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Mark Hollis, genio introverso che preferì la normalità alla fama mondiale

Immagina di avere la capacità di ascoltare ciò che nessun altro riesce a sentire, trasformare un semplice accordo in un intero universo, scolpire canzoni che attraversano generazioni e poi sparire.

Mark Hollis era la mente dietro i Talk Talk, un visionario che prese il synth pop scintillante degli anni ’80 e lo trasformò in arte pura, sperimentale, eterna. Ma la sua storia non finì come tutti si aspettavano. Dietro il genio c’era un enigma, un mistero che ancora oggi lascia più domande che risposte. Questa è la storia dell’uomo che cambiò la musica e la cui verità il mondo non riuscì mai a comprendere del tutto.

Mark David Hollis nacque il 4 gennaio 1955 a Tottenham, Londra

Era il figlio di mezzo tra tre fratelli, figlio di Dennis e Margaret Hollis. La sua infanzia non fu fatta di grandi lussi, una famiglia della classe lavoratrice, con orari, routine, silenzi. Mark crebbe tra regole che sembravano non adattarsi mai a lui. Era riservato, osservatore, quel tipo di bambino che sembra essere sempre altrove, anche se fisicamente proprio davanti a te.​

Non era il centro dell’attenzione a scuola, non era l’atleta, né il simpatico della classe

Era il ragazzo silenzioso, quello che non parlava molto, ma annotava tutto su quaderni e pezzi di carta. Quando la sua famiglia si trasferì a Ray nell’Essex nel 1962, quell’isolamento si fece ancora più profondo. Il giovane Hollis si rifugiava nei dischi, si perdeva in canzoni che nessun altro ascoltava. Il rock da garage, le compilation nascoste, la musica che sembrava stare ai margini. Lì trovava rifugio.

Frequentò la Swain School, frequentò le lezioni, ma senza passione

Nel 1971 completò i livelli O e più tardi abbandonò gli studi superiori. Tentò di entrare all’università di Sussex per studiare psicologia infantile, ma nel 1976 lasciò anche quella strada. Perché? Perché tutto gli sembrava uno stampo, uno schema in cui lui non riusciva a rientrare. L’accademia aveva risposte di cui non sentiva il bisogno. Lui cercava nuove domande e nella musica quelle domande erano vive.

Nel frattempo faceva quello che poi avrebbe definito “lavori orribili“, impiegato in lavori che detestava, ma che servivano a una sola cosa: sopravvivere mentre di notte scriveva canzoni. Comporre era la sua fuga, un rituale segreto che, poco a poco, consumava tutto. Il destino musicale di Mark non si può spiegare senza Ed Hollis, suo fratello maggiore. Ed era un disc jockey, produttore e manager di band di pub rock, come Eddie and the Hot Rods. Aveva contatti, conosceva la scena notturna di Londra, capiva come funzionava l’industria dall’interno e, soprattutto, vedeva qualcosa in suo fratello.

Mentre Mark esitava, scriveva testi e sognava suoni impossibili, Ed lo spingeva a mostrarli, a smettere di nascondersi, a uscire dal suo rifugio privato e formare una band

Così nacque The Reaction, la sua prima avventura musicale. Era il 1977, nel pieno dell’ondata punk. Il Regno Unito era pieno di rabbia, di chitarre veloci, di giovani che volevano bruciare tutto e ricominciare da capo. The Reaction era un gruppo piccolo, marginale, ma per Mark fu il primo laboratorio. Incisero una demo per la Island Records. Tra le canzoni c’era un brano che sembrava un semplice pezzo punk accelerato: Talk Talk Talk Talk.

Nessuno lo sapeva allora, ma quella canzone, trasformata anni dopo, sarebbe diventata il nucleo del suo lascito

La versione dei The Reaction era veloce, aspra, frenetica, ma già conteneva un seme, l’ossessione di Mark per la ripetizione, per ridurre la musica alla minima espressione, fino a dare peso a ogni singola parola. La band si sciolse in fretta, un solo singolo pubblicato, “I Can’t Resist” nel 1978 e poi silenzio. Ma Mark non si fermò, aveva chiaro che voleva di più e questa volta avrebbe provato con una visione più grande.

