Nel corso della loro carriera, i Genesis sono stati tra le band più influenti e innovative della scena rock britannica, capaci di attraversare decenni e stili con audacia e coerenza artistica.
Tra i tanti capitoli di questa lunga storia musicale, “Abacab” – sia come singolo che come title track dell’omonimo album del 1981 – rappresenta una delle svolte più radicali e significative del gruppo. Pubblicata come singolo il 14 agosto 1981, “Abacab” si impose rapidamente nelle classifiche britanniche, raggiungendo la Top 10 e consolidando l’evoluzione sonora dei Genesis verso un rock più moderno e aderente al gusto dell’inizio degli anni Ottanta.
La genesi di “Abacab”: dalle jam alle sezioni modulari
Il titolo della canzone – e dell’album – nasce in modo del tutto inusuale: durante le sessioni di scrittura e arrangiamento, la band si riferiva alle diverse parti del brano con lettere per distinguerle (“Sezione A”, “Sezione B”, “Sezione C”). In un certo ordine, queste parti formarono l’acronimo A-B-A-C-A-B, dando appunto vita alla parola “Abacab”.
Come spiegato da Mike Rutherford, pur essendo il nome nato da quella sequenza, la versione finale del brano non segue affatto quell’ordine originario delle sezioni, diventando qualcosa di molto più fluido e sfuggente ad una struttura rigida.
Questo approccio riflette bene l’attitudine dei Genesis in quegli anni: pur mantenendo un certo rigore compositivo, il trio (composto da Phil Collins alla voce e batteria, Tony Banks alle tastiere e Mike Rutherford a chitarra e basso) si apriva sempre più a jam creative, sperimentazioni timbriche e un equilibrio tra progressive, rock, new wave ed elementi pop.

Un suono nuovo per una nuova decade
“Abacab” è molto più di un esperimento di titolo curioso: è un brano dal ritmo deciso, dove le pulsazioni sintetizzate di Tony Banks si intrecciano alla potenza ritmica di Phil Collins e al lavoro chitarristico di Rutherford, creando un’atmosfera che ben rappresenta il passaggio dei Genesis dal prog epico degli anni ’70 a un sound più diretto, contemporaneo e radio-friendly.
Questa transizione stilistica è evidente non solo nel singolo, ma in tutto l’album Abacab, registrato presso lo studio di proprietà della band, The Farm, e caratterizzato da un uso più marcato dell’elettronica, strutture più concise e arrangiamenti più essenziali rispetto ai lavori precedenti.
Il significato del testo: suggestione più che narrazione
A livello lirico, “Abacab” rimane un pezzo enigmatico. Il testo – cantato da Phil Collins – gioca con immagini di specchi, riflessi, illusioni e l’idea di un qualcosa che “non si trova da nessuna parte”. Non esiste una narrazione lineare evidente, e molti critici e fan hanno notato come le parole più che raccontare una storia creino suggestioni oniriche e simboliche, conferendo al brano una dimensione quasi astratta.
Proprio per la sua natura non-letterale, il testo ha ispirato interpretazioni diverse, dal senso di disorientamento esistenziale alla semplice scelta estetica di lasciare spazio all’immaginazione dell’ascoltatore — una scelta perfettamente in linea con l’approccio musicale del brano.
“Look up on the wall, there on the floor
Under the pillow, behind the door
There’s a crack in the mirror
Somewhere there’s a hole in a window pane
Now, do you think I’m to blame?
Tell me, do you think I’m to blame?”
“Abacab” restò un pilastro del repertorio live dei Genesis negli anni ’80, presentato nelle tournée successive all’uscita dell’album e rappresentando uno dei momenti chiave della loro transizione artistica.
La scelta di un titolo così straniante, privo di un significato linguistico convenzionale, è emblematica di una band che, pur diventando più accessibile, non rinunciava alla creatività e alla sorpresa. In un’epoca in cui molte formazioni cercavano formule prevedibili, i Genesis dimostrarono ancora una volta di saper giocare con le aspettative e i codici stessi della composizione musical











