Recensioni e Interviste

“Fotosintesi” è il nuovo EP di Roberto Salis

copertina del nuovo EP di Roberto Salis

Fuori dal 3 novembre “Fotosintesi”, il nuovo EP di Roberto Salis. Tre canzoni che mostrano tutte le capacità del musicista sia dal punto di vista testuale che di sound

Dall’ironia di “Rido,” alla critica tagliente di “Yes Man”, fino alla sospensione ipnotica di “Change (In The Air)”. Ogni elemento, chitarre ritmiche e soliste, sintetizzatori, basso e voce, è suonato dallo stesso artista, Roberto Salis. Il risultato è un lavoro radicalmente personale e coerente, capace di fondere poesia, sperimentazione e groove.

Roberto, Fotosintesi è un titolo molto evocativo. Cosa rappresenta per te e come nasce l’idea di questo EP?

Ho chiamato l’EP Fotosintesi perché avevo bisogno di rinascere, di trasformare tutta la fatica e il casino degli ultimi anni in qualcosa di vivo. Dopo alcuni problemi di salute ti rendi conto davvero dell’importanza della vita, del poco tempo che abbiamo e di quanto tutto possa finire in un battito di ciglia, poi il Covid che ha messo in ginocchio lo spettacolo e un sistema musicale
ormai allo sbando. A un certo punto ti devi reinventare e attualizzare quello che fai — senza mai tradirti. Dal 2022 ho ripreso a suonare come un matto: circa 200 live in un anno, la notte palco e la mattina nelle attività didattiche. Ho suonato ovunque: da situazioni più vintage, fino a set elettronici dove la chitarra è comunque in primo piano. È lì che succede la vera musica: sul palco. Il palco è la vita, e la vita è la strada — è la parte più sincera della musica.

Oggi l’industria discografica è praticamente evaporata. Non è cambiata , è semplicemente peggiorata sparita : non esiste più. Internet ha resettato tutto e si sopravvive solo con i live. Non è più come negli anni ’70-’80, quando le case discografiche investivano montagne di soldi sugli artisti e c’erano veri rientri economici dai supporti fisici. Prima, con la vendita di un disco, ti compravi una casa; ora, con il “mitico” streaming, al massimo puoi permetterti la casa di Barbie. Quindi, l’unica soluzione è: live, live, live. Ho smesso di aspettare qualcuno e ho deciso di pubblicare semplicemente quello che faccio sul palco, senza filtri e senza calcoli. Alla gente piace, ho un buon riscontro e son contento. Fotosintesi è questo: prendere la luce dove riesci, anche quando non ce n’è, e trasformarla in energia. La musica è il mio modo di assorbire il caos e restituirlo in qualcosa di vitale.

Le tre tracce mostrano lati diversi del tuo universo musicale. Come hai scelto di unirle sotto lo stesso progetto?

Le tre tracce mostrano lati diversi di me, ma fanno parte dello stesso viaggio. Non ho cercato un filo conduttore a tavolino: è venuto fuori da solo, come succede nei live o in una jam session. Suono cose molto diverse — acustiche, elettroniche, più intime o più tirate — ma sotto c’è sempre il blues. Il blues è la base di tutto, il punto di partenza. Lo dicevo già in un mio lavoro precedente, Il cavallo di Troia: il blues è come il soffritto in un sugo o le fondamenta in una casa. È lì anche quando non lo senti, regge tutto. L’idea di unirle nello stesso EP è arrivata dopo, in modo naturale.

“Rido” ha un’ironia disincantata ma anche un fondo malinconico. Da dove nasce questo contrasto?

“Rido” nasce da un’idea di Alessio Luise, un autore e amico con cui condivido vent’anni di amicizia e di percorso. È stato lui a darmi l’input con quella frase: “come faccio a … e tutto si conclude sempre con rido, rido…”. Da lì ho sviluppato tutto il testo. Per me è quella risata amara che ti scappa quando ormai hai capito come vanno le cose. È ironica, ma non leggera: è una forma di difesa.

