Esistono dischi che sono porti sicuri e dischi che sono rotte incerte. Per Amado, il nuovo album “Barravento”appartiene decisamente alla seconda categoria
Il titolo stesso del nuovo album di Amado, preso in prestito dalla cultura brasiliana e dai rituali del Candomblé, evoca quel momento sospeso in cui il vento cambia direzione e la realtà si trasfigura.
Dopo l’esordio con Riviera Airlines, l’artista ligure abbandona le rotte più rassicuranti del pop malinconico per tuffarsi in un mare dove la Bossa Nova convive con la Drum’n’Bass e l’Electro Pop. In questa intervista, Amado ci racconta la genesi di questo “secondo capitolo” più cupo ed elegante, nato tra la frontiera di Ventimiglia e gli studi milanesi, guidato dalla produzione di Narduccey e da un bisogno viscerale di universalità.
Il significato del titolo e il legame con il Brasile. Il termine “Barravento” indica il momento in cui il vento cambia o, nel Candomblé, l’istante che precede la trance. Quanto di questo concetto di “mutamento improvviso” riflette il tuo attuale percorso personale e artistico?
Completamente. Dal punto di vista personale, sono nei miei primi trent’anni e il cambiamento è tangibile, per primo a me stesso, e lo accolgo con curiosità. Artisticamente, rispetto ai lavori precedenti, ho cercato di parlare un linguaggio più universale.
L’evoluzione sonora: tra Bossa Nova e Drum’n’Bass. In questo disco abbandoni in parte il “pop malinconico” degli esordi per esplorare generi opposti. Come sei riuscito a far convivere ritmiche così frenetiche con la poesia più intima dei tuoi testi?
La bossa nova è sempre stata nel mio sangue, e ritengo sia uno strumento meraviglioso da dedicare all’introspezione e alla tristezza. La drum’n’bass è stata una sfida interessante, molto influenzata da Cosmo, che ritengo sia stato il primo ad immaginare questo tipo di cantautorato.
Il singolo “Scilla” e l’Electro Pop. Musicalmente appare come un pezzo electro pop molto curato: rappresenta la “chiave di lettura” dell’intero disco o è un episodio a sé stante rispetto alle atmosfere più cupe del resto dell’opera?
L’intero disco nasce da canzoni agli antipodi, le quali messe in ordine si è scoperto funzionare bene insieme. Credo che “Scilla” sia la traccia con la quale mi piacerebbe definirmi.
La collaborazione con Narduccey e il team storico. Hai lavorato di nuovo con il produttore Narduccey e con i tuoi musicisti di sempre (Andrea Senis e Loris Grattarola). In che modo questo “nucleo familiare” ha aiutato a tradurre in musica la svolta più scura di questo secondo capitolo?
Il desiderio di proseguire il discorso musicale con Luca (Narduccey) mi ha portato, mio malgrado, a frequentare Milano, dove risiede e lavora. È stato un percorso creativo di grande collaborazione ed intesa. Francesco Cardillo mi regala una nota, quando mi manca per finire un puzzle, Andrea e Loris sanno poi dare personalità e tridimensionalità a ciò che abbozzo.
Il contrasto tra “Sindrome di Stoccolma” e il nuovo materiale. A metà 2025 abbiamo sentito “Sindrome di Stoccolma”, un brano con venature quasi punk. Come si inserisce quell’energia ruvida all’interno di un album più sofisticato e cupo?
Volendo immaginare Barravento come un disco in cui il mio mare mostra tutte le sue sfaccettature — un mare calmo e dondolante in “Domenica” o una notte tempestosa in “Scilla” — ecco che “Sindrome di Stoccolma” è la giornata perfetta per andare a fare surf.
La dimensione “Frontiera” e il live. Vieni da Ventimiglia, una terra di confine, ma con il cuore in Brasile. Dopo l’esperienza di Live in Riviera, come cambierà l’impatto scenico dei tuoi concerti per restituire le nuove sfumature elettroniche di Barravento?
Amado conclude qui l’esperienza live. Ma potrei contraddirmi.










