Nati in un garage di Ann Arbor alla fine degli anni Sessanta, i The Stooges inventarono qualcosa che il mondo non sapeva ancora di voler sentire — e che avrebbe impiegato un decennio intero ad accorgersene.
Ann Arbor, 1967: il rumore di un’epoca che non sa ancora di essere finita
C’è una fotografia che circola da decenni tra i collezionisti: Iggy Pop a torso nudo, fango sul petto, occhi sbarrati nel vuoto, un microfono stretto come un’arma. Non è un’immagine di concerto programmato. È un documento. Quella faccia racconta tutto ciò che i The Stooges volevano dire — prima ancora di avere le parole per dirlo.
La storia inizia ad Ann Arbor, Michigan, nel 1967. James Newell Osterberg Jr. — già ribattezzato Iggy Pop, soprannome nato dai tempi della sua breve carriera come batterista in un gruppo chiamato The Iguanas — incontra i fratelli Ron e Scott Asheton. A loro si aggiunge presto il bassista Dave Alexander. Hanno poca tecnica, molta rabbia, e un’idea quasi fisica del rock come aggressione sonora. Non si tratta di suonare bene. Si tratta di suonare vero.
Ann Arbor era allora una città universitaria viva e politicamente accesa, a poche miglia da Detroit — la capitale dell’industria automobilistica americana e, in quegli anni, anche di una scena musicale straordinaria. I MC5, i grandi fratelli maggiori, predicavano rivoluzione dal palco del Grande Ballroom. I The Stooges guardavano e ascoltavano, ma prendevano una direzione diversa: meno ideologica, più viscerale. Meno politica, più primitiva.
Il nome: uno scherzo che diventa identità
Il nome “The Stooges” è, a tutti gli effetti, un omaggio ironico. I Three Stooges erano un celebre trio comico americano degli anni Trenta e Quaranta — Moe, Larry e Curly — noto per una comicità slapstick volgare e caotica, fondata su ceffoni, inciampi, disastri a catena. Era un umorismo plebeo, popolarissimo e disprezzato dalla critica colta.
Iggy ha raccontato in più interviste che la scelta del nome conteneva una doppia intenzione. Da un lato, l’identificazione esplicita con qualcosa di goffo e spregevole: i The Stooges sapevano benissimo che il mondo del rock colto li avrebbe guardati come buffoni. Dall’altro, una dichiarazione di anarchia: come i loro omonimi televisivi, distruggevano l’ordine — e lo facevano ridendo, o almeno con un ghigno.
«Non volevamo essere cool. Volevamo essere reali.
Iggy Pop
E reale fa paura.»
C’è anche chi legge nel nome un riferimento al caos genuino della loro musica dal vivo — concerti in cui Iggy si lanciava sul pubblico, si rotolava sui cocci di bottiglia, si cospargeva di burro di arachidi. Il termine “stooge” in inglese americano significa anche “spalla comica“, “fantoccio“, “testa di legno“. Iggy Pop come fantoccio del rock? Forse. Ma un fantoccio che tagliava il filo da solo.
La discografia: tre album, tre scosse telluriche
I The Stooges pubblicarono tre album nel corso della loro prima incarnazione, tra il 1969 e il 1973. Tre dischi che vendettero pochissimo all’epoca e che sarebbero diventati, con il tempo, testi sacri del rock alternativo.
- The Stooges · 1969 · Elektra Records – L’esordio. Prodotto da John Cale dei Velvet Underground, è un disco grezzo, nervoso, costruito su riff monotonali e ripetitivi. “I Wanna Be Your Dog” e “1969” definiscono un’estetica del minimalismo aggressivo che non ha precedenti nel rock. Vendette male. Conta ancora.
- Fun House · 1970 · Elektra Records – Il capolavoro. Registrato dal vivo in studio, senza overdub, è un documento di energia bruta irripetibile. L’ingresso del sassofonista Steve Mackay porta la musica verso il free jazz, il rumore, il crollo. “Loose”, “TV Eye”, “L.A. Blues” non assomigliano a nulla di ciò che veniva suonato in quell’anno. Considerato da molti il disco proto-punk definitivo.
- Raw Power · 1973 · Columbia Records – Registrato con una formazione riorganizzata — Iggy & The Stooges — e prodotto da David Bowie. James Williamson sostituisce Ron Asheton alla chitarra e porta un suono tagliente come lame. “Search and Destroy” e “Gimme Danger” sono anthems del rock duro. Il disco che avrebbe ispirato direttamente i Sex Pistols e i Clash.
Dopo Raw Power, la band si sciolse nel 1974 tra overdose, liti e insolvenza. Il rock non era ancora pronto. Il punk ci avrebbe messo altri tre anni ad arrivarci — e quando arrivò, citò i The Stooges come padre, padrino e testamento.
Il suono che arrivò in ritardo
Quando i Sex Pistols esplosero nel 1976, Johnny Rotten aveva una t-shirt con scritto “I Hate Pink Floyd“. Ma sotto al letto aveva Raw Power. I Ramones conoscevano a memoria Fun House. Henry Rollins dei Black Flag ha dichiarato di aver imparato a urlare da Iggy Pop. Kurt Cobain considerava Raw Power uno dei cinque dischi più importanti della sua vita.
I The Stooges si riformarono nel 2003 — prima con Ron Asheton alla chitarra, poi, dopo la sua morte nel 2009, con James Williamson — pubblicando un ultimo album, The Weirdness (2007), accolto tiepidamente dalla critica. Nel 2010 furono ammessi alla Rock and Roll Hall of Fame. Era già tardi, ma la storia spesso restituisce ciò che si è preso in prestito.
Ciò che i The Stooges inventarono non si spiega facilmente. Non fu solo una questione di velocità, volume o provocazione. Fu un’idea di autenticità fisica, quasi carnale, del rock come gesto prima che come musica. Iggy Pop non “eseguiva” — esplodeva. E quella esplosione, rimasta inerte per anni nei solchi di tre dischi dimenticati, si è propagata fino ad oggi senza mai esaurirsi.
Discografia dei The Stooges
- 1969 – The Stooges
- 1970 – Fun House
- 1973 – Raw Power
- 2007 – The Weirdness
- 2013 – Ready to Die








