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Black Keys, il ritorno al blues delle radici con Peaches!

I Black Keys hanno da poco rilasciato il loro quattordicesimo album in studio, intitolato Peaches! Un lavoro che non è solo un nuovo tassello a una discografia voluminosa, ma un punto di rottura e, paradossalmente, di guarigione.

Il percorso artistico dei Black Keys prima di Peaches! inizia in un seminterrato di Akron, Ohio, all’alba del nuovo millennio. Una via che attraversa tutte le fasi canoniche della mitologia rock. L’ascesa faticosa nel circuito indipendente, l’esplosione globale alimentata da riff indelebili, la fase delle arene dorate e, infine, il confronto con la fragilità del successo e la perdita di direzione. Dopo anni trascorsi a inseguire una produzione sempre più stratificata e collaborativa, Dan Auerbach e Patrick Carney hanno scelto di spogliarsi di ogni sovrastruttura, tornando a quel blues-punk viscerale e primordiale che aveva definito i loro primi passi.

Per comprendere la portata di Peaches! è necessario ripercorrere brevemente la traiettoria di una band che ha fatto della chimica tra chitarra e batteria la propria cifra. Dan Auerbach e Patrick Carney si conoscono fin dall’infanzia condivisa in un quartiere di Akron a poche case di distanza. Entrambi provengono da contesti familiari intrisi di musica: Auerbach è cugino del chitarrista Robert Quine, figura centrale della scena avant-rock di New York, mentre lo zio di Carney, Ralph, è stato un collaboratore storico di Tom Waits.

Questa eredità si è fusa in un suono che mescolava la ruvidezza del Mississippi Hill Country blues con l’urgenza del garage rock. I primi quattro album, registrati in studi di fortuna e autoprodotti, hanno costruito un culto sotterraneo culminato nella svolta di Attack & Release (2008), dove la collaborazione con il produttore Danger Mouse ha introdotto elementi di modernariato sonoro e psichedelia.

Il successo planetario di Brothers (2010) ed El Camino (2011) ha trasformato i Black Keys in giganti delle arene, ma ha anche innescato un processo di allontanamento da quella “sporcizia” sonora che era la loro linfa vitale. Gli anni successivi sono stati caratterizzati da sperimentazioni alterne, dalla malinconia di Turn Blue alla celebrazione delle radici in Delta Kream e Dropout Boogie. Tuttavia, è stato il 2024 a rappresentare l’anno della crisi definitiva.

L’album Ohio Players, nonostante le collaborazioni con Beck e Noel Gallagher, ha ottenuto il peggior posizionamento in classifica per la band dal 2006, seguito dalla traumatica cancellazione di un tour nordamericano nelle arene a causa della scarsa vendita dei biglietti. Questo fallimento ha portato al licenziamento del manager Irving Azoff e a una pubblica disputa legale e d’immagine che ha lasciato la band profondamente segnata.

L’origine di Peaches! non è legata a una strategia di mercato, ma a una necessità terapeutica. All’inizio del 2025, al padre di Dan Auerbach, Chuck, è stato diagnosticato un cancro esofageo in fase terminale. Auerbach ha dedicato mesi alla cura del genitore, portandolo a vivere nella propria casa. In questo clima di incertezza e dolore, Patrick Carney ha proposto all’amico di sempre di rifugiarsi in studio per “esorcizzare l’esperienza” attraverso la musica.

Le sessioni che ne sono seguite non erano inizialmente destinate a diventare un album; erano jam session febbrili, improvvisazioni nate dal desiderio di scaricare la tensione nervosa. Auerbach ha descritto il processo come un momento in cui “i nervi erano scoperti” e la voglia di urlare prevaleva su ogni calcolo produttivo.

Questa urgenza si riflette nella scelta di registrare l’album dal vivo, con tutti i musicisti nella stessa stanza e sovraincisioni ridotte al minimo. È la prima volta dal 2006 che Auerbach e Carney curano interamente il mixaggio, accettando il rischio che i suoni delle chitarre traboccassero nei microfoni della batteria, creando un impasto sonoro saturo e sporco. La decisione di realizzare un album di cover non è stata casuale, i brani selezionati provengono dalle collezioni personali di 45 giri dei due musicisti, pezzi oscuri che hanno alimentato la loro passione iniziale per il blues e il soul.

