C’è un filo sottile che tiene insieme trent’anni di musica, cambi di formazione e nove album all’attivo: è la voce inconfondibile di un ensemble che non ha mai smesso di interrogarsi su cosa significhi suonare insieme, davvero insieme.
I Rhapsódija Trio — Nadio Marenco alla fisarmonica, Luigi Maione alle chitarre e alla voce, Adalberto Ferrari ai clarinetti, sassofoni e fiati etnici — tornano con Di Visioni Musicali, pubblicato per Sensible Records (edizione Ishtar), un disco che arriva cinque anni dopo Un mondo, a pezzi e che porta in sé le tracce di una svolta: l’ingresso di Ferrari al posto del cofondatore Maurizio Dehò ha riconfigurato gli equilibri interni e aperto nuove mappe sonore, trasformando la continuità in occasione di rinascita.
Quello che colpisce fin dai primi minuti è la qualità del silenzio tra le note, quella forma di empatia musicale che si acquisisce solo con anni di condivisione del palco
Marenco porta la precisione di chi ha suonato con Guccini, Jannacci e Ornella Vanoni, eppure sceglie la misura e il respiro lungo. Maione è un narratore capace di passare dalla morbidezza mediterranea ai graffi rock senza soluzione di continuità. Ferrari, “il viandante della musica”, porta nel trio la sua doppia formazione classica e jazz — dall’ensemble di Christina Pluhar a Gianluigi Trovesi — con un approccio curioso, personale e senza barriere stilistiche. Il risultato è un disco di tredici tracce che rifiuta qualsiasi etichetta rigida: si attraversa il club jazz e il teatro popolare di strada, l’Europa dell’Est e il Mediterraneo, il klezmer e il blues, il groove funk e la psichedelia, eppure c’è sempre un centro di gravità timbrico che tiene insieme tutto.
For Gégé, composizione di Ferrari, è il manifesto programmatico dell’intero lavoro: nasce jazz, si allarga verso il rock, scivola nel free e poi torna, quasi di soppiatto, a una struttura riconoscibile. I tre si inseguono in un dialogo serrato dove ogni frase è al tempo stesso risposta e nuova domanda, e la forma si costruisce in tempo reale davanti all’ascoltatore. Con Viazoy, tradizionale klezmer rivisitato in chiave improvvisativa, arriva l’inaspettato: la distorsione elettrica della chitarra di Maione durante il primo assolo contamina la radice del brano senza tradirla, collocandola in un tempo diverso. La stessa operazione avviene su Der Gasn Nigun, trasfigurato dal clarinetto basso e dalla chitarra verso territori che sfumano nel blues e nella musica d’ambiente, con la fisarmonica che aggiunge un fraseggio notturno e metropolitano.
Di Visioni Musicali è coerente non perché si ripeta, ma perché ha una voce propria e sa dove vuole andare anche quando sembra smarrirsi
Il trio usa la diversità dei generi come lingua madre, una lingua imparata ognuno per conto proprio — tra jazz, klezmer, classica, teatro — e ora parlata insieme con la naturalezza di chi non ha bisogno di tradurre. È questo il senso più profondo del titolo: non visioni sulla musica, ma visioni che la musica rende possibili. Un ponte tra tradizione e sperimentazione che regge perché le sue fondamenta sono solide e i suoi archi sono liberi di muoversi nel vento.









