Pubblicato nel Giugno del 1977, I Robot è il secondo album di The Alan Parsons Project e rappresenta uno dei momenti più alti della musica progressive e art rock degli anni Settanta.
Dopo l’esordio con Tales of Mystery and Imagination, ispirato ai racconti di Edgar Allan Poe (pubblicato nel Maggio del 1976), Alan Parsons e Eric Woolfson consolidano qui la loro identità artistica, spingendosi verso un concept più moderno, visionario e sorprendentemente attuale.
Un concept tra fantascienza e riflessione umana
Il titolo dell’album richiama esplicitamente il celebre ciclo di racconti I, Robot di Isaac Asimov. Sebbene problemi di copyright abbiano impedito un adattamento diretto delle storie, l’ispirazione rimane evidente: I Robot esplora il rapporto tra uomo e macchina, la perdita di controllo, il progresso tecnologico e il paradosso di robot sempre più “umani” contrapposti a uomini sempre più meccanici. Temi che, a distanza di decenni, risultano quasi profetici.
Un suono innovativo e raffinato
Dal punto di vista musicale, I Robot è un perfetto equilibrio tra progressive rock, pop sofisticato, funk (I Wouldn’t Want to Be Like You) ed elettronica nascente. Alan Parsons, già noto come ingegnere del suono (celebre il suo lavoro su The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd), utilizza lo studio come uno strumento creativo: sintetizzatori, vocoder, arrangiamenti orchestrali e cori stratificati creano un’atmosfera futuristica avvolgente e mai fredda.
Brani come I Robot (che oltre ad essere la title track rappresenta anche il magnifico opener strumentale), I wouldn’t be like you e Breakdown mostrano una produzione impeccabile e all’avanguardia per l’epoca, mentre Don’t Let It Show e Some Other Time rivelano il lato più melodico e malinconico del progetto.
Some other time in particolare è un pezzo monumentale, con un arrangiamento orchestrale e cori sovraincisi che rappresentano un inno alla libertà, in fuga dall’alienazione che ci costringe a isolarci dal mondo reale e a vivere in quello virtuale delle macchine.

Un album senza protagonisti, ma con molte voci
Una delle peculiarità di The Alan Parsons Project è l’assenza di una band fissa con un frontman riconoscibile. I Robot è raccontato e interpretato da diversi cantanti (tra cui Lenny Zakatek e Allan Clarke) e da musicisti di altissimo livello, enfatizzando l’idea di progetto più che di gruppo tradizionale. Questa scelta rafforza il carattere corale e quasi impersonale dell’album, perfettamente in linea con il tema delle macchine e dell’identità.
Eredità e attualità
A quasi cinquant’anni dalla sua uscita I Robot resta un disco fondamentale, non solo per i fan del progressive rock, ma per chiunque sia interessato a opere concettuali capaci di unire musica, tecnologia e filosofia. La sua influenza si avverte ancora oggi, soprattutto nell’uso narrativo dell’elettronica e nella riflessione critica sul progresso.
In definitiva, I Robot non è soltanto un album: è una visione sonora del futuro, nata in un’epoca in cui i computer occupavano intere stanze, ma in grado di parlare con sorprendente lucidità al mondo digitale di oggi.


