Ci sono luoghi che non hanno bisogno di insegne luminose per diventare leggenda. Il FolkClub era uno di questi. Bastava scendere quelle scale per capire che lì sotto accadeva qualcosa di raro. Non era soltanto musica.
Era cultura che respirava. Era curiosità. Era libertà. Era il piacere, ormai rivoluzionario, di fermarsi ad ascoltare. Adesso tutto questo finisce.
Non perché sia finita la musica. Quella continuerà a suonare ovunque, negli stadi, nei festival, negli smartphone, nelle playlist costruite da un algoritmo. Ma perché chiude uno dei pochi luoghi dove la musica era ancora un incontro umano. Dove gli artisti non erano contenuti da consumare, ma persone con una storia da raccontare. Dove il pubblico non era un insieme di spettatori distratti, ma una comunità.
È una differenza enorme. Ed è proprio quella che stiamo perdendo
La chiusura del FolkClub non è soltanto una brutta notizia per gli appassionati di folk, jazz o canzone d’autore. È una cattiva notizia per Torino. Perché quando scompare un luogo capace di creare relazioni, contaminazioni e pensiero, la città perde molto più di un indirizzo. Perde un pezzo della propria identità.
Per anni il FolkClub ha fatto quello che oggi tutti dicono di voler fare: costruire cultura dal basso. Senza slogan, senza campagne di comunicazione, senza rincorrere le mode. Lo faceva semplicemente aprendo le porte ogni sera, mettendo un artista davanti a un pubblico e lasciando che fosse la musica a fare il resto.
Era una lezione di semplicità. E forse proprio per questo è diventata così difficile da difendere
Viviamo in un’epoca che investe milioni negli eventi capaci di riempire una piazza per una notte, ma fatica a proteggere i luoghi che riempiono le coscienze per cinquant’anni. Si celebrano i grandi numeri, le folle, le fotografie da condividere sui social. Intanto, nel silenzio generale, chiudono i posti dove la cultura cresce davvero, lentamente, sera dopo sera.
La verità è scomoda
La cultura indipendente viene applaudita finché resiste da sola. Quando chiede aiuto, troppo spesso viene lasciata al proprio destino. Eppure il FolkClub non chiedeva privilegi. Chiedeva soltanto di continuare a fare quello che faceva da una vita: portare grandi musicisti davanti a un pubblico capace di ascoltarli. Una missione apparentemente semplice, diventata quasi eroica in un tempo in cui tutto deve essere veloce, redditizio e immediatamente monetizzabile.
Ogni città ama raccontarsi attraverso i suoi monumenti. Ma l’anima di una città non vive soltanto nei palazzi storici o nei musei. Vive nei piccoli teatri, nei cinema indipendenti, nelle librerie, nei circoli, nei club dove ogni sera qualcuno accende una luce perché crede che un concerto, uno spettacolo o un libro possano ancora cambiare qualcosa.
Quando uno di questi luoghi chiude, non è mai una questione privata. È una perdita collettiva. Anche per chi non ci ha mai messo piede
Perché il problema non è il FolkClub. Il problema è tutto quello che rappresenta. Se scompare un luogo che ha attraversato decenni di storia, ospitato artisti da ogni parte del mondo e formato generazioni di ascoltatori, allora significa che il modello con cui stiamo costruendo le nostre città ha qualcosa che non funziona.
Ci riempiamo la bocca di parole come rigenerazione, innovazione, creatività e sostenibilità. Poi lasciamo morire gli spazi che quelle parole le hanno praticate ogni giorno, senza bisogno di trasformarle in slogan.
Forse il punto è proprio questo. Un club come il FolkClub produceva un valore impossibile da inserire in un bilancio. Creava legami. Educava all’ascolto. Insegnava che la diversità culturale non è una formula da convegno, ma una chitarra africana che dialoga con un violino irlandese, una ballata americana che incontra una melodia piemontese, un pubblico che esce diverso da come era entrato.
Quanto vale tutto questo?
Abbiamo imparato a dare un prezzo a ogni cosa, ma stiamo dimenticando il valore di quasi tutto. Le serrande si abbassano. Le luci si spengono. Gli applausi finiscono. Ma la domanda resta lì, sospesa. Che città vogliamo diventare, se continuiamo a perdere i luoghi che ci hanno insegnato ad ascoltare?
Perché il FolkClub chiude oggi. Ma il rischio è che domani ci accorgiamo che, insieme a quel palco, abbiamo lasciato spegnere qualcosa di molto più grande: l’idea stessa che la cultura sia un bene da custodire, e non un lusso da sacrificare quando i conti non tornano.
A mio avviso questo tono è più vicino a un editoriale di opinione: meno nostalgico, più combattivo, con un finale che lascia una domanda aperta invece di limitarsi al rimpianto.
(scritto da Dante MURO)









