Ci sono band che nascono sotto una stella particolarmente crudele. Gli Stone The Crows sono stati una di queste: un concentrato di talento puro, energia selvaggia e blues viscerale che il fato ha deciso di strappare via proprio quando stava per spiccare il volo definitivo.
La storia degli Stone The Crown è un intreccio di genio musicale e tragedia shakespeariana, ambientato nella Glasgow operaia degli anni ’60 e ’70. Era il 1969 quando Peter Grant, il leggendario manager dei Led Zeppelin, mise gli occhi su una giovane cantante scozzese dalla voce roca e potente. Maggie Bell, nata e cresciuta nei quartieri popolari di Glasgow, possedeva quella qualità rara che non si può insegnare: l’anima. La sua voce graffiante sapeva passare dal sussurro più intimo all’urlo blues più straziante nel giro di una battuta.
Grant decise di costruire attorno a lei una band che potesse competere con i colossi del rock britannico dell’epoca. Reclutò il chitarrista Les Harvey, fratello del futuro Alex Harvey dei Sensational Alex Harvey Band, il bassista Jim Dewar e il batterista Colin Allen. Il nome Stone The Crows venne scelto come un grido di sorpresa tipicamente britannico, quasi a prefigurare gli shock che la band avrebbe riservato, nel bene e nel male.
Blues britannico con accento scozzese
Se i Led Zeppelin avevano elettrificato il blues americano con potenza heavy, gli Stone The Crows lo fecero con un’intensità più grezza, meno mistica e più viscerale. Le chitarre di Les Harvey dialogavano con la voce di Maggie Bell in un corpo a corpo sonoro che ricordava i duetti tra Janis Joplin e i suoi chitarristi, ma con una cattiveria tutta britannica.
I primi due album, l’omonimo debut del 1970 e “Ode to John Law” dello stesso anno, mostravano una band affamata e tecnicamente superlativa. Brani come “The Touch of Your Loving Hand” e “Danger Zone” diventarono manifesti di un blues rock senza compromessi, mentre la voce della Bell veniva paragonata a quella di Janis Joplin, anche se Maggie possedeva una maggiore versatilità e controllo.

La svolta che non ci fu mai
Il 1972 doveva essere l’anno della consacrazione. La band aveva maturato esperienza, i concerti erano sempre più affollati, l’America cominciava a notarli. “Teenage Licks“, il terzo album, mostrava una band al culmine della forma. Poi arrivò quel maledetto 3 maggio.
Durante un concerto allo Swansea Top Rank, Les Harvey stava controllando il microfono sul palco quando una scarica elettrica lo colpì. Il chitarrista morì praticamente all’istante, fulminato davanti ai compagni e al pubblico. Aveva solo 27 anni, la stessa età maledetta che si sarebbe portata via Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison.
Sarebbe stato comprensibile sciogliere la band
Invece Maggie Bell, con un coraggio straordinario, decise di andare avanti. Jimmy McCulloch, giovanissimo virtuoso della chitarra che sarebbe poi entrato nei Wings di Paul McCartney, prese il posto di Harvey. La band registrò ancora due album, “Continuous Performance” (1972) e “Ashes” (1973), ma la magia si era spezzata insieme a quella vita.
Nel 1973 arrivò lo scioglimento inevitabile. Maggie Bell intraprese una carriera solista rispettabile ma mai veramente esplosiva come avrebbe meritato. Jim Dewar si unì a Robin Trower, Colin Allen suonò con mezzo mondo del rock britannico. Ma quella scintilla particolare, quel momento magico in cui tutto sembrava possibile, era svanito con Les Harvey.
Gli Stone The Crows rimangono una di quelle band che i puristi del rock scoprono con meraviglia e rabbia
Meraviglia per la qualità assoluta della musica, rabbia per quello che avrebbe potuto essere. La voce di Maggie Bell continua ad essere un punto di riferimento per chiunque voglia capire cosa significa cantare il blues con autenticità, mentre le chitarre di Les Harvey sono una lezione di tecnica e feeling.
In un’epoca in cui il rock britannico era dominato da giganti come Led Zeppelin, Deep Purple e Black Sabbath, gli Stone The Crows avevano tutti gli ingredienti per stare in quello stesso contesto. Il talento c’era, la determinazione pure, la benedizione di Peter Grant anche. Mancò solo la fortuna, quella dea capricciosa che a volte decide chi merita la gloria e chi merita di essere ricordato come una stella cadente. La loro storia ci ricorda che nel rock, come nella vita, il genio non basta. Serve anche il tempo per farlo sbocciare. E agli Stone The Crows quel tempo fu negato da un microfono difettoso e da un impianto elettrico maledetto.
Per chi volesse scoprire questa band dimenticata, il consiglio è di partire dal primo album e lasciarsi travolgere dalla voce di Maggie Bell. E di chiedersi, nota dopo nota, cosa avremmo avuto se il destino non avesse deciso diversamente.
Discografia
- Stone The Crows (1970)
- Ode to John Law (1970)
- Teenage Licks (1971)
- Ontinuous Performance (1972)








