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La voce e il sintetizzatore: chi sono i Goldfrapp e perché non assomigliano a nessuno

Goldfrapp

Nati da un nastro artigianale e da un colpo di fulmine musicale, Alison Goldfrapp e Will Gregory hanno costruito in vent’anni di carriera qualcosa di raro: un duo capace di reinventarsi ad ogni album senza mai perdere il filo di una voce e di un’estetica inconfondibili.

Pochi nomi d’arte nella musica elettronica sono tanto semplici nella loro origine quanto complessi nel loro effetto. “Goldfrapp” è il cognome di Alison, la metà vocale del duo britannico. Quando lei e il compositore Will Gregory decisero di formare un gruppo alla fine del 1999, la scelta del nome fu rapida e quasi ovvia: nessun gioco di parole, nessuna invenzione, nessun riferimento culturale oscuro. Solo un cognome, usato come sigla. Eppure quel cognome — con la sua durezza consonantica finale, la sua improbabile combinazione di “gold” e qualcosa di più ruvido, metallico — finì per suonare perfettamente adatto a una musica che mescolava il lusso all’inquietudine, la bellezza al disagio. “Goldfrapp” non descrive il progetto: lo incarna.

Alison Goldfrapp nasce il 13 maggio 1966 a Enfield, Middlesex

Ultima di sei figli di una famiglia mobile che si trasferisce spesso, e cresce ad Alton, Hampshire. La sua biografia giovanile è quella di una persona in costante disallineamento: mandata in un istituto di suore a otto anni, ne esce a undici per bocciatura; canta in gruppi punk e goth durante l’adolescenza; a sedici anni fugge a Londra, vive per un periodo senza fissa dimora. Poi arriva la musica come ancora: un contributo per una compagnia di danza belga, gli studi di belle arti alla Middlesex University, e infine le prime collaborazioni come vocalist ospite — con gli Orbital, con i Portishead, con Tricky, con i Dreadzone. Una voce che circola, prestata a progetti altrui, in attesa di trovare il proprio.

Will Gregory, nato a Bristol nel 1959, figlio di una corista del Covent Garden, ha una traiettoria speculare

Sassofonista, compositore di colonne sonore per film e televisione, collaboratore di artisti come The Cure, Peter Gabriel, Tori Amos e i Portishead. Due musicisti che hanno imparato facendo lavori su commissione, aspettando il momento in cui avrebbero potuto smettere di essere servizio e cominciare a essere voce.

L’incontro avviene attraverso un nastro

Un amico comune fa ascoltare a Gregory una demo di Alison — una versione incompiuta di una canzone che si chiamerà poi Human. Gregory rimane folgorato e la contatta con il pretesto di registrare un brano per una colonna sonora. Ma entrambi capiscono subito che c’è qualcosa di più grande in gioco. Mesi di telefonate, prove, composizioni condivise. Nel 1999 decidono di formare un gruppo e di chiamarlo con il cognome di lei. Nel 2000 firmano con la Mute Records — la leggendaria etichetta londinese di Daniel Miller, casa di Depeche Mode e Nick Cave — e cominciano a registrare.

Il genere: un camaleonte che non si ripete mai

Definire il genere dei Goldfrapp è un esercizio che i critici hanno sempre trovato frustrante — e che i due hanno sempre trovato irrilevante. Nel corso di sette album, il duo ha attraversato territori sonori così diversi da sembrare ogni volta una band diversa, tenuta insieme solo da due elementi invariabili: la voce di Alison e l’ossessione condivisa per il suono come materia, come texture, come atmosfera.

Se si volesse però tracciare una mappa del loro universo stilistico, i punti cardinali sono quattro: la musica elettronica, la tradizione delle colonne sonore cinematografiche europee degli anni Sessanta e Settanta, il glam-rock britannico, e una certa inclinazione al folk e all’ambient. Dentro questi confini larghi, ogni disco ha tracciato il proprio perimetro.

  • Electronic / Synth-pop – Il filo conduttore di tutta la carriera: sintetizzatori analogici, sequencer, architetture sonore costruite strato su strato.
  • Cinematic / Chamber-pop – Le influenze di Ennio Morricone, Angelo Badalamenti e John Barry colorano l’estetica orchestrale, specialmente nei primi album.
  • Glam-rock / Dance – Il periodo di Black Cherry e Supernature: riff elettronici, ritmi da club, glamour ostentato e ironia sottile.
  • Folktronica / Ambient – Il lato introspettivo: arpe, chitarre acustiche, paesaggi sonori bucolici intrecciati con elettronica rarefatta.

«Quando ci siamo incontrati abbiamo parlato tanto del nostro amore condiviso per la musica da film.
Compositori come Ennio Morricone, Angelo Badalamenti, Michel Legrand.
E per i synth. Siamo entrambi ossessionati dal suono»

Alison Goldfrapp

La discografia: sette album, sette identità

La caratteristica più straordinaria dei Goldfrapp è che ogni loro album costituisce una svolta. Non un’evoluzione graduale, ma un cambio di rotta deliberato e radicale — come se ogni disco fosse la risposta critica al precedente. Gregory ha sintetizzato questa logica in una frase: “Whatever comes next is the antidote to what we’ve done already.” Quello che viene dopo è l’antidoto a quello che abbiamo appena fatto.