Ridere è l’unico modo per provare a non prenderla troppo sul serio, anche quando dentro crolli a pezzi e ti fa incazzare. C’è sempre un fondo malinconico — come nei pagliacci, che spesso hanno un’anima triste ma un sorriso dipinto. Dietro l’ironia c’è sempre consapevolezza. È un po’ come dire: “sì, fa schifo, ma devo andare avanti lo stesso e trovare il modo di aprire quella porta”. Devo trovare la chiave giusta, anche se qualcuno l’ha nascosta bene. È un riferimento a questo periodo finto-facile che stiamo vivendo, dove sembra tutto alla portata ma in realtà è tutto molto più difficile di prima — solo che è ben camuffato. È quel tipo di sorriso che ti tieni addosso dopo averne viste tante, dopo averle prese, quando guardi le cicatrici e capisci che fanno parte di te. In fondo, ridere è anche una forma di resistenza: trasformi il peso in qualcosa che almeno ti fa respirare.

“Yes Man” è una critica tagliente al mondo del lavoro e delle maschere sociali. È un brano nato da esperienze dirette?

«Yes Man» è nata osservando certi meccanismi del mondo del lavoro — che in realtà si estendono anche alla vita di tutti i giorni, ai rapporti sociali, dove dire sempre “sì” diventa quasi una strategia di sopravvivenza. O, se vogliamo essere più sinceri, a volte è qualcosa di viscido e bastardo: un modo per fregare il prossimo. Personalmente non l’ho mai vissuta, forse perché — tra pregi e difetti — ho quello di non saper portare più facce. I “sì” di circostanza non mi riescono, non fanno parte del mio modo di essere. Ho però visto da vicino quanto quell’atteggiamento possa fare danni. All’inizio lo yes man sembra utile, rassicurante per un capo.

Ma alla lunga, l’assenza di spina dorsale fa crollare tutto e finisce per danneggiare seriamente qualsiasi struttura lavorativa o aziendale. È un brano che parla di autenticità, ma con un sorriso amaro. Il ritornello dice: “Povero yes man”, perché in fondo lui fa pena. Lo yes man è uno sfigato: pensa di farla franca, di fregare il prossimo, ma non funziona così. Crede che prendere l’ascensore mentre tutti fanno le scale sia la scorciatoia giusta. Ma non lo è. I castelli di carte crollano — e oggi più velocemente di prima. Alla fine, dire sempre sì è molto più rischioso che avere il coraggio di dire qualche no al momento giusto.

“Change (In The Air)” chiude l’EP in modo quasi meditativo. È una riflessione sul cambiamento personale o più universale?

Change (In The Air) parla di quel momento in cui ti fermi e capisci che tutto, intorno e dentro di te, si muove. È un cambiamento personale, certo, ma anche collettivo: viviamo in un’epoca che ci obbliga — con finte comodità spacciate per progresso — a cambiare tutto a una velocità assurda. Spesso però è solo una distrazione imposta, una corsa che non porta al bene dell’individuo, ma di chi muove i fili. Il brano ha un’anima ipnotica e meditativa, anche se l’arrangiamento è un deep blues costruito su un solo accordo che “rivolto”, proprio come i vecchi blues ipnotici. L’ho vestito in modo più “moderno” per arrivare anche alle generazioni più giovani e, come dicevamo prima, per attualizzare ciò che faccio senza tradire me stesso. La radice, però, resta sempre quella. Il vero cambiamento, per me, sta nella calma riflessiva. Sembra quasi dire: “Tutto si muove, tutto cambia… ma ricordatevi che le cose belle restano.”

Quelle fatte bene non passano mai di moda. Sai quando ti chiedono: “Ti piace quella canzone o quel genere?” e uno risponde d’istinto sì o no? In realtà non è mai solo una questione di brano o di genere: dipende da chi lo fa, da chi lo interpreta.
Spesso la gente si ferma alla superficie. Una canzone apparentemente insignificante, se la suona un vero artista, un bravo musicista può diventare profonda e interessante; la stessa canzone fatta ad esempio da uno yes man, invece, perde tutta la sua anima diventando insignificante. È come in cucina: un piatto, buono o brutto, dipende dallo chef. Nella musica è uguale — conta chi lo prepara e quanto ci mette di sé, degli anni, del vissuto.

