Musica

La grande macchina di Poda e la rivincita dei comprimari

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Ci sono spettacoli che si ricordano per una voce. Altri per una direzione d’orchestra. Altri ancora per un’intuizione registica destinata a dividere il pubblico.

La Tosca che ha inaugurato il nuovo allestimento del Teatro Regio di Torino appartiene a una categoria diversa: quella degli spettacoli che si impongono prima di tutto per la loro forza visiva.

Stefano Poda non mette semplicemente in scena l’opera di Puccini. La reinventa dentro un universo estetico che porta la sua firma in ogni dettaglio. Regia, scene, costumi, luci, movimenti: tutto concorre a costruire una macchina teatrale monumentale, rigorosa e perfettamente riconoscibile.

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Poda sostituisce la geografia con il simbolo, la cronaca con il rito, il racconto con la visione. I personaggi si muovono dentro uno spazio astratto che sembra sospeso tra tempio, tribunale e luogo della memoria. A dominare non sono gli ambienti ma le idee. Il potere, il controllo, la paura, la sopraffazione.

Il colpo d’occhio è impressionante. Più volte durante la serata si ha la sensazione di assistere a una successione di quadri viventi piuttosto che a una tradizionale rappresentazione operistica. Alcune immagini possiedono una forza autenticamente cinematografica e restano impresse nella memoria molto più di singole battute o passaggi musicali.

Naturalmente una scelta del genere comporta anche qualche rischio

Quando la componente visiva diventa così dominante, il pericolo è che i personaggi finiscano per essere assorbiti dall’apparato scenico. Ed è una sensazione che emerge a più riprese nel corso della rappresentazione. L’occhio è continuamente catturato da ciò che accade attorno ai protagonisti, talvolta più che dai protagonisti stessi.

È probabilmente il secondo atto il momento in cui l’equilibrio funziona meglio. Qui la tensione drammatica riesce finalmente a imporsi sulla perfezione formale e il confronto tra Tosca e Scarpia acquista una temperatura teatrale più intensa. Per qualche minuto l’imponente architettura ideata da Poda smette di essere semplice contenitore e diventa parte integrante del conflitto.

Sul fronte musicale Andrea Battistoni guida orchestra e palcoscenico con mano sicura. La sua è una lettura energica, compatta, costruita con intelligenza e attenzione al dettaglio. Non cerca effetti facili né indulge nei sentimentalismi che spesso accompagnano Tosca. Preferisce invece mettere in luce la modernità della scrittura pucciniana, valorizzandone i colori orchestrali e la continuità drammatica.

L’Orchestra del Regio risponde con professionalità e compattezza, offrendo una prova solida dall’inizio alla fine. Gli equilibri risultano abbastanza calibrati e la tensione non viene mai meno, anche nei passaggi più lirici, a volte però coprendo i cantanti.

Meno entusiasmante appare invece il rendimento del terzetto protagonista

Chiara Isotton affronta Tosca con serietà, esperienza e piena consapevolezza stilistica. Il canto è quasi sempre controllato, l’emissione ordinata, la costruzione musicale accurata. Tutto è al proprio posto. E forse è proprio questo il punto. La sensazione è che il personaggio rimanga costantemente sotto controllo, senza mai abbandonarsi davvero al vortice emotivo che lo attraversa. Anche nei momenti più tragici si avverte una certa distanza, come se la cantante preferisse osservare Tosca dall’esterno piuttosto che viverla fino in fondo. Buono il suo “Vissi d’arte”.

Martin Muehle offre un Cavaradossi robusto e scenicamente affidabile. La voce conserva volume negli acuti, proiezione e solidità non sempre perfetti. L’artista conosce il repertorio e lo affronta con professionalità, anche se musicalmente non è sempre in linea. Eppure il personaggio fatica a prendere pienamente vita. Manca quella scintilla capace di trasformare il pittore idealista in una figura realmente coinvolgente. Funziona, ma raramente emoziona davvero.

Anche Roberto Frontali sceglie la strada della misura. Il suo Scarpia è costruito con intelligenza e mestiere, sostenuto da una parola sempre scolpita con grande cura. Non è però uno Scarpia che inquieta profondamente. È un uomo di potere elegante, controllato, quasi aristocratico. Una lettura interessante, ma meno disturbante e meno velenosa di quanto il personaggio potrebbe consentire.

E così accade qualcosa di curioso

In una produzione dominata da tre protagonisti di esperienza, sono spesso i ruoli secondari ad accendere la scintilla del teatro. Matteo Torcaso, nei panni del Sagrestano, firma probabilmente la caratterizzazione più completa e naturale della serata. Evita qualsiasi caricatura e costruisce un personaggio autentico, umano, riconoscibile. Ogni suo ingresso porta energia, ritmo e spontaneità. In un contesto spesso dominato dalla monumentalità delle immagini, la sua presenza restituisce improvvisamente carne e sangue alla scena.

Non meno efficace è Cristiano Olivieri come Spoletta. Il ruolo è breve, ma basta per lasciare il segno. Il suo personaggio si muove con precisione chirurgica all’interno dei meccanismi repressivi del potere. Nessuna forzatura, nessun effetto plateale. Solo una recitazione asciutta e intelligente che rende il personaggio inquietante proprio perché credibile.

E poi c’è il Pastorello del piccolo Jacopo Gallo, presenza fugace ma preziosa. In pochi minuti riesce a introdurre una dimensione di innocenza e leggerezza che contrasta magnificamente con la cupezza dell’ultimo atto. È uno di quei momenti che ricordano perché Puccini fosse un uomo di teatro geniale.

Completano il cast Igor Durlovski, come Angelotti, Eduardo Martínez come Sciarrone e Lorenzo Battagion nel ruolo del Carceriere, tutti inseriti con efficacia nel disegno registico complessivo della produzione.

Molto buona la prova del Coro del Teatro Regio preparato da Gea Garatti Ansini, chiamato a confrontarsi con una regia che richiede non soltanto precisione musicale ma anche una notevole disciplina scenica. Positivo anche il contributo del Coro di Voci Bianche preparato da Claudio Fenoglio.

Alla fine della serata il pubblico porta a casa immagini potenti, una direzione musicale solida e uno spettacolo che non assomiglia a nessun altro attualmente in circolazione. Ma porta a casa anche una piccola sorpresa. In una Tosca costruita attorno a una gigantesca macchina visiva e a tre nomi di primo piano, i momenti più autentici arrivano spesso da chi occupa gli spazi laterali del palcoscenico.

Ed è forse proprio questa la fotografia più sincera della serata torinese.

(di Dante Muro)

— Onda Musicale

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