Nel 1981 Mark Hollis fondò Talk Talk

Si unirono a lui il tastierista Simon Brenner, il bassista Paul Webb e il batterista Lee Harris. Il nome era semplice, come un mantra: Talk Talk. Fin dall’inizio furono paragonati ai Duran Duran. Entrambi avevano nomi ripetuti, entrambi condividevano la stessa etichetta discografica, la EMI, entrambi sembravano figli dei Roxy Music, ma c’era una differenza fondamentale: i Duran Duran amavano le telecamere, Mark Hollis le detestava.

Nel 1982 pubblicarono il loro primo album, The Party’s Over

Con brani come Today e Talk Talk riuscirono a entrare nelle classifiche. Le vendite furono buone, la critica li vedeva come parte della nuova ondata di synth pop britannico, ma Mark già si sentiva a disagio. Quello che tutti celebravano come successo, per lui era solo una maschera. Lui voleva altro e quel altro avrebbe iniziato a rivelarsi molto presto.

Nel 1984 pubblicarono l’album che li tolse dalla mediocrità: It’s My Life

Il singolo Such a Shame divenne un enorme successo in Europa. La title track It’s My Life si trasformò in un inno globale. I Talk Talk iniziarono a suonare ovunque. Era l’occasione d’oro. Potevano seguire la formula vincente, potevano ripetere il percorso delle band commerciali, ma Hollis lo detestava, odiava i tour, non sopportava di essere trattato come una star. Mentre il mondo li vedeva come futuri giganti, Mark sentiva di allontanarsi sempre più dalla sua visione originaria e, invece di lasciarsi trasportare dalla corrente, decise di nuotare nella direzione opposta.

Nel 1986 uscì The Colour of Spring

Fu un successo enorme, più di 5 milioni di copie vendute, critici che lo definirono un capolavoro. Con quei soldi, con quel prestigio, Mark ottenne la libertà che aveva sempre desiderato: fare un disco a modo suo, senza che nessuno gli dicesse come doveva suonare e quella libertà lo condusse dritto verso l’abisso, perché il passo successivo non sarebbe stato quello di compiacere il mercato.

Nel 1988 i Talk Talk pubblicarono “Spirit of Eden” e qui la tensione esplose

L’album non aveva singoli evidenti, non aveva una struttura pop tradizionale. Era un viaggio sonoro, con silenzi tanto importanti quanto le note, con influenze di jazz, musica classica, ambient. Era bello, ma strano, ipnotico, ma incomprensibile per il mercato. La critica lo definì un capolavoro in anticipo sui tempi. Le case discografiche lo definirono un suicidio commerciale.

Mark si rifiutò di realizzare videoclip, si rifiutò di fare tour, si rifiutò di tutto ciò che l’industria si aspettava

E lì iniziò la guerra con la EMI, cause legali, tensioni crescenti, un artista contro l’intera macchina industriale. Mark non cedette, non lo fece mai e quello fu l’inizio della fine dei Talk Talk. Tre anni dopo il caos di Spirit of Eden, Mark Hollis aveva ancora un asso nella manica. L’etichetta Polydor gli offrì un’opportunità e con essa nacque Laughing Stock, ma invece di correggere la rotta, Mark la spinse ancora più oltre.

L’album era austero, spoglio, costruito di spazi vuoti, rumori minimi, sussurri

Era un disco che sembrava sfidare tutto ciò che il pop rappresentava. Non c’erano ritornelli da cantare, non c’erano hit radiofoniche, solo atmosfere, il silenzio trasformato in suono. Il risultato fu inevitabile. Il disco divenne un riferimento di culto, un’opera amata da critici e musicisti, ma ignorata dal grande pubblico e con quello i Talk Talk morirono, senza scandali, senza un addio ufficiale, solo un taglio netto, un silenzio definitivo.