Come dichiarato dalla band, non si tratta di semplici omaggi, ma di una “ri-narrazione” di canzoni che fungono da ancora spirituale in un momento di deriva personale. Registrato agli Easy Eye Sound Studios di Nashville, l’album vede la partecipazione di collaboratori storici e nuovi innesti che hanno contribuito a definire il suono “fangoso” del disco. Kenny Brown alla chitarra ed Eric Deaton al basso, già presenti in Delta Kream, portano l’esperienza diretta del suono del Mississippi Hill Country, avendo suonato con leggende come R.L. Burnside e Junior Kimbrough. A loro si è aggiunto Jimbo Mathus, polistrumentista dei Squirrel Nut Zippers. Il suo apporto all’organo, alla Wurlitzer e alla chitarra ha aggiunto una dimensione psichedelica e soul alle sessioni.

L’estetica visiva dell’album è altrettanto significativa. La copertina, curata da Michael Carney (fratello di Patrick), utilizza una fotografia di William Eggleston risalente agli anni ’70. Eggleston è noto per aver nobilitato il quotidiano e il banale attraverso un uso pionieristico del colore, e la sua immagine conferisce a Peaches! un senso di atemporalità che rispecchia perfettamente il contenuto musicale: un rock che sembra emergere da un passato mai del tutto sopito.

Il disco si apre con una sequenza di brani che stabiliscono immediatamente il perimetro sonoro. Un mix di blues ipnotico, groove trascinanti e una distorsione che chiarisce subito la direzione.

L’attacco è con Where There’s Smoke, There’s Fire. Originariamente scritta da Willie Griffin, questa traccia apre l’album con un riff di chitarra che sembra emergere da una palude elettrica. La versione dei Black Keys trasforma l’originale in un pezzo lento, quasi infestato. Il tono della chitarra di Auerbach è basso e denso sopra la traccia. La performance vocale è fumosa e vissuta, dando l’impressione di un brano che ha respirato polvere e umidità per decenni prima di essere catturato su nastro.

Si prosegue con Stop Arguing Over Me. Il pezzo, attribuito a Levester Carter (noto come Paul “Wine” Jones), è un omaggio al blues più scarno e primitivo. L’arrangiamento è dominato da una batteria che mescola un fascino rockabilly a un incedere ipnotico tipico del Hill Country blues. La dinamica tra i due musicisti è qui al suo massimo. Carney picchia con una regolarità marziale mentre Auerbach ricama linee di chitarra che sembrano dialogare con i fantasmi di Junior Kimbrough.

Si scava ancora più indietro con Who’s Been Foolin’ You. In questo brano di Arthur “Big Boy” Crudup, la band esplora territori più psichedelici. L’introduzione è caratterizzata da riff che richiamano lo stile di Jimi Hendrix, per poi stabilizzarsi in un groove ritmico martellante. L’aggiunta dell’organo suonato da Auerbach conferisce alla traccia una tessitura densa, trasformando un classico del blues in una cavalcata garage che potrebbe tranquillamente trovare posto in una colonna sonora di un film di genere degli anni ’70.

La quarta traccia, It’s a Dream, ci porta direttamente nel Delta del Mississippi. L’atmosfera è dettata da un’armonica riverberata che stabilisce un clima onirico e febbrile. I riff di chitarra cambiano tonalità nel corso del pezzo, passando da un accompagnamento discreto a una trance psichedelica che Auerbach ha paragonato a un viaggio allucinogeno. È uno dei momenti più intensi e meno strutturati del disco, dove la band si lascia andare alla pura improvvisazione.

Tomorrow Night è l’immancabile cover di Junior Kimbrough, un saggio di maestria ritmica. La batteria di Carney propelle la canzone con una forza incessante, mentre la chitarra taglia l’aria con precisione chirurgica. L’influenza del Hill Country blues è qui declinata in una chiave quasi punk. Dimostrazione di come il duo sia in grado di mantenere la reverenza per l’originale pur iniettandovi un’energia moderna e aggressiva.

