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Talking Heads e 77, il disco con cui nasce un mito

Talking Heads-77

Quando nascono i Talking Heads, nel 1975, il rock è in piena crisi d’identità. Da una parte ci sono i dinosauri del progressive e dell’hard rock, tecnicamente impeccabili ma sempre più distanti dalla strada; dall’altra il glam ha già perso la sua carica sovversiva.  

L’America post-Richard Nixon è disillusa, economicamente in difficoltà, e New York è una città sporca, decadente, elettrica. È qui che nasce il punk americano, non come slogan politico ma come necessità estetica. I Talking Heads suonano semplici, diretti, veri. Nel 1974 apre il CBGB, un locale che diventerà laboratorio permanente di una nuova scena: Ramones, Patti Smith, Blondie, Television.

In questo contesto nascono i Talking Heads, ma sono un oggetto strano fin dall’inizio. Non vengono dal sottobosco proletario, non hanno l’estetica nichilista dei Ramones, non sono poeti maledetti alla Patti Smith. Vengono da una scuola d’arte.

David Byrne e Chris Frantz si conoscono alla Rhode Island School of Design. Con loro c’è Tina Weymouth, bassista autodidatta (impara praticamente per entrare nella band), e il tastierista Jerry Harrison arriverà poco dopo. Byrne è il centro magnetico. È magro, nervoso, con gli occhi spalancati. Una presenza che oscilla tra il timido patologico e il performer concettuale. Non è un frontman classico, non vuole sedurre o aggredire, osserva. E canta come se stesse analizzando il mondo da dietro un vetro.

La prima incarnazione del gruppo è un trio: Byrne (voce e chitarra), Weymouth (basso), Frantz (batteria). Suonano per la prima volta al CBGB nel 1975 come gruppo di supporto ai Ramones

Non sono né rumorosi, né sono veloci, men che meno rabbiosi. Sono asciutti, quasi nervosi, costruiti su linee di basso ipnotiche e chitarre taglienti. In mezzo al caos punk, sembrano minimalisti cerebrali. E proprio per questo spiccano.

Nel 1977 entra stabilmente Jerry Harrison, già nei Modern Lovers di Jonathan Richman, che aggiunge tastiere e una seconda chitarra, completando la formazione che inciderà il primo album. Con lui il suono si arricchisce, pur restando essenziale.

Gli esordi sono tipici della scena newyorkese: concerti continui, passaparola, demo registrati con pochi mezzi ma idee chiarissime. Il singolo Love → Building on Fire attira l’attenzione della Sire Records, etichetta che sta già lavorando con Ramones e altri nomi della scena.

La band firma e si ritrova in studio con un produttore non qualunque: Brian Eno. In realtà Eno non produrrà direttamente Talking Heads: 77, ma sarà coinvolto poco dopo; per il debutto il produttore sarà Tony Bongiovi, con Lance Quinn. Tuttavia, il nome di Eno comincia già a orbitare attorno alla band, segno che qualcosa di interessante sta accadendo.

Si arriva così al 1977. Il punk esplode mediaticamente con i Sex Pistols in Inghilterra, mentre a New York la scena è più articolata e meno ideologica. I Talking Heads sono dentro quel movimento ma anche di lato. Non gridano no future: analizzano il presente. Non distruggono la forma canzone: la smontano e la rimontano con precisione quasi accademica.

Quando entrano in studio per incidere il loro primo album, hanno già un’identità fortissima. Non stanno cercando di capire chi sono. Lo sanno benissimo. E sono pronti a dimostrarlo

Talking Heads: 77 viene registrato tra la fine del ’76 e l’inizio del ’77 ai Sundragon Studios di New York. Alla produzione c’è Tony Bongiovi, nome che oggi fa sorridere per un dettaglio genealogico: sì, è il cugino di Jon Bon Jovi. Ma nel ’77 Bon Jovi non è ancora nessuno e Bongiovi è semplicemente un produttore navigato, con esperienza nel mondo soul e pop, più abituato a rendere le cose radiofoniche che a inseguire nevrosi art-rock.

