Londra, anni ’70 e oltre: crescere come il figlio dell’uomo che ha cambiato pelle più volte della storia stessa, e trovare un’identità lontano dal palco, dietro una macchina da presa
Duncan Jones nasce nel 1971 come Zowie Bowie, un nome che sembra uscito da un fumetto di fantascienza. E in effetti, la sua infanzia è un fumetto: colori, travestimenti, personaggi, metamorfosi continue. Suo padre è David Bowie, l’uomo che ha trasformato la musica in teatro, il corpo in linguaggio, l’identità in un’opera d’arte in continua mutazione. Duncan cresce così: in un universo dove nulla è stabile, nulla è definitivo, nulla è reale. È un’infanzia affascinante e destabilizzante allo stesso tempo. E sarà proprio da quel caos creativo che nascerà la sua vocazione: non imitare il padre, ma costruire mondi propri.
Il padre: un alieno in casa
David Bowie non è un padre tradizionale. È un artista che vive in un’altra dimensione. Ziggy Stardust, Aladdin Sane, The Thin White Duke: ogni personaggio è una nuova pelle, una nuova vita, una nuova ossessione. Duncan osserva tutto questo con occhi di bambino: il trucco, i costumi, le sessioni fotografiche, i tour, le interviste. Bowie è affettuoso, ma sfuggente. Presente, ma inafferrabile. È un padre che ama profondamente, ma che appartiene anche – e forse soprattutto – al mondo. Duncan cresce con la consapevolezza che suo padre non è solo suo. È di tutti.
L’infanzia tra Londra, Los Angeles e Berlino
La vita di Duncan è un continuo spostamento: Londra, Los Angeles, Berlino. Ogni città è un capitolo diverso della metamorfosi di Bowie. Duncan vive in hotel, backstage, case temporanee. È un bambino che impara presto a non affezionarsi ai luoghi. A non dare nulla per scontato. A costruire un mondo interiore solido, perché quello esterno cambia troppo in fretta. È un’infanzia che lo rende osservatore, introverso, riflessivo. Un bambino che guarda il mondo come se fosse un film.
La rottura con il nome: addio Zowie, benvenuto Duncan
A un certo punto, Duncan prende una decisione radicale: cambiare nome. Non vuole essere Zowie Bowie. Non vuole essere un personaggio. Non vuole essere un’estensione del padre. Vuole essere un uomo. È un gesto simbolico, ma potentissimo. È il primo passo verso la costruzione di un’identità autonoma. Duncan sceglie un nome semplice, umano, terrestre. È un modo per dire: “Io non sono un alieno. Io non sono un mito. Io sono me stesso.”
La scelta del cinema: creare mondi senza essere al centro
Studia filosofia, poi cinema. È attratto dalla costruzione dei mondi, non dalla performance. Vuole raccontare storie, non incarnarle. Vuole dirigere, non essere diretto. È una scelta che lo allontana dal palco e lo avvicina alla regia. E quando nel 2009 esce Moon, il suo primo film, il mondo capisce che Duncan non è “il figlio di Bowie”. È un autore. Moon è un’opera intima, malinconica, profondamente umana. Un film che parla di identità, solitudine, duplicazione. Temi che Duncan conosce bene.
Moon, Source Code, Warcraft: tre mondi, un’unica firma
Duncan non si ripete mai. Moon è minimalista, filosofico. Source Code è un thriller temporale elegante e complesso. Warcraft è un blockbuster fantasy gigantesco. Tre film diversissimi, ma uniti da un filo rosso: la costruzione di mondi. Duncan non cerca la fama. Cerca la coerenza. Cerca la profondità. Cerca la possibilità di creare universi che non dipendano dal cognome Bowie.
Il rapporto con David: amore, rispetto, distanza necessaria
Duncan parla del padre con un affetto sobrio, mai spettacolare. David Bowie, dal canto suo, è orgoglioso del figlio. Lo sostiene, lo incoraggia, lo ammira. Ma non lo invade. È un rapporto adulto, equilibrato, raro nel mondo dei figli d’arte. Quando Bowie muore nel 2016, Duncan è devastato. Ma affronta il lutto con una dignità silenziosa, lontana dai riflettori. È un dolore privato, non un evento mediatico. È un figlio che piange un padre, non un’icona.
La paternità: un’eredità che continua in modo diverso
Duncan diventa padre nel 2016, pochi mesi dopo la morte di David Bowie. Chiama suo figlio Stenton David Jones. Non Bowie. Non Zowie. David. È un omaggio affettuoso, non un marchio. È un modo per dire: “Tu sei mio figlio. E tuo nonno era un uomo, prima di essere un mito.”
Questa storia racconta un’eredità vissuta non come destino, ma come distanza. Non come imitazione, ma come scelta. Duncan Jones non ha mai cercato di essere David Bowie. Ha scelto la strada più difficile: essere un autore in un mondo che lo voleva erede. E proprio per questo la sua storia è così potente. È la storia di un figlio che ha guardato il cosmo paterno senza esserne inghiottito. E che ha costruito un universo tutto suo.








