Ària: la rarefazione come linguaggio, tra voce e trombone in contrappunto.
Esce venerdì 18 aprile per nusica.org Ària, nuovo album dell’omonimo quintetto composto da Giuditta Franco (voce), Edoardo Cian (chitarra e banjo), Giulio Tullio (trombone), Francesco Bordignon (contrabbasso) e Francesco De Tuoni (batteria). Ad anticipare il disco, il singolo “Time Thieves”.
Ària nasce come trio (voce, chitarra, trombone) con l’obiettivo di mettere gli strumenti sullo stesso piano e creare uno spazio aperto all’improvvisazione. Al centro c’è l’esplorazione di un suono rarefatto: attraverso l’effettistica e la ricerca timbrica, le identità individuali si moltiplicano e si fondono fino a diventare un vero “suono del gruppo”.
L’evoluzione in quintetto amplia il campo: contrabbasso e batteria aggiungono un tappeto ritmico e una gamma timbrica più estesa, mettendo in risalto intrecci di voci e armonie del nucleo originario e portando nuovi stimoli sul piano del groove. In questo equilibrio tra rarefazione e tensione si colloca uno dei tratti distintivi del gruppo: il contrappunto tra trombone e voce, due linee vicine per estensione e colore, pensate come una “doppia voce” d’ensemble.
Racconta Giuditta Franco
In un ensemble con la voce siamo abituati a sentirla come leader. Io volevo cercare un altro ruolo: portarla sullo stesso piano degli altri strumenti. Ci piaceva molto l’idea del dialogo con il trombone, per creare una sorta di contrappunto: a livello timbrico sono molto simili. È una ricerca sonora che apre tantissime possibilità, non solo l’espressione di un testo — e questa è una delle cose per me più importanti.»
L’intenzione è quella di creare immagini sonore con una sensazione quasi visiva, come pennellate che prendono forma nel tempo. Un percorso maturato anche in contesti formativi come Siena Jazz e nutrito da riferimenti condivisi: il trio Azimuth di Norma Winstone, John Taylor e Kenny Wheeler come orizzonte di riferimento, e, sullo sfondo, gli ascolti che hanno accompagnato la formazione del gruppo nell’area di Carla Bley e Charlie Haden.
I brani di Ària
Il singolo Time Thieves di Francesco Bordignon, scelto ad anticipare l’uscita del disco dal 10 aprile, è una “space ballad” strutturata in tre sezioni (tema – improvvisazione – tema) con una drammaturgia costruita sulla rivelazione progressiva. Il tema si compone di due linee distinte — note lunghe affidate a voce e trombone, una linea più articolata affidata a chitarra e contrabbasso — ma nella prima esposizione la chitarra si muove liberamente, senza rivelare del tutto l’intreccio melodico che comparirà solo alla fine.
La sezione centrale è un’improvvisazione radicale: nell’album, il solo collettivo è stato registrato partendo dall’energia e dalla densità di un momento conclusivo, asciugando progressivamente la trama sonora fino a un ambiente minimalista, e poi sottoposto a reverse. L’ascoltatore percorre quindi il percorso al contrario — dal minimalismo verso una trama sempre più fitta, fatta di suoni che, ribaltati, richiamano parzialmente gli strumenti convenzionali ma offrono timbri inaspettati. Si arriva così al tema finale, eseguito per la prima volta a tempo e con groove, con le due linee melodiche che si intrecciano nella loro interezza mentre la batteria orchestra il tutto portando il brano al suo culmine dinamico.
Il repertorio media tra improvvisazione libera e scrittura e tiene insieme sperimentazione radicale e ricerca sulla forma-canzone.
Underwater di Edoardo Cian si muove in una rarefazione lenta, con un suono che si plasma in una dimensione quasi metafisica fino a trasformarsi in silenzio: nasce da una nota ostinata ribattuta che dà vita all’intera composizione, tra accordi enigmatici e illusioni ritmiche, prima di aprirsi nella terza parte a echi folk e rock. Qui la nota ostinata non scompare ma genera una frase melodica ricorrente che sottolinea, assieme alle parole del testo, la difficoltà del movimento e il tentativo continuo di liberarsi da una condizione-limite.
Wonders di Giuditta Franco costruisce un’atmosfera onirica fatta di suoni riverberati ed echi, con la voce che si fa evocazione sonora e il trombone che riprende la melodia all’unisono; una sezione più acustica e quasi rock — sostenuta dal metro — conduce a un tema finale in cui la melodia si distende e si dissolve in nuove linee sovrapposte tra voce e trombone, chiudendo il cerchio dell’esperienza sonora.
I brani di Ària sono in gran parte originali, firmati dai singoli membri e poi sviluppati collettivamente in fase di arrangiamento.
Valinys di Edoardo Cian, dedicato alla ricerca del compositore e percussionista Sylvain Darrifourcq, esplora la polimetronomia e il “groove scomposto”: l’incastro meccanico tra batteria e chitarra, sullo sfondo del contrabbasso ad arco, contrasta con le linee di trombone e voce in una dialettica continua tra costrizione e libertà. Nella sezione centrale batteria e chitarra si liberano dall’incastro per dialogare nello spazio, prima di tornare al metro scomodo finale, dove trombone e voce improvvisano liberamente su un riff che resta però meccanico, fino alla coda in cui ogni strumento si “congela” progressivamente su note singole del tema, dissolvendosi in un’unica nota finale.
Accanto alle composizioni originali compaiono due riletture. Holland di Sufjan Stevens viene ricondotta a un impianto d’ensemble in cui il dialogo tra voce e trombone diventa asse narrativo e timbrico, mentre l’effettistica contribuisce a spostare il brano nell’ambiente sonoro del gruppo. Black and White di Stefano Onorati e Marco Tamburini, con testo di Giuditta Franco, è un’altra riscrittura significativa, sviluppata dal quintetto nel proprio percorso di definizione del repertorio.