Felt Mountain (2000)

L’esordio, registrato in un bungalow isolato nel Wiltshire. Alison era spesso da sola durante le sessioni, e quella solitudine si sente: è un disco freddo, onirico, cinematico — più vicino alle colonne sonore di Morricone e Badalamenti che alla musica elettronica contemporanea. Voci sospese, archi solenni, atmosfere da film noir d’autore. Non entra in classifica, ma viene candidato al Mercury Prize nel 2001 e vende 250.000 copie nel solo Regno Unito. Un’opera di raro nitore che ridefinisce cosa può essere il pop elettronico.

Black Cherry (2003)

La svolta. Registrato in uno studio oscurato a Bath, è un disco di puro elettro-glamour: riff di sintetizzatori pesanti, ritmi da club, testi carichi di tensione erotica. L’influenza di Bowie-era Low e Kraftwerk è esplicita. Il singolo Strict Machine diventa un classico istantaneo nelle discoteche di mezza Europa. L’album raggiunge la top 20 britannica, certificato platino. I Goldfrapp smettono di essere un segreto ben custodito.

Supernature (2005)

Il capolavoro commerciale. Glam-rock elettronico, ispirazione T.Rex e Giorgio Moroder, produzione impeccabile. Ooh La La e Number 1 entrano nella top ten britannica; tre singoli raggiungono il numero uno nelle classifiche dance americane. L’album vende oltre un milione di copie nel mondo, riceve una nomination ai Grammy come miglior album elettronico/dance. È il Goldfrapp che più si avvicina al mainstream — senza per questo rinunciare a un’estetica peculiare e straniante.

Seventh Tree (2008)

L’antidoto a Supernature. Registrato nella campagna del Somerset, è un disco di folktronica bucolica: chitarre acustiche, arpe, sintetizzatori rarefatti, temi ispirati alla natura e al paganesimo. A&E è una ballata di straordinaria tenerezza. Debutta al numero due in Gran Bretagna. La critica lo accoglie con sorpresa ammirata. La dance audience è disorientata. È esattamente quello che i Goldfrapp volevano.

Head First (2010)

La macchina del tempo: suono anni Ottanta puro, synth-pop e italo-disco, tributo dichiarato a un decennio di plastica e neon. Rocket debutta al numero uno nella classifica dance americana. Seconda nomination ai Grammy. Chi lo ascolta senza sapere la data di uscita lo collocherebbe spontaneamente tra il 1983 e il 1986.

Tales of Us (2013)

Il disco più intimo e narrativo. Quasi tutti i brani portano nomi propri come titolo — Annabel, Drew, Ulla, Simone — e ciascuno racconta una storia frammentata, sospesa tra folk barocco e ambient elettronica. Per la prima volta i Goldfrapp eseguono l’album in anteprima con un’orchestra di 24 elementi al Manchester International Festival. Il Tales of Us film event viene trasmesso nei cinema di tutto il mondo. Una delle opere più ambiziose della loro carriera.

Silver Eye (2017)

L’ultimo album del duo, ad oggi. Più oscuro e meccanico di Tales of Us, con influenze krautrock e synth-pop industriale. Debutta al numero sei in Gran Bretagna. Ocean, con la voce di Dave Gahan dei Depeche Mode, è un momento di rara intensità. Dal 2022 il duo è in pausa indefinita: Alison ha pubblicato il suo primo album solista — The Love Invention — nel 2023, raggiungendo la stessa posizione in classifica di Silver Eye.

L’estetica: la voce come filo conduttore

In un’intervista del 2017, Will Gregory ha detto una cosa che cattura l’essenza del progetto Goldfrapp meglio di qualunque definizione di genere: “È la voce il grande elemento che lega tutto. E per me si tratta di cercare di estrarre un suono nuovo da ciò che Alison può fare, perché lei ha una gamma enorme di voci. Quando siamo bloccati, è sempre lì che torno a cercare.”

Pitchfork ha descritto la voce di Alison Goldfrapp come un incrocio tra Kylie Minogue e PJ Harvey, tra Annie Lennox e Siouxsie Sioux, tra Rachel Stevens e Beth Gibbons. È una descrizione per accumulazione che dice molto: una voce che non appartiene a un solo genere, che può essere sussurro o urlo, cabaret o punk, erotica o spettrale. È questa versatilità — non la competenza tecnica di Gregory, pur straordinaria — il vero segreto dei Goldfrapp.

L’estetica visiva ha sempre accompagnato quella sonora con la stessa coerenza

Per ogni album, Alison ha costruito un’identità visiva radicalmente diversa: per Black Cherry si è ispirata a Marlene Dietrich e alla sua passione per gli animali; per Supernature ha abbracciato il glam più ostentato; per Seventh Tree si è reinventata come figura agreste e quasi pagana; per Silver Eye ha fotografato personalmente tutte le immagini del disco. La musica non era solo da ascoltare: era da vedere, da indossare, da abitare.

«Whatever comes next is the antidote to what we’ve
done already – if only to keep ourselves sane»

Will Gregory

In vent’anni di carriera, i Goldfrapp hanno vinto due Ivor Novello – tra cui quello per l’ispirazione musicale nel 2021, riconoscimento dell’influenza esercitata sull’intera scena elettronica britannica – e sono stati candidati a due Brit Awards e a un Mercury Prize. Hanno firmato le colonne sonore dei film My Summer of Love e Nowhere Boy, e hanno scritto la musica per la produzione della Medea al National Theatre nel 2015. Sono stati a un passo dall’ottenere la commissione per una colonna sonora di James Bond. Una carriera che ha attraversato il pop senza mai appartenergli del tutto – il segno di chi ha sempre preferito il rischio alla ripetizione.

— Onda Musicale

Tags: Kylie Minogue, Depeche Mode, Annie Lennox, James Bond
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