C’è chi dice che i grandi nomi delle band nascano per caso, e chi giura che siano invece un manifesto in poche sillabe
Per i Roxy Music vale senza dubbio la seconda ipotesi. Il termine “Roxy” richiamava il glamour scintillante e un po’ decadente dei vecchi cinema e teatri di varietà britannici e americani degli anni ’20 e ’30, quei palazzi del divertimento dai nomi pomposi — Roxy, Ritz, Odeon — che promettevano fuga dalla realtà attraverso lo spettacolo. “Music” completava il quadro senza fronzoli, quasi a voler dire: qui non ci sono etichette, c’è solo suono. Insieme, le due parole raccontavano già tutto ciò che la band avrebbe fatto negli anni a seguire: fondere il fascino retrò con un’idea di modernità radicale, il tutto confezionato con lo sfarzo di un palcoscenico da music-hall. Un nome che è già una dichiarazione d’intenti, prima ancora che una nota venga suonata.
Londra, 1970: nasce un’idea più che una band
Il gruppo prende forma a Londra nel 1970 attorno alla figura di Bryan Ferry, cantante dalla voce vellutata e inconfondibile, con un passato da studente d’arte e un’ossessione dichiarata per l’estetica quanto per la musica. Accanto a lui, un nucleo di menti altrettanto singolari: il bassista Graham Simpson, con cui Ferry condivide i primi esperimenti sonori, il sassofonista e oboista Andy Mackay, e un giovane tecnico del suono con la testa piena di idee sull’elettronica applicata al rock, tale Brian Eno. Sarà proprio Eno, con i suoi sintetizzatori e i suoi nastri manipolati dal mixer più che da una tastiera, a dare ai primi Roxy Music quel timbro straniante e futuribile che nessun’altra band coeva possedeva. Al gruppo si uniscono poi il chitarrista Phil Manzanera, arrivato quasi per caso dopo aver risposto a un annuncio, e il batterista Paul Thompson, il motore ritmico solido che tiene insieme le trovate più stravaganti degli altri membri. È una formazione atipica, quasi un collage di personalità che a stento avrebbero dovuto funzionare insieme — e che invece, insieme, funzionano alla perfezione.

Un genere che rifiuta le etichette
Definire il suono dei Roxy Music resta, ancora oggi, un esercizio scivoloso. Nascono nell’alveo del glam rock, quello sfarzo di lustrini, trucco pesante e ambiguità sessuale che in quegli anni porta anche il nome di David Bowie e T. Rex, ma se ne distaccano quasi subito per intraprendere una strada più obliqua. Nella loro musica convivono il pop art più cerebrale, gli echi del rock’n’roll anni ’50 filtrati attraverso un prisma decadente, incursioni nel jazz da club fumoso e, soprattutto, un uso dell’elettronica che anticipa di anni tutto ciò che sarebbe poi esploso con il synth-pop e la new wave. Il primo album omonimo del 1972 è un manifesto di questa ambiguità: canzoni che sembrano provenire da epoche diverse convivono nello stesso solco, texture rumoristiche si affiancano a melodie quasi da crooner. Con il passare degli anni, e in particolare a partire da album come Avalon del 1982, il suono si fa più levigato, sofisticato, quasi da colonna sonora notturna — ma quell’attitudine al contrasto, tra artificio e sentimento, resterà sempre la loro cifra distintiva.
L’estetica come strategia
Se c’è un elemento che ha reso i Roxy Music immediatamente riconoscibili, oltre alla musica, è la cura quasi maniacale per l’immagine. Le copertine dei loro dischi, spesso interpretate da modelle patinate in pose da rivista di moda, hanno fatto scuola tanto quanto le canzoni contenute all’interno. Bryan Ferry, con i suoi completi eleganti e il portamento da dandy malinconico, ha trasformato il palco in una passerella, contribuendo a ridefinire cosa potesse significare essere una rock star nell’epoca post-hippie. Non stupisce che dalle loro file siano usciti percorsi solisti di enorme successo, primo fra tutti quello dello stesso Ferry, mentre Brian Eno, lasciata la band già nel 1973, avrebbe intrapreso una carriera fondamentale come musicista sperimentale e produttore, lavorando con nomi come David Bowie, Talking Heads e U2.
Un’eredità più viva che mai
Sciolti e riformati più volte nel corso dei decenni, i Roxy Music restano un punto di riferimento ineludibile per chiunque, oggi, provi a mescolare eleganza formale e sperimentazione sonora. Dal synth-pop degli anni ’80 al revival glam contemporaneo, la loro impronta si ritrova ovunque un artista scelga di trattare la musica come un’arte visiva tanto quanto sonora. Riascoltarli oggi significa scoprire quanto fossero, semplicemente, in anticipo sui tempi.
Album in studio
- 1972 – Roxy Music
- 1973 – For Your Pleasure
- 1973 – Stranded
- 1974 – Country Life
- 1975 – Siren
- 1979 – Manifesto
- 1980 – Flesh + Blood
- 1982 – Avalon








