Recensioni e Interviste

“Laura Palmer” è il nuovo singolo di LEHAVRE. La nostra intervista

Fuori dal 27 giugno “LAURA PALMER”, il nuovo singolo di LEHAVRE. Un brano incalzante, rock e pieno di energia che racconta la fine di una storia d’amore come se fosse una serie televisiva.

Siamo al quarto singolo per i LEHAVRE e ogni volta non si smentiscono! “LAURA PALMER” è un brano ricco di riferimenti della cultura pop, ma il tutto viene fatto in una chiave rock. Riff di chitarra graffianti e un basso accattivante che fanno venire voglia di scatenarsi. Un gioco di suoni che tengono l’ascoltatore incollato al pezzo.

Il 27 giugno è uscito “Laura Palmer”, il vostro quarto singolo. Com’è nato questo brano e cosa rappresenta per voi?

Sarà banale dirlo, ma rappresenta una sorta di maturità. Con i primi tre singoli stavamo capendo come mettere insieme le diverse anime (e i diversi ascolti) del trio. E infatti sono usciti tre pezzi abbastanza divesi tra loro. Con questo abbiamo fatto una sorta di seduta di psico-musico-terapia: ci siamo seduti in circolo e ci siamo passati uno smartphone connesso a Spotify. “Ora a testa mettiamo una canzone che sentiamo rappresenti il sound LEHAVRE”. Poi abbiamo tirato le somme e ci siamo detti “ecco dove vogliamo andare”. È stata una svolta e crediamo che nel pezzo si senta.

La canzone ha un’energia travolgente, trainata da riff e linee di basso davvero coinvolgenti. Com’è stato il processo di composizione musicale?

LAURA PALMER era nel cassetto con scritto “prima o poi la mettiamo apposto” da tempo. L’avevamo scritta, ma non eravamo convinti dell’arrangiamento e del testo, tanto che l’abbiamo sempre tenuta fuori dalle scalette live. Aveva qualcosa che ci piaceva, ma non capivamo come farla funzionare. Poi, grazie a quell’ascolto condiviso di cui sopra, ogni cosa ha trovato il suo posto. Hanno influito l’ascolto di un botto di roba brit di inizio millennio (Foals, Two Door Cinema Club, Franz Ferdinand e Libertines). E poi è uscito il riff. E poi è uscito il testo. E poi il nostro produttore Massimo ‘Blindur’ De Vita ha accolto la malsana idea di buttarci dentro anche un campionamento della vera Laura Palmer.

A livello visivo, anche il progetto grafico ha una forte identità. Quanto conta per voi l’estetica nella comunicazione della vostra musica?

Vale quanto la stessa musica. La musica è una forma d’arte imperfetta, perchè coinvolge solo uno dei cinque sensi. I live, ma anche le copertine, ti danno la possibilità di ampliare il racconto coinvolgendo anche la vista. Non è un caso che i grandi artisti che amiamo abbiano tutti una cura maniacale dell’estetica, da David Bowie agli Arctic Monkeys. E poi è stimolante ampliare il linguaggio comunicativo di un progetto musicale anche ad altre forme.

I vostri brani precedenti – “Come i Clash”, “Van Gogh” e “Sarah” – mostrano già una forte coerenza stilistica. Come si inserisce “Laura Palmer” nel vostro percorso?

I singoli precedenti avevano tutti una matrice rock molto americana. È roba muscolare, fisica. Tendevano più all’alternative che all’indie rock britannico che tanto amiamo. Quindi LAURA PALMER chiude una prima fase di LEHAVRE per aprirne un’altra in cui rivediamo il futuro del progetto. Lo si nota anche nelle copertine, con questo singolo abbiamo abbandonato il bordino bianco che aveva caratterizzato la prima trilogia di pezzi. 

C’è una storia, un aneddoto curioso legato alla registrazione o alla nascita di questo pezzo che volete condividere?

La pre-produzione è stata costellata da una serie di incredibili disavventure. La settimana dopo aver finito di arrangiare il brano, è morto David Lynch. Una coincidenza surreale, quasi inquietante. Due giorni dopo il nostro produttore ha avuto un infortunio alla mano mentre era in Irlanda. Il primo giorno di prove in studio è saltato perchè si è fuso il motore della nostra auto (nel mezzo di un temporale, peraltro). Poi però esattamente l’opposto: sono arrivate un paio di gioie una dopo l’altra, come a compensare. Il giorno in cui ci sono arrivati i master arriva l’annuncio che MUBI ha acquisito l’intero catalogo di Twin Peaks. Forse è David dall’alto che ci stava dando la sua benedizione, chi lo sa.

A chi consigliereste l’ascolto di “Laura Palmer”? Cosa vi piacerebbe che il pubblico portasse a casa dopo averlo sentito?

C’è una canzone bellissima di una band chiamata The Wombats che recita “balliamo ascoltando i Joy Division e celebriamo l’ironia della cosa: anche se tutto va male noi ci sentiamo così felici”. Forse il senso di LAURA PALMER è proprio questo.

Prossimi progetti? L’album è in vista oppure continuerete con i singoli?

Usciranno almeno altri due singoli, che in realtà sono già pronti, e poi vorremmo raccogliere tutto il materiale edito e inedito in un disco. Fosse per noi faremmo l’album alla vecchia maniera, con tanto di vinile e copie fisiche. Ma il mercato di oggi non lo rende sostenibile. Il mondo va veloce, troppo veloce per i nostri gusti. Non so quante persone oggi si possano prendere del tempo per sedersi e dedicare 50 minuti all’ascolto di un album. L’algoritmo ha ammazzato tutto e la cosa ci devasta l’anima.

E infine… chi ha ucciso Laura Palmer?

Siamo stati tutti noi. E continuiamo a ucciderla ogni giorno. Se in Twin Peaks si mettevano a nudo le contraddizioni e le ambiguità di una (apparentemente) tranquilla cittadina americana, oggi è il mondo intero ad essere contraddittorio e ambiguo. C’è tanto odio nella società di oggi, più di quanto non ce ne fosse in uno sceneggiato televisivo degli anni ‘90.

— Onda Musicale

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