Il rapporto tra la band e Bongiovi non è esattamente idilliaco. I Talking Heads vogliono mantenere la loro asciuttezza nervosa, quella sensazione da sala prove con i nervi scoperti; il produttore tende a “normalizzare”, a rendere il tutto più levigato. Il risultato è un compromesso. Il disco suona relativamente pulito rispetto alla ferocia live, ma resta comunque scarno, spigoloso, privo di qualunque enfasi superflua.

Byrne, in particolare, non sarà mai completamente soddisfatto di questa produzione, tanto che nei lavori successivi cercherà un controllo più diretto, trovando in Brian Eno il partner ideale per spingersi altrove

La produzione è essenziale. Chitarre secche, basso in primo piano, batteria asciutta, tastiere usate con parsimonia. Non c’è riverbero da arena, non c’è stratificazione pomposa. Per il 1977, in piena esplosione punk e con il rock ancora legato a suoni corposi o virtuosismi prog, questo minimalismo è quasi un manifesto. Ma non è il minimalismo rozzo dei Ramones, qui c’è un’attenzione quasi matematica agli incastri ritmici, una freddezza calcolata che rende tutto più inquietante.

Un aneddoto significativo riguarda proprio la voce di Byrne, lontanissima dagli standard del frontman rock. Niente timbro potente, niente sensualità blues. È una voce che sembra analizzare se stessa mentre canta. Molti all’epoca la trovano fastidiosa, aliena. Ed è esattamente questo il punto. Byrne non interpreta un personaggio, lo smonta davanti a noi

La copertina è coerente con tutto il resto. Fondo rosso acceso, quattro ritratti frontali dei membri della band, immobili, quasi inespressivi. Nessuna posa da rockstar, nessun gesto teatrale. Sembrano foto da documento più che icone da poster. Anche qui: sottrazione, ironia sottile, anti-glamour programmatico. Il titolo, Talking Heads: 77, è altrettanto asciutto. Nessuna metafora, nessun nome evocativo. È il loro primo disco, nel 1977. Tutto qua.

Alla sua uscita, l’album non è un’esplosione commerciale, ma nemmeno un oggetto di nicchia invisibile. Vende discretamente negli Stati Uniti e inizia a costruire una reputazione solida, soprattutto nel circuito alternativo e universitario. La critica è più attenta del grande pubblico e molti recensori colgono immediatamente la differenza rispetto al punk britannico dei Sex Pistols o dei Clash. Qui non c’è rabbia politica diretta, ma un’ansia suburbana, una nevrosi da classe media colta che osserva il mondo come se fosse un esperimento sociale.

Ed è proprio questo a renderlo “nuovo”. Nel 1977 il rock alternativo non esiste ancora come categoria definita. Il termine “new wave” sta iniziando a circolare, ma è vago. I Talking Heads prendono l’urgenza del punk e la filtrano attraverso l’art school, il funk minimale, l’ironia postmoderna. Non distruggono il rock, lo mettono sotto una lente d’ingrandimento

Il risultato è un disco che non suona come il passato e non somiglia del tutto a nessuno dei suoi contemporanei. Non è rivoluzionario nel senso esplosivo del termine, ma introduce una postura diversa, intellettuale ma ballabile, fredda ma ritmica, cerebrale ma piena di groove. Entriamo allora nelle canzoni una per una. Perché è lì che questa “novità” diventa concreta.

Il disco si apre con Uh-Oh, Love Comes to Town e già qui si capisce che i Talking Heads non sono un gruppo punk come gli altri: il ritmo è nervoso ma quasi danzabile, il basso di Tina Weymouth è elastico, centrale, e la chitarra di Byrne lavora per sottrazione, più per accenti che per muri sonori. È una canzone d’amore solo in apparenza, perché Byrne la canta come se stesse descrivendo un fenomeno biologico, non un sentimento.

Subito dopo New Feeling alza la tensione. Più serrata, più spezzata, costruita su stop-and-go che mostrano quanto la band ragioni già in termini ritmici e non solo armonici. Chris Frantz tiene un tempo asciutto, quasi metronomico, mentre le chitarre si incastrano in modo chirurgico.