You Got to Lose è il singolo di lancio del disco. Questa cover di Earl Hooker (resa celebre anche da George Thorogood) è un concentrato di pura energia blues-rock. La cassa di Carney suona così potente da sembrare in grado di abbattere una parete, mentre Auerbach si lancia in un assolo che è un ritorno alla gloria dei primi Black Keys. Il testo – You got to lose / You can’t win all the time” – assume un significato quasi profetico alla luce degli eventi che hanno colpito la band nel 2024.

Tell Me You Love Me, scritta da Jesse Mae Brooks, segna un leggero cambio di rotta. Il groove è più morbido, dominato da linee di chitarra fluttuanti che accompagnano una narrazione più intima e romantica. Nonostante la dolcezza del tema, la produzione mantiene quella patina “sporca” che impedisce al pezzo di risultare troppo levigato. È un brano che avrebbe potuto trovarsi nel loro album di debutto, tale è la sua essenzialità.

She Does It Right è sicuramente la sorpresa di Peaches! Si tratta di un brano proto-punk dei Dr. Feelgood scritto da Wilko Johnson. In questa versione viene completamente riletto come un boogie paludoso. Il ritmo è rallentato fino a diventare quasi lascivo, con una voce distorta che spinge il suono verso i confini più ruvidi della loro discografia. La trasformazione di un pezzo nato nei club britannici in un inno del Sud Usa è uno dei colpi di genio dell’album.

Fireman Ring the Bell è l’altrettanto immancabile tributo a R.L. Burnside e un vero assalto sonoro. La band ha aggiunto una seconda batteria in studio per aumentare la massa d’urto ritmica, lasciando che le chitarre ululino sopra un tappeto di percussioni che sembra sull’orlo del collasso. È il pezzo più “pericoloso” del disco, quello in cui la sensazione di una sessione live senza rete è più evidente.

Nobody But You Baby chiude Peaches! con un’altra cover di Junior Kimbrough, una jam di oltre sette minuti che rappresenta il “lento bruciare” del blues. Il ritmo è rilassato, la voce di Auerbach è al suo massimo espressivo, muovendosi tra sussurri e grida soffocate. Carney mantiene un groove ipnotico e profondo. È la degna conclusione di un viaggio che parte dal garage per arrivare all’anima più profonda della musica americana.

L’accoglienza di Peaches! è stata generalmente molto positiva, con una critica concorde nel riconoscere che il duo ha ritrovato la propria bussola artistica. Le testate specializzate hanno lodato la decisione di abbandonare le velleità pop di Ohio Players a favore di un suono che non cerca di compiacere le radio, ma che risponde a un’esigenza interiore.

Testate come Pitchfork o Paste Magazine sono rimaste più tiepide, criticando talvolta la mancanza di innovazione o la scelta di rifugiarsi in un territorio sicuro. L’album è percepito come una risposta necessaria a un’industria musicale che Carney ha definito “gestita da miliardari che cercano solo di fare più soldi”, un atto di ribellione silenziosa ma rumorosa.

Peaches! non è solo un disco di cover; è una dichiarazione di esistenza in vita. In un’epoca di perfezione digitale e di algoritmi che dettano i ritmi della creazione, i Black Keys hanno prodotto un album che profuma di fumo di paludi, delta del Mississippi e amplificatori valvolari. È il suono di due amici che, dopo aver toccato il fondo delle dinamiche discografiche e aver affrontato la mortalità, tornano all’unica cosa che non li ha mai traditi. Il blues.

Il ritorno al blues quasi punk delle origini non è un’operazione nostalgia, ma una ricarica energetica. I pezzi sono trattati con una libertà che solo vent’anni di carriera possono conferire, permettendo alla band di smontare e rimontare classici del genere senza mai risultare didascalica o pedante. Il suono è volutamente “fuori dal tempo”, capace di attrarre sia il fan della prima ora che rimpiange la cantina di Akron, sia l’ascoltatore che cerca nel rock un’autenticità che sembra scarseggiare nel panorama attuale.

Peaches! è un disco sporco, viscerale e profondamente umano. La prova che, a volte, per andare avanti è necessario fare qualche passo indietro e ricominciare da quel primo, sporco accordo di chitarra.

— Onda Musicale

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