Dopo il 1991 Mark svanì

Non ci furono tour di addio, non ci furono interviste, nemmeno spiegazioni. Mentre altri musicisti reinventavano le loro carriere, Mark scelse di sparire. Rimase a casa, scriveva, suonava, ma in privato. La musica smise di essere uno spettacolo, divenne un rituale intimo. I fan lo cercavano, le case discografiche lo tentavano, ma lui non rispondeva. Mark Hollis era diventato un fantasma.

Nel 1998, quando molti pensavano che non sarebbe mai tornato, Mark riapparve

Pubblicò un album omonimo, Mark Hollis, minimalista, fragile, quasi spirituale. Erano canzoni che sembravano sussurri, respiri messi su pentagramma, un testamento musicale. In rare interviste spiegò ciò che voleva: creare qualcosa di senza tempo, non basato sulla tecnica, ma sull’emozione. Era la sua filosofia, il suo credo, il suo addio.

Dopo quell’album Mark non pubblicò mai più nulla

Dopo il 1998 Hollis si ritirò completamente. Lo fece per una sola ragione: la sua famiglia. Si sposò con Felicity Costello, un’insegnante, con la quale ebbe due figli. Vissero a Londra, poi nell’East Sussex, una vita tranquilla, quasi anonima. Quando gli chiedevano perché non tornasse, la sua risposta era sempre la stessa: “Forse altri possono farlo, ma io non posso essere un buon musicista e un buon padre allo stesso tempo.” Così semplice, così radicale.

Mark scelse il silenzio, scelse la vita familiare, scelse di scomparire dal rumore

Negli anni successivi il suo nome appariva ogni tanto nei crediti di piccoli progetti, un pianoforte qui, una produzione lì, collaborazioni nascoste sotto pseudonimo, ma non si mostrava mai, non concedeva interviste, non posava per foto. Era come un eco, presente, ma assente. Alcuni lo chiamavano eremita, altri genio incompreso, ma in realtà Mark aveva fatto ciò che pochi osano fare: abbandonare la fama quando brilla di più.

Il 25 febbraio 2019 la notizia colpì il mondo della musica. Mark Hollis era morto

Aveva 64 anni, vittima di un cancro dopo una breve malattia. Non ci furono omaggi di massa, non ci furono stadi illuminati, non ci furono folle in lacrime, solo comunicati sobri, messaggi discreti da parte di colleghi, un silenzio rispettoso. Morì come aveva vissuto, lontano dal rumore, nell’intimità, quasi invisibile, ma la sua morte non passò inosservata tra i musicisti che erano cresciuti alla sua ombra.

I Radiohead lo citarono come fonte di influenza diretta, riconoscendo che senza Spirit of Eden e Laughing Stock non sarebbero mai esistiti album come OK Computer o Kid A. La band Elbow lo descrisse come un faro silenzioso, una prova che l’integrità artistica poteva sopravvivere al mercato. Persino artisti giovani, che non lo avevano mai conosciuto di persona, scrissero che Hollis aveva insegnato loro che la musica poteva essere potente nel sussurro quanto nel grido.

Non ci fu un funerale televisivo, non ci furono folle per strada

Mark Hollis non fu mai una star convenzionale, non cercava i riflettori, non cercava gli applausi, non voleva l’adorazione delle masse, voleva qualcos’altro, voleva verità, voleva emozione pura, voleva che la musica parlasse da sola e ci riuscì. Trasformò il synth pop in qualcosa di più grande, inventò un linguaggio unico, aprì sentieri che oggi intere band continuano a percorrere e lo fece senza vendersi, senza cedere, anche se questo significava perdere tutto.

La sua vita fu un contrasto, dal rumore di massa al silenzio assoluto, dal successo su MTV alla reclusione nel Sussex, un uomo che, in un mondo ossessionato dall’essere visto, scelse di scomparire. Mark Hollis morì in silenzio, ma la sua musica continua a parlare e continuerà a farlo ogni volta che qualcuno, nell’oscurità della propria stanza, metterà un disco dei Talk Talk e ascolterà quel sussurro eterno.

— Onda Musicale

Tags: Emi, Radiohead, Roxy Music, MTV, Talk Talk
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