Nel cuore dell’estate genovese, tra le architetture eleganti di Villa Durazzo-Bombrini e il fermento culturale del centro storico, prende vita una delle manifestazioni più originali e significative del panorama musicale italiano: il Lilith Festival della Musica d’Autrice.
Nato con l’intento di valorizzare la creatività femminile in ambito musicale, il festival è giunto quest’anno alla sua quattordicesima edizione, confermandosi come un punto di riferimento per artiste, musiciste, performer e per un pubblico sempre più attento alle trasformazioni culturali e sociali che attraversano la scena musicale contemporanea.
La rassegna, in programma dal 20 luglio al 1° agosto, non si limita a offrire concerti, ma costruisce un vero e proprio percorso multidisciplinare, fatto di contaminazioni, riflessioni, sperimentazioni e pratiche collettive. Con un’attenzione costante alla parità di genere, alla ricerca musicale e alla promozione delle nuove voci, il Lilith Festival ha saputo negli anni evolversi, diventando molto più di un palco: un luogo politico, creativo, inclusivo. Uno spazio di confronto in cui la musica è al tempo stesso strumento di racconto, gesto artistico e atto di resistenza.
In occasione dell’edizione 2025, abbiamo incontrato le organizzatrici del festival – ideatrici, direttrici artistiche, anime pulsanti di un progetto tanto ambizioso quanto necessario – per comprendere come nasce una rassegna come Lilith, quali siano le sfide attuali e le direzioni future, ma anche per raccontare il lavoro invisibile che si cela dietro ogni scelta artistica, ogni line-up, ogni serata.
Un dialogo che ci porta dentro la “macchina” del festival, tra entusiasmo, militanza culturale e una visione chiara: quella di un mondo musicale più equo, libero e rappresentativo, dove le voci d’autrice non siano eccezioni, ma presenze costanti e imprescindibili.
Con oltre un decennio di storia, Lilith ha consolidato una voce originale nel panorama dei festival italiani. Come riuscite a rinnovarvi ogni anno senza perdere la vostra identità?
Cerchiamo di tenere fede a quelle che sono le nostre mission da quando abbiamo fondato la nostra associazione nel 2011: prima di tutto dare spazio alle donne che compongono, suonano e cantano la propria musica, che erano sottorappresentate negli altri cartelloni musicali e ancora adesso, anche se la situazione è un po’migliorata, continuano a scontare gli assurdi gap di genere che si incontrano purtroppo a tanti livelli della società e che riguardano anche persone dichiaratamente omosessuali o trans. A Genova, dove è nato tutto, eravamo un manipolo di cantautrici piuttosto nutrito, poi abbiamo conosciuto altre colleghe piene di talento. Man mano abbiamo potuto coinvolgere artiste che erano già un riferimento e il Festival è cresciuto. Ci siamo sempre più cimentate nell’organizzazione di eventi e iniziative che valorizzassero spazi adatti a fare comunità, nello svolgere la nostra piccola parte nella lotta a ogni forma di discriminazione e nel dare spazio in generale a talenti che crediamo meritino di essere conosciuti. Ci occupiamo prevalentemente di eventi musicali ma da qualche anno anche teatrali. Dal 2018 Lilith è pure etichetta musicale.
Il programma di quest’anno attraversa generi e generazioni. Come dialogano tra loro artiste affermate e nuove proposte?
In genere chi prende parte al nostro festival, headliner ed emergenti, entra nello spirito di una manifestazione che vuole favorire conoscenza, condivisione e rafforzamento reciproco. Per lə emergenti condividere il palco con headliner più conosciute vuole essere sì un riconoscimento ma anche un segnale positivo e incoraggiante per altrə che vogliano intraprendere un percorso artistico. Quanto alla varietà delle proposte, è quello che vogliamo perché ci teniamo a mostrare che c’è varietà di stili e di scrittura tra le cantautrici, che non esiste una musica “al femminile” ma artiste originali che meritano attenzione e quindi il nostro festival non può che essere eclettico da questo punto di vista.
La presenza di artiste come Francamente, Emilya Ndme e Leyla El Abiri suggerisce una forte attenzione alla dimensione emotiva, esistenziale e politica della musica. È un segno dei tempi o una scelta curatoriale?
Entrambe le cose. Visto che fortunatamente i progetti musicali firmati da donne sono aumentati e c’è l’imbarazzo della scelta, proponiamo in cartellone prevalentemente chi sta promuovendo un progetto recente, quindi la proposta di ogni edizione, senza volere essere necessariamente “à la page”, fotografa comunque un qui ed ora piuttosto attendibile, anche se ovviamente poi contano anche le scelte della nostra direzione artistica. Sicuramente preferiamo dare spazio a chi ha qualcosa da dire e lo fa con coraggio, a chi persegue in maniera onesta un percorso creativo. Comunque ci fa piacere constatare che finalmente l’attenzione agli aspetti esistenziali e politici sia una caratteristica anche di artistə che usano in maniera intelligente il linguaggio del pop, attentə alla resa scenica, al visual dei propri progetti.
Chiudere con le CocoRosie è un gesto simbolico forte. Cosa rappresentano per voi nella storia del Lilith Festival?
Le CocoRosie rappresentano particolarmente bene un’idea creativa sperimentale che spazia tra i linguaggi artistici, che sa essere sognante ma anche cruda, sono estremamente moderne ma con qualcosa che richiama atmosfere fuori dal tempo. Potremmo dire che anche la loro vicenda personale di sorelle che si ritrovano dopo tanto tempo e intraprendono uno dei sodalizi creativi più interessanti del contemporaneo si sposa bene coi messaggi del nostro festival…ma la verità è che ci piacciono molto, che sono grandi artiste a cui stavamo dietro da un po’ e siamo felici finalmente di averle sul nostro palco.


