C’è un pregiudizio duro a morire quando si parla di mandolino. Uno strumento che, nell’immaginario comune, resta confinato in uno spazio rassicurante ma limitante
Il mandolino è uno strumento spesso confinato al folklore, tradizione, repertori di nicchia o una musica colta legata a forme più conservative che sperimentali. È con questo bagaglio di aspettative che ci si è accostati all’ascolto di Mandolin in Concert di Francesco Di Giovanni — aspettative che vengono però rapidamente smentite.
L’album Mandolin in concert
Il disco, infatti, non si limita a valorizzare il mandolino: lo sottrae al suo habitat consueto e lo proietta in un territorio espressivo inatteso. Fin dalla Fantasia per Orchestra a Plettro, avvertiamo una scrittura che rifiuta qualsiasi atteggiamento museale. L’orchestra non è trattata come custode di una tradizione immobile, ma come un organismo flessibile, attraversato da slanci ritmici e aperture armoniche che rivelano chiaramente il retroterra jazzistico di Di Giovanni. Quando il primo mandolino di Olena Kurkina si avventura in assoli dal carattere dichiaratamente jazz, il cortocircuito è evidente e affascinante: il mandolino smette di essere colore e diventa voce, presenza viva, sorprendentemente a suo agio in un contesto che sembrerebbe lontano dalla sua storia.
L’originalità del progetto e dell’esecuzione
Ciò che colpisce, lungo l’intero arco del programma, è la naturalezza con cui il compositore attraversa confini stilistici diversi. La sua formazione chitarristica e la consuetudine con linguaggi plurali si traducono in una scrittura capace di fondere classico, jazz e forma orchestrale senza forzature. Nel Preludio e Fuga, ad esempio, l’impianto formale rimanda a una tradizione severa, ma il dialogo tra i mandolini concertanti — con Kurkina in primo piano — è percorso da inflessioni ritmiche e accenti che incrinano la simmetria attesa, aprendo spazi di libertà espressiva decisamente contemporanei. La forma resta riconoscibile, ma il suo respiro è nuovo.
Anche nei momenti in cui il virtuosismo è più evidente, come nel Tema con Variazioni, non abbiamo mai l’impressione di trovarci di fronte a un esercizio sterile. La scrittura mette alla prova la solista, ma le chiede soprattutto di costruire un discorso espressivo. Kurkina modella il suono con grande varietà dinamica, alternando leggerezza e incisività, mentre la presenza di Sonia Maurer tra i primi mandolini contribuisce a definire un’identità timbrica compatta e reattiva, capace di sostenere e rilanciare continuamente l’azione musicale. Il virtuosismo, qui, non è esibizione, ma narrazione sonora.
I virtuosismi con il mandolino
Uno dei passaggi più sorprendenti dell’album arriva con il Concerto per Clavicembalo e Orchestra a Plettro. Strumento simbolo di una prassi antica e codificata, il clavicembalo viene proiettato in un contesto armonico e ritmico che ne ribalta la funzione tradizionale. Affidato a Gabriella De Nardo, diventa uno strumento duttile, capace di fraseggi brillanti e di una vitalità che sfiora l’improvvisazione. Non si percepisce come semplice elemento timbrico di contrasto, ma come protagonista che dialoga con l’orchestra su un piano di piena attualità, in un linguaggio che accoglie senza timori suggestioni jazzistiche.
L’orchestra
Fondamentale, in questo equilibrio, è il ruolo dell’Orchestra a Plettro Costantino Bertucci, diretta da Álvaro Lopes Ferreira. L’ensemble dimostra una notevole capacità di trasformazione: compatto e lirico in alcuni passaggi, ritmicamente incisivo in altri, si muove con disinvoltura tra scrittura colta e pulsazione più moderna. L’orchestra non accompagna soltanto, ma partecipa attivamente alla costruzione di un suono collettivo che amplia le possibilità espressive della formazione a plettro, sottraendola definitivamente a una dimensione puramente tradizionale.
Al termine dell’ascolto, la sensazione è quella di uno slittamento silenzioso ma decisivo. Mandolin in Concert non proclama la propria modernità: la costruisce progressivamente, portandoci a riconsiderare, quasi senza accorgercene, l’idea stessa di mandolino. Qui lo strumento non è più un emblema del passato, ma una voce pienamente inserita nel presente, capace di dialogare con linguaggi diversi senza perdere la propria identità. Ed è proprio questa ridefinizione, elegante e coraggiosa, a rendere il disco un contributo significativo alla riflessione sul posto del mandolino nella musica contemporanea.



