
Per un attimo, Manchester sembra competere con Liverpool.
La fuga di Fontana e la rinascita inattesa
Nel 1965 succede l’imprevedibile: durante un concerto Wayne Fontana abbandona il palco e lascia la band, letteralmente, a metà esibizione. È un colpo durissimo, ma anche un’occasione. Eric Stewart – futuro cofondatore dei 10cc – prende il microfono e diventa il nuovo frontman. La band cambia pelle, accorcia il nome in The Mindbenders, e sorprende tutti con un altro successo mondiale: “A Groovy Kind of Love” (1966), una ballata pop perfetta, destinata a diventare un classico immortale.
The Mindbenders: un suono tra beat, pop e malinconia britannica
I Mindbenders non sono mai stati una band di rottura, ma una band di equilibrio. Beat elegante, melodie immediate, arrangiamenti puliti: un pop britannico che guarda agli Stati Uniti senza perdere la sua identità.
Il loro stile è un ponte tra il Merseybeat e il pop sofisticato che, anni dopo, Stewart avrebbe portato nei 10cc. Non è un caso che molti critici li considerino una “band di transizione”: non rivoluzionari, ma fondamentali per capire come il beat si sia evoluto verso forme più mature.
La fine del viaggio e l’eredità nascosta
La band si scioglie nel 1968, dopo sei album in studio e una manciata di singoli che hanno lasciato un’impronta più grande di quanto spesso si ricordi.
Il loro scioglimento coincide con la fine dell’era beat, ma la loro eredità continua a vivere in due modi:
- nelle hit che ancora oggi popolano compilation e colonne sonore;
- nella carriera di Eric Stewart, che con i 10cc diventerà uno dei musicisti più influenti del pop britannico anni ’70.
Perché riscoprirli oggi
The Mindbenders sono una di quelle band che la storia ha messo in secondo piano, ma che meritano di essere riascoltate. Non solo per le loro hit, ma per ciò che rappresentano: un frammento prezioso della British Invasion, un laboratorio musicale da cui sarebbe nato uno dei progetti pop più raffinati del decennio successivo. Riscoprirli significa rimettere a fuoco un pezzo di storia che rischia di sfumare, ma che continua a raccontare l’energia, l’ambizione e la fragilità di un’epoca irripetibile.
Album in studio dei The Mindbenders
- 1964 – It’s Wayne Fontana and the Mindbenders
- 1965 – The Game of Love
- 1966 – Erik, Rick, Wayne, Bob
- 1966 – The Mindbenders
- 1966 – A Groovy Kind of Love
- 1967 – With Woman in Mind