Tentative Decisions gioca invece su un’idea di instabilità. Il titolo è perfetto, la struttura sembra sempre sul punto di deviare, con un cantato che oscilla tra ironia e nevrosi. È uno dei primi esempi di quella poeticabyrneana fatta di personaggi insicuri, osservatori goffi del proprio stesso comportamento

Happy Day è più veloce e nervosa, quasi un esercizio di controllo ritmico, mentre Who Is It? accentua l’alienazione. Linee vocali ripetitive, testo frammentato, un senso di paranoia quotidiana che diventerà centrale nella scrittura di Byrne. Poi arriva No Compassion, che è quasi un manifesto emotivo. Il groove è più marcato, il basso pulsa con decisione, e il testo ribalta il sentimentalismo rock con un cinismo glaciale. Byrne canta la mancanza di empatia come se stesse leggendo un referto clinico.

The Book I Read è più lineare ma non meno sottile: apparentemente romantica, in realtà è ancora una riflessione sull’inadeguatezza, con un ritornello che resta in testa senza bisogno di alzare la voce. Don’t Worry About the Government è uno dei momenti più ironici del disco: su una base quasi solare, Byrne elenca dettagli di vita urbana con entusiasmo burocratico, trasformando l’alienazione da ufficio in pop minimale. È qui che si sente l’anima art-school della band, capace di trovare poesia nel cemento.

Poi arriva First Week/Last Week… Carefree, breve, spezzata, quasi un appunto musicale più che una canzone compiuta, ma funzionale a mantenere quella sensazione di instabilità controllata che attraversa tutto l’album

E infine Psycho Killer. Il brano era già nel repertorio live da tempo e qui trova la sua forma definitiva. Una linea di basso ipnotica, essenziale, costruita su poche note ripetute con variazioni minime; chitarra che entra a colpi secchi; batteria che tiene una tensione costante senza mai esplodere davvero. Il cantato alterna inglese e francese, sussurri e scatti improvvisi. Il celebre “fa-fa-fa-fa” nasce quasi come riempitivo ritmico, ma diventa elemento identitario, un tic sonoro che rende il brano immediatamente riconoscibile.

Ah, l’aneddoto del coltello. Si racconta che Tony Bongiovi, per spingere Byrne a un’interpretazione più intensa, gli abbia messo in mano un coltello da cucina in studio durante una take. Il tentativo era di evocare la tensione psicopatica del testo. Byrne, coerentemente con il personaggio, non reagì con isteria. Anzi, non reagì proprio, limitandosi a dire che non avrebbe funzionato.

Vera o ingigantita che sia, la storia rende bene l’idea del clima di tensione trattenuta, mai davvero esplosa. Anzi, pare che l’idea da Actor’s Studio abbia solo accentuato il malumore verso Bongiovi. Chiude Pulled Up, il brano più apertamente “positivo” del lotto, quasi un’esplosione di sollievo dopo tanta ansia compressa. È veloce, energica, e sembra anticipare la direzione più ritmica e aperta che la band esplorerà di lì a poco.

Riascoltato oggi, Talking Heads: 77 ci appare come un capolavoro, ma ancora leggermente acerbo, soprattutto nella produzione. Si sente che la band dal vivo era più tagliente, più pericolosa, e che il suono in studio è stato in parte contenuto. Eppure, proprio questa tensione irrisolta lo rende affascinante

Da qui in avanti, con l’ingresso creativo sempre più decisivo di Brian Eno, arriveranno dischi come More Songs About Buildings and Food, Fear of Music e soprattutto Remain in Light, dove l’intuizione iniziale esploderà in qualcosa di ancora più ambizioso, contaminato e radicale. Ma tutto comincia qui, in questo 1977 asciutto e nervoso, dove quattro teste parlanti iniziano a smontare il rock pezzo per pezzo. Di questo disco, inevitabilmente, torneremo a parlare.

— Onda Musicale

Tags: Hard rock, Punk, Patti Smith, Sex Pistols, Ramones, David Byrne, Brian Eno, The Clash, Jon Bon Jovi
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