Musica

San Giovanni a tutto volume: quando il melodramma italiano suona come una macchina da corsa

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Ci sono concerti celebrativi che si limitano a svolgere il proprio compito istituzionale e ci sono concerti che, pur nascendo all’interno di una ricorrenza ufficiale, riescono a trasformarsi in un’esperienza musicale autentica. Il tradizionale appuntamento di San Giovanni all’Auditorium Rai di Torino appartiene senza dubbio alla seconda categoria.

Il programma era costruito come una sorta di viaggio attraverso il DNA dell’opera italiana, da Bellini a Leoncavallo passando per Verdi e Ponchielli, ma la vera protagonista della serata è stata l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, guidata da Riccardo Bisatti in una lettura che ha privilegiato energia, brillantezza e tensione continua.

Fin dalle prime battute si è percepita una direzione caratterizzata da una notevole elettricità interna. Bisatti sembra appartenere a quella generazione di direttori che preferiscono il movimento alla contemplazione, la spinta in avanti alla dilatazione del fraseggio. Una scelta che ha regalato alla serata una costante sensazione di vitalità ma che, a tratti, ha finito per sacrificare qualche sfumatura e qualche zona d’ombra.

La Sinfonia da Norma ha mostrato immediatamente questa impostazione. Bellini vive di respiro, di canto sospeso, di arcate melodiche che sembrano non voler finire mai. L’orchestra ha risposto con eleganza e disciplina, ma la sensazione è che il direttore fosse più interessato all’energia del racconto che alla sua dimensione contemplativa. Il risultato è stato affascinante e coinvolgente, anche se forse meno lunare e meno misterioso di quanto questa musica possa suggerire.

Dove l’approccio di Bisatti ha funzionato alla perfezione è stato invece nella gestione del suono orchestrale. L’OSN Rai attraversa una fase di straordinaria maturità tecnica e il concerto ne ha offerto una dimostrazione quasi didattica. Gli archi possiedono compattezza e brillantezza, i legni mostrano una qualità di fraseggio rara nel panorama italiano, mentre gli ottoni riescono a essere potenti senza diventare invasivi. L’impressione generale è quella di una macchina perfettamente oliata, capace di reagire immediatamente a ogni richiesta del podio.

La parte più discussa della serata è stata probabilmente quella dedicata a Verdi

La Sinfonia del Nabucco e quella di Luisa Miller sono state eseguite con precisione impeccabile, ma l’approccio interpretativo è apparso per certi versi sorprendente. Più che il Verdi drammatico e monumentale che siamo abituati ad ascoltare, Bisatti sembra aver cercato il Verdi figlio di Rossini, sottolineando la brillantezza ritmica, l’incisività degli attacchi e la fluidità della costruzione formale.

Da un lato questa scelta ha reso le esecuzioni estremamente vive, nervose nel senso migliore del termine, sempre in movimento e prive di qualsiasi pesantezza accademica. Dall’altro ha sottratto qualcosa alla gravità e alla tensione tragica che costituiscono l’essenza del giovane Verdi.

In alcuni momenti si aveva quasi l’impressione che il direttore guardasse più alla tradizione del teatro musicale rossiniano che alle future ombre di Macbeth, Rigoletto o Simon Boccanegra. Una lettura assolutamente legittima, spesso persino affascinante, ma che inevitabilmente divide l’ascoltatore.

Se Verdi ha fatto discutere, Ponchielli ha invece conquistato tutti

La Danza delle ore è stata probabilmente il brano più spettacolare della serata. Qui l’orchestra ha letteralmente acceso i motori. Gli archi correvano con precisione millimetrica, i fiati dialogavano con naturalezza, le percussioni sostenevano il ritmo senza mai appesantirlo. Era impossibile non lasciarsi trascinare da una lettura che sembrava trovare nell’energia il proprio principio costruttivo.

Più che una pagina ottocentesca, a tratti sembrava una grande jam orchestrale costruita sulla precisione e sul piacere del gesto musicale.

Il momento più intenso è arrivato però con l’Intermezzo da Pagliacci

Dopo una serata costruita sulla tensione e sul movimento, Leoncavallo ha offerto finalmente uno spazio per la sospensione. Qui Bisatti ha allentato la pressione e l’orchestra ha trovato il suo suono più bello. Gli archi hanno cantato con una morbidezza straordinaria, lasciando emergere tutta la malinconia e la dolcezza di una delle pagine più amate del repertorio italiano.

È stato uno di quei rari momenti in cui il tempo sembra rallentare davvero.

Dal punto di vista strettamente tecnico, l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai si conferma una delle realtà più solide del panorama europeo. Colpisce soprattutto la qualità media delle sezioni: non ci sono punti deboli evidenti e ogni famiglia strumentale contribuisce alla costruzione di un’identità sonora riconoscibile.

Particolarmente impressionante è la capacità dell’ensemble di mantenere trasparenza e definizione anche nei passaggi più densi. Nessuna sezione tende a sovrastare le altre, e il bilanciamento complessivo appare frutto di un lavoro accurato e costante.

L’acustica dell’Auditorium Rai continua inoltre a rappresentare uno dei grandi punti di forza della sala torinese. Il suono conserva profondità e calore senza perdere dettaglio, permettendo di cogliere tanto la massa orchestrale quanto le più piccole sfumature timbriche

Al termine del programma ufficiale, gli applausi calorosissimi e prolungati del pubblico hanno convinto direttore e orchestra a concedere un bis, accolto con entusiasmo da una sala ormai completamente conquistata. È stato un epilogo significativo, non soltanto come gesto di ringraziamento verso il pubblico torinese, ma anche come ulteriore conferma del successo di una serata che aveva saputo creare un rapporto diretto e spontaneo tra palco e platea. Dopo oltre un’ora di musica affrontata con intensità e partecipazione, il bis ha assunto il valore di un ultimo saluto, quasi un abbraccio musicale che ha prolungato per qualche minuto un’atmosfera già particolarmente calorosa.

Alla fine della serata rimane la sensazione di aver assistito a un concerto capace di evitare ogni ritualità celebrativa. Bisatti ha scelto una strada personale, a tratti persino spigolosa, costruita su velocità di pensiero, nervosismo controllato e continua ricerca di tensione narrativa. Non tutte le scelte sono risultate ugualmente convincenti, soprattutto nelle pagine verdiane, ma proprio questa volontà di interpretare e non semplicemente eseguire ha reso il concerto interessante.

In un panorama musicale spesso dominato da letture prudenti e prevedibili, l’idea di un Verdi più rossiniano che monumentale e di un’orchestra lanciata costantemente in avanti può far discutere. Ed è forse proprio questo il complimento migliore che si possa fare a una serata musicale: lasciare qualcosa di cui discutere anche dopo l’ultimo applauso.

(articolo scritto da Dante MURO)

— Onda Musicale

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