Il 1976 è uno dei momenti di massima frizione nella storia della musica Pop. Un anno in cui il rock monumentale degli anni ’70 si scontra con le prime avvisaglie di una rivoluzione culturale imminente. È in questo scenario che vede la luce The Song Remains The Same, l’album dal vivo dei Led Zeppelin che funge da colonna sonora dell’omonimo film concerto.
Sebbene oggi sia considerato un documento imprescindibile, The Song Remains The Same è legato a un periodo in cui l’hard rock domina le arene, ma comincia a mostrare i segni di quella “magnifica decadenza” che avrebbe presto prestato il fianco all’esplosione del punk e alla diffusione della disco music. Per comprendere appieno il valore di questo disco, è necessario immergersi in un’epoca in cui i Led Zeppelin sono la più grande band del pianeta. Eppure, si trovano a dover colmare un vuoto discografico che i loro rivali più diretti, i Deep Purple, hanno riempito alla perfezione anni prima.
Nel 1976, il panorama rock sta vivendo una transizione violenta. Da un lato, il rock dei “dinosauri” – come venivano chiamate le grandi band dell’epoca – aveva raggiunto dimensioni colossali. I Rolling Stones si esibiscono davanti a 200.000 persone a Knebworth, confermando che il rock da stadio è tutt’altro che morto, ma anzi in continua espansione. Tuttavia, sotto la superficie, sta ribollendo qualcosa di nuovo e dirompente. Il 1976 è l’anno in cui i Ramones pubblicano il loro album di debutto, un proiettile di energia grezza che si pone in netto contrasto con le lunghe improvvisazioni e l’estetica ridondante dell’hard rock tradizionale e del Prog.
Il Glam Rock, con figure iconiche come David Bowie e Marc Bolan, continua a sfidare le convenzioni di genere con teatralità androgina. La Disco Music sta rivoluzionando i dancefloor, trasformando la musica da un’esperienza di ascolto rituale a una celebrazione fisica e ritmica. In questo scenario, l’Hard Rock sembra trovarsi in una fase di saturazione. I Led Zeppelin, pur rimanendo una forza commerciale inarrestabile, non sono immuni al contesto. La loro musica, complessa e stratificata, è l’epitome di ciò che i nuovi punk cercano di abbattere.
Per anni, una delle critiche più ricorrenti rivolte ai Led Zeppelin era la mancanza di un live che testimoniasse la loro leggendaria potenza dal vivo. Altre grandi band dell’epoca avevano già pubblicato dischi live iconici. L’esempio più calzante è quello dei Deep Purple con Made in Japan. Registrato nell’agosto del 1972 e pubblicato poco dopo, Made in Japan era riuscito a catturare la Mark II dei Purple – Blackmore, Gillan, Lord, Glover e Paice – al vertice assoluto della forma. Quel disco è considerato la quintessenza del live, una registrazione cristallina, priva di sovraincisioni in studio, che restituisce fedelmente l’interazione quasi telepatica tra i musicisti.
I Led Zeppelin, al contrario, hanno un rapporto complicato con le registrazioni dal vivo. Nonostante il loro manager Peter Grant fosse convinto che la band rendesse al meglio sul grande schermo piuttosto che in televisione, i tentativi precedenti di documentare i loro concerti erano falliti o erano stati accantonati. Nel 1970, ad esempio, le riprese alla Royal Albert Hall furono scartate perché la band non era soddisfatta della performance vocale e della qualità tecnica. Questo vuoto alimenta un mercato di bootleg, rendendo i Led Zeppelin una delle band più piratate della storia. Quando finalmente decidono di pubblicare The Song Remains The Same nel 1976, il materiale non è recente, si tratta di registrazioni effettuate tre anni prima, nel 1973, durante la tournée di Houses of the Holy.
Le registrazioni che compongono l’album e il film vengono effettuate durante tre serate consecutive al Madison Square Garden di New York, dal 27 al 29 luglio 1973. In quel momento, i Led Zeppelin sono all’apice della loro forza. Il tour nordamericano del 1973 sta battendo ogni record di incassi, superando persino quelli stabiliti dai Beatles un decennio prima. Per catturare questa energia, ingaggiano il tecnico del suono Eddie Kramer, celebre per il suo lavoro con Jimi Hendrix, che utilizza lo studio mobile di Wally Heider per registrare i concerti su 24 tracce.
