Con “A Matter of Feelings”, i Temple Factory firmano il lavoro più maturo e consapevole della loro traiettoria, un disco che tiene insieme energia e introspezione senza cercare scorciatoie.
Tra distorsioni, aperture melodiche e una scrittura sempre più personale, con “A Matter of Feelings” la band bresciana mette al centro le emozioni come spazio di ricerca e verità. Li abbiamo raggiunti per parlare del nuovo album, del percorso che li ha portati fin qui e del senso, oggi, di restare fedeli a sé stessi dentro la scena alternativa.
“A Matter of Feelings” è un titolo diretto ma anche rischioso, perché espone molto. Quanto è stato difficile trovare un equilibrio tra sincerità emotiva e il bisogno di non cadere nel già sentito?
Sicuramente è un titolo rischioso ma possiamo anche dire obbligato. Al centro dell’album hanno trovato posto sentimenti realmente vissuti e a tratti anche molto personali quindi il cliché del disco “sentimentale” è necessariamente passato in secondo piano. Quando la musica affronta emozioni reali l’unica cosa che conta è esprimerle e raccontarle; tutto il resto non ha importanza. In fondo Amore, Paura, Ansia e Gioia sono sentimenti eterni che nella loro grandezza non rischieranno mai di cadere nel “già sentito”.
Il disco sembra muoversi costantemente tra spinta e introspezione. È una tensione che avete costruito consapevolmente in fase di scrittura o è emersa in modo naturale lavorando sui brani?
Riteniamo che sia più il frutto di una scelta consapevole; fin dell’inizio abbiamo volutamente optato per un album dove si alternassero parti più aggressive e parti più intime. Ovviamente ogni canzone ha una sua vita e un suo percorso e non sai mai di preciso che direzione prenderà, quale forma e quale atmosfera ma in linea generale possiamo dire che il binomio spinta-introspezione sia stato un obiettivo fin dall’inizio e in quella direzione siamo andati.
Arrivate da un debutto come It’s Time e da un percorso che vi ha portati a rimettere mano al vostro suono. In cosa vi sentite cambiati davvero, al di là dell’evoluzione più evidente?
Parlare di “cambiamento” forse sarebbe eccessivo perché questo nuovo lavoro si pone comunque in linea che ciò che l’ha preceduto. Tuttavia, l’esperienza di questi ultimi anni ci ha portato ad una maggiore consapevolezza musicale, soprattutto da un punto di vista tecnico e su questo fronte crediamo che ci sia stata un’importante evoluzione. La scrittura dei brani rimane l’aspetto fondamentale ma la qualità di un album deriva anche da innumerevoli aspetti “tecnici” che qualche anno fa forse tendevamo a mettere troppo in secondo piano. Oggi non è più così e speriamo che il risultato si possa sentire.
Brani come “Rebel”, “Million Stars” e “Come Back Home” mostrano lati molto diversi della band. Quanto è importante per voi mantenere questa varietà e quanto invece rischia di frammentare l’identità del disco?
Non c’è dubbio che esista una marcata differenza tra alcuni brani ma si tratta di una “frammentazione” in buona misura ricercata. Da un lato ciò permette di avere un album che può venire incontro a gusti più variegati, dall’altro garantisce un prodotto che si spera non risulti mai monotono all’ascolto. A Matter of Feelings parla di sentimenti a 360 gradi e tali sentimenti, nella loro grande varietà, non potevano che portare a brani talvolta molto distanti. Detto ciò siamo anche convinti che ci siano numerosi elementi che garantiscono un solido filo conduttore tra tutte le tracce; pensiamo agli arrangiamenti, allo stile di composizione, alle sonorità e al timbro vocale. Forse è la stessa “frammentazione” a costituire un collante in tutto l’album.
Avete parlato della volontà di allontanarvi parzialmente dalle sonorità anni ’90 pur restando nel vostro solco. Quali sono stati i compromessi più difficili da accettare in questo processo?
Sinceramente non parleremmo di compromessi; l’evoluzione che abbiamo avuto nell’ambito della sonorità è venuta molto naturale e quindi senza grandi sacrifici o ripieghi. Permane una radicata nostalgia per la musica anni ’90 ma è una questione più che altro mentale ed emotiva; la musica ha subito troppi cambiamenti in questi ultimi trent’anni e forse i paragoni cominciano a stare stretti. Abbiamo sempre strizzato l’occhio a quel periodo ma oggi, forse più di ieri, siamo consapevolmente radicati nel presente.
La genesi di alcuni brani (come la fusione di idee diverse in “Come Back Home”) racconta un metodo creativo aperto e in evoluzione. Quanto spazio lasciate all’istinto rispetto alla progettazione?
Domanda difficile! La progettazione di un brano è molto importante soprattutto perché ogni traccia deve collocarsi in un album e ciò deve avvenire secondo una logica. Ciononostante l’istinto ha comunque un ruolo maggiore e sicuramente più importante. Senza l’istinto nulla di artistico sarebbe possibile; puoi progettare quanto vuoi ma le canzoni arrivino come una sorta di “dono” ed è l’istinto che ti permette di sentirle e riconoscerle quando si presentano. Da questo punto di vista più che di “metodo creativo” forse dovremmo parlare di “ispirazione” e sperare che non venga mai meno.
Guardando alla scena alternativa italiana oggi, spesso divisa tra nostalgia e ricerca di nuove formule, dove sentite di collocarvi? Vi interessa essere parte di una scena o il vostro percorso resta volutamente più indipendente e isolato?
Questa è un’altra domanda difficile e che più volte ci è stata posta. È difficile in primo luogo perché considerarsi parte di una “scena” implicherebbe indicare quale scena e non sapremmo dare una risposta. In secondo luogo è difficile perché attribuirsi un “percorso indipendente” rischia sempre di apparire presuntuoso. La nostra idea è semplicemente quella di suonare senza porci il problema. Scriviamo le nostre canzoni in modo assolutamente libero e rimanendo aperti a qualunque evoluzione o ispirazione si presenti. Starà al nostro pubblico decidere dove collocarci nel panorama musicale.