In fondo, il senso del brano è questo: la velocità del cambiamento che ci vogliono imporre è un’illusione. Se resti calmo — cosa molto difficile di questi tempi — e centrato, il cambiamento arriva lo stesso, ma nella direzione che scegli tu, non in quella che vogliono gli altri. Battiato, ad esempio (senza voler fare paragoni con un gigante), aveva già indicato questa via quando cantava del suo “centro di gravità permanente”. Change (In The Air) è un brano sospeso, una sorta di preghiera laica, vestita in modo contemporaneo: non c’è rabbia, solo consapevolezza. E ogni volta che lo capisci, ti accorgi che nell’aria c’è ancora un po’ di luce.

Sei stato finalista a Sanremo Rock e hai calcato palchi importanti. C’è ancora un sogno o un obiettivo che senti di voler realizzare?

Ora più che mai non mi pongo limiti. Anche perché — collegandomi a quello che dicevamo prima — non siamo più nei “bei” anni ’70-’80, quando un musicista poteva vivere di sole vendite, di SIAE e di qualche concerto ogni tanto. Quel periodo è finito. Oggi devi solo suonare, suonare, suonare: live, live, live. La vita del musicista è molto più dura, il business discografico è praticamente morto, e non puoi permetterti di fare il prezioso o di metterti dei limiti. Vengo da un contesto in cui, quando dicevo che volevo vivere di musica, mi deridevano come se fossi un pazzo. E infatti, per molti, lo ero: uno destinato a fallire nella vita. Quelle voci, inutile negarlo, ogni tanto nei momenti difficili mi rimbombano ancora in testa. Ma quella “pazzia” l’ho sempre difesa. E dopo anni di sacrifici, di sangue, di lacrime e tanta solitudine, oggi — da quindici anni — vivo solo di musica. Per me è la normalità.

Ho una laurea in ambito scientifico, tra chimica e fisica. Ricordo ancora quel pomeriggio di settembre del 2004: andai a discutere la tesi in jeans e maglietta, da solo, non dissi nulla a nessuno. Finito, salutai e tornai a casa. Non ho mai ritirato il diploma di laurea — è ancora lì, all’università. Ho scelto consapevolmente di non fare mai nulla che non abbia a che fare con la musica. Tutte le mie entrate, qualunque esse siano, devono provenire da lì. È una regola che mi sono imposto: una forma di rispetto verso me stesso, verso ciò che amo fare e verso la musica stessa — che, in fondo, mi ha letteralmente salvato la vita.

In questi anni ho calcato palchi importanti, aperto i concerti di alcuni dei miei idoli — Alex Britti, Nomadi, Negrita, Bandabardò, Stephen Marley, per citarne alcuni — e collaborato con grandi artisti. Tra questi, la gigantesca Irene Fargo: ho avuto l’onore di essere il suo chitarrista. La sua bravura e il suo talento erano pari solo alla sua incredibile umiltà. Sono stato finalista all’Ariston per Sanremo Rock, ma credo che chi ama davvero il proprio lavoro non si ponga mai limiti.

Se ami quello che fai, vuoi sempre di più: vuoi crescere, scoprire, migliorarti, suonare ovunque, portare la tua musica in giro.
Anche all’estero.

Cosa possiamo aspettarci da Roberto Salis dopo Fotosintesi? Stai già lavorando a nuovi progetti?

Sì, sto già lavorando a nuova musica in studio: sto registrando brani completamente acustici, unplugged, con chitarre acustiche, dobro, percussioni e altri strumenti. Tutto in una dimensione molto naturale, mentre continuo a suonare live quasi ogni giorno. Per me la vera fase creativa nasce proprio dal palco: ogni concerto è un laboratorio, un esperimento, un modo per capire dove andare. Ho diversi brani nuovi che stanno prendendo forma — alcuni in italiano, altri in inglese — perché voglio aprirmi sempre di più verso l’estero.Sto anche lavorando a qualche collaborazione, ma senza fretta: voglio che tutto resti autentico. Credo davvero che il periodo delle strategie fatte a tavolino stia piano piano finendo. Una delle poche cose buone, se vogliamo, di questo internet ormai fuori controllo è che se una situazione si monta in fretta, altrettanto in