Nonostante l’apparato tecnico di prim’ordine, la realizzazione dell’album non è lineare. Jimmy Page, nel suo ruolo di produttore, deve affrontare una mole enorme di materiale, cercando di distillare le versioni migliori di canzoni che, dal vivo, subivano mutazioni radicali rispetto alle versioni in studio. La filosofia della band era quella di usare lo spartito originale solo come punto di partenza per lunghe esplorazioni improvvisate. Come dichiarato da Page, “una volta che una canzone era registrata ed entrava nel set, cominciava a mutare”. Questo approccio porta a versioni di brani come “Dazed and Confused” che superano i venticinque minuti di durata, rendendo la selezione del materiale un compito titanico.
La produzione di The Song Remains The Same è circondata da una serie di aneddoti che ne hanno alimentato il mito oscuro. Il più celebre è certamente il misterioso furto al Drake Hotel. Durante la permanenza della band a New York per le riprese, una cifra compresa tra i 180.000 e i 203.000 dollari in contanti – una somma astronomica per l’epoca, equivalente a circa 1,5 milioni di dollari odierni – sparisce misteriosamente dalla cassetta di sicurezza numero 51 dell’hotel. Sono gli incassi della seconda metà del tour e servono a pagare le spese immediate della band e della troupe cinematografica. Nonostante l’intervento della polizia e dell’FBI, il colpevole non viene mai trovato, dando adito a teorie del complotto che suggeriscono un “inside job” organizzato dal manager Peter Grant per evadere le tasse americane.
Un altro aspetto quasi grottesco riguarda le riprese cinematografiche. Quando il regista Peter Clifton subentra a Joe Massot nel 1974, si rende conto che il materiale girato al Madison Square Garden presenta enormi lacune visive che rendono impossibile un montaggio coerente. Per rimediare, la band è costretta a ricostruire l’intero palco dello stadio newyorkese all’interno degli Shepperton Studios in Inghilterra per girare dei filmati da usare come “pezze”.
Il problema principale è che, a un anno di distanza, i membri della band sono cambiati fisicamente. John Paul Jones, in particolare, si è tagliato i capelli corti ed è costretto a indossare una parrucca bionda piuttosto evidente per mantenere la continuità con le immagini. Inoltre, Robert Plant e John Bonham riescono a mantenere gli stessi abiti per tutte e tre le serate originali per facilitare il montaggio, mentre Jimmy Page e John Paul Jones cambiano abbigliamento, creando ulteriori mal di testa ai montatori.
L’album originale esce nel 1976 con nove tracce, le edizioni successive amplieranno la scaletta per includere brani inizialmente esclusi. Ma mettiamo sul piatto The Song Remains The Same e vediamo come suona.
Rock and Roll, il brano d’apertura, è una scarica di adrenalina pura. La versione live del 1973 è leggermente più lenta rispetto alla velocità del disco in studio, ma guadagna in pesantezza e “groove” grazie al martellamento incessante di Bonham. La chitarra di Page ruggisce con un tono tagliente e selvaggio, stabilendo immediatamente il comando della band sul palco del Madison Square Garden.
Si prosegue con Celebration Day, originariamente inclusa nell’album ma non nel film, questa traccia mostra l’incredibile spinta ritmica del duo Jones-Bonham. È una versione ad alta velocità dove i riff di Page si incastrano perfettamente in una struttura sincopata che non lascia respiro all’ascoltatore, rappresentando uno dei momenti più tecnicamente solidi dell’intera esibizione.
Si passa a The Song Remains The Same, la title track, un trionfo di chitarre stratificate. Inizialmente concepita come un pezzo strumentale intitolato “The Overture”, la canzone esplode dal vivo con un’energia solare. Il brano evidenzia l’uso magistrale della chitarra a 12 corde di Page e la capacità della band di navigare tra strutture complesse senza perdere l’impatto rock.
