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Tell me a song: “Ordinary Man” di Ozzy Osbourne

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C’è una scena nel video ufficiale di Ordinary Man che vale più di mille parole. Un uomo anziano seduto da solo in un teatro vuoto, circondato dal buio.

Sul grande schermo scorrono le immagini di una vita intera: palchi infuocati, folle oceaniche, la giovinezza consumata a rincorrere il diavolo e la gloria. John Michael Osbourne — il Principe delle Tenebre, il Madman di Birmingham, la leggenda che ha fondato l’heavy metal — guarda se stesso da fuori, e i suoi occhi si fanno lucidi.

Non è uno spot pubblicitario per la nostalgia. È qualcosa di molto più raro nel rock: la verità. Ordinary Man (feat. Elton John) è contenuta nell’album omonimo di Ozzy Osbourne, pubblicato il 21 febbraio 2020 per Epic Records.

Il 2019 era stato, per ammissione dello stesso Ozzy, uno degli anni più bui della sua vita

Una caduta in casa aveva aggravato una vecchia lesione alla schiena. I problemi respiratori si moltiplicavano. E poi, nel gennaio di quell’anno, era arrivata la diagnosi che aveva scosso il mondo: morbo di Parkinson. Il tour mondiale d’addio sembrava sospeso in un limbo, tra speranza e resa.

L’album Ordinary Man — il primo disco solista in dieci anni, dall’ultimo Scream del 2010 — nasce quasi per caso, grazie all’incontro con Andrew Watt, un giovane produttore newyorchese noto soprattutto per le collaborazioni con Post Malone e Cardi B. Fu proprio la collaborazione di Ozzy al brano Take What You Want di Post Malone ad accendere la scintilla. Watt rimase folgorato dalla voce di quell’uomo di settant’anni, e decise di scommettere tutto.

Watt reclutò i suoi amici più illustri: la prima telefonata andò a Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers, che rispose con un entusiasmo travolgente — “Quando? Quando lo facciamo?” — e poi a Duff McKagan dei Guns N’ Roses, uguale reazione, stessa energia. Un supergruppo silenzioso, costruito sull’affetto verso una leggenda.

Ozzy stesso ha raccontato che, pur avendo voglia di tornare in studio, in cuor suo non era sicuro di averne ancora la forza. Fu Watt a tirarlo fuori, convincendolo a mettere anima e corpo in ogni singola traccia.

La canzone che sembrava di Elton

Quando arrivò il momento di lavorare a quella che sarebbe diventata la title track, accadde qualcosa di inatteso. Le note che Watt stava suonando al pianoforte avevano un’aria familiare — quasi beatlesiana, quasi come qualcosa uscito da Honky Château o Goodbye Yellow Brick Road.

Ozzy se ne accorse subito e lo disse a Sharon: “Quando scrivevo Ordinary Man, mi ricordava una vecchia canzone di Elton. E ho chiesto a Sharon: ‘Chissà se vorrebbe cantarci sopra? Lo abbiamo contattato e, incredibilmente, ha accettato.

Elton John arrivò così a prestare voce e pianoforte alla canzone, portando con sé decenni di amicizia vera con Ozzy, costruita tra eccessi condivisi, sopravvivenza e redenzione. Due britannici che avevano visto l’abisso da vicino — chi con la bottiglia, chi con le droghe — e che erano ancora lì, miracolosamente in piedi, a raccontarlo.

Il cuore della canzone

Ordinary Man è una ballata che scivola piano, accompagnata dal pianoforte di Elton e da orchestrazioni morbide. Ma sotto quella superficie vellutata batte qualcosa di brutale: la paura della dimenticanza, il terrore di diventare irrilevante, di scomparire nel silenzio come fanno le persone normali.

Il ritornello porta con sé l’immagine più onesta mai cantata da un’icona del rock: il palcoscenico che si svuota, le luci che si spengono, e l’identità — costruita per decenni sulla performance — che rischia di dissolversi insieme al riflettore. Per un uomo la cui vita era stata inseparabile dallo spettacolo, quella non era una metafora. Era il futuro che bussava alla porta.

“I was unprepared for fame
Then everybody knew my name
No more lonely nights, it’s all for you
I have travelled many miles
I’ve seen tears and I’ve seen smiles
Just remember that it’s all for you”

Il verso che Elton John canta nella seconda strofa non è meno potente: molte volte ha perso il controllo, in tanti hanno cercato di uccidere il suo rock and roll, eppure è ancora lì. Due sopravvissuti che si guardano negli occhi e si dicono: ce l’abbiamo fatta.

E poi c’è Sharon — la “Mama” del ritornello. La donna che rimase accanto a Ozzy quando tutto stava crollando, quando l’industria cercava di seppellirlo e il suo stesso corpo lo tradiva. Quella dedica è forse la parte più privata e più vera dell’intera canzone.

Non un addio, ma un’affermazione

Ordinary Man è l’album più personale e introspettivo che il cantante di Birmingham abbia mai dato alla luce. Non la follia, non l’oscurità esoterica, non la maschera del Madman — stavolta John Michael Osbourne si siede tra i suoi fan e racconta la vera, straordinaria storia di un uomo ordinario che ordinario non è mai stato.

Il brano non era un commiato. Era un’affermazione: Ozzy Osbourne non stava annunciando una fine, stava confrontandosi con la propria umanità senza rinunciare alla propria leggenda. E quella leggenda, alla fine, ha avuto il suo riconoscimento: la canzone ha vinto il Planet Rock Award come Miglior Singolo Britannico del 2021.

Il teatro alla fine del video si riempie di nuovo di luce. Le immagini sullo schermo continuano a scorrere. E Ozzy, seduto nella platea vuota, sorride. Non un uomo qualunque, no. Mai.

Formazione

  • Ozzy Osbourne – voce
  • Elton John – voce aggiuntiva, pianoforte
  • Andrew Watt – tastiera elettronica, pianoforte, cori, arrangiamenti strumenti ad arco e cori
  • Slash – chitarra
  • Chad Smith – batteria
  • Duff McKagan – basso
  • Lucius – cori
  • Will Malone – arrangiamenti e direzione strumenti ad arco
  • Ben Parry – direzione cori
  • Terry Edwards – direzione cori

— Onda Musicale

Tags: Red Hot Chili Peppers/Black Sabbath/Slash/Elton John/Guns N' Roses
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