The Rain Song, seguendo la tradizione dei concerti dell’epoca, offre il lato solare che bilancia l’oscurità dei pezzi più duri. È un’esecuzione carica di malinconia e sfumature, dove il Mellotron di John Paul Jones crea un’atmosfera orchestrale quasi surreale. La chitarra di Page è qui più delicata, dimostrando la sua versatilità come arrangiatore oltre che come solista.
Dazed and Confused è il cuore dell’opera, una maratona di quasi trenta minuti che rappresenta il culmine delle eccedenze e del genio dei Led Zeppelin. Include la celebre sezione del violino, dove Page usa un archetto di violoncello per estrarre suoni spettrali dalla sua chitarra. Sebbene per alcuni critici moderni risulti eccessivamente lunga, rimane una testimonianza insuperabile della capacità di improvvisazione psichedelica della band.
Stairway to Heaven, introdotta da Plant come “una canzone di speranza”, in questa versione è considerata da molti la definitiva esecuzione dal vivo del loro capolavoro. L’assolo finale di Page è qui più esteso e articolato rispetto alla versione in studio, caricandosi di una tensione emotiva che esplode nella sezione finale, dove la voce di Plant raggiunge vette di intensità drammatica.
Moby Dick è un pezzo è interamente dedicato al virtuosismo percussivo di John Bonham. Il suo assolo di batteria, che nel film è arricchito da immagini di lui che lavora la terra, mostra una potenza fisica che pochi altri batteristi potevano eguagliare. Bonzo usa persino le mani nude per percuotere i tamburi, creando un suono primordiale e bombastico che riempie l’intera arena.
Heartbreaker è un classico dell’hard rock che mette in luce i riff granitici di Page e la sua capacità di costruire assoli basati su scale blues rielaborate in chiave moderna. La versione qui presentata ha un’energia contagiosa, anche se alcuni puristi preferiscono le versioni più asciutte dei primi tour, dove la voce di Plant era ancora nel suo pieno vigore giovanile.
Whole Lotta Love è il finale cult del concerto è una festa dell’improvvisazione, dove la band inserisce medley di vecchi standard rock and roll e blues. L’uso del Theremin da parte di Page aggiunge un tocco di avanguardia sonora, mentre il groove mastodontico di Bonham trascina il pubblico in un climax di pura euforia elettrica che chiude l’album con un impatto devastante.
Un aspetto che separa drasticamente The Song Remains The Same da Made in Japan è l’uso massiccio del lavoro in studio post-produzione. Mentre l’album dei Deep Purple è celebre per essere “nudo”, quello dei Led Zeppelin è oggetto di pesanti interventi da parte di Jimmy Page. Questo ha da sempre portato alcuni a considerare l’album meno “onesto” rispetto ad altri album dal vivo.
Tuttavia, con il restauro del 2007 la qualità sonora è stata elevata in modo decisivo. Le edizioni moderne hanno anche recuperato brani come “Since I’ve Been Loving You”, che molti considerano il punto più alto del blues suonato dai Led Zeppelin, inspiegabilmente omesso nella prima pubblicazione su vinile.
In definitiva, The Song Remains The Same è un’opera bellissima ma controversa, una testimonianza imprescindibile dei Led Zeppelin ancora al top della loro forma fisica, prima che le tragedie personali e gli abusi iniziassero a minare la stabilità del gruppo verso la fine del decennio. Il disco cattura un’energia che nessun album in studio potrà mai replicare.
Tuttavia, se confrontato con la perfezione brutale di Made in Japan, l’album dei Led Zeppelin mostra i suoi limiti. Dove i Deep Purple offrono una fotografia nitida e spietata della loro potenza, i Led Zeppelin propongono un affresco barocco, a tratti autoindulgente e pesantemente ritoccato. La struttura stessa dell’opera, legata a un film che con le sue sequenze fantasy appare oggi datato e talvolta involontariamente comico, ne impedisce il raggiungimento di quelle vette di purezza live che hanno reso iconici i dischi dei loro rivali. Nonostante ciò, rimane un documento storico dall’importanza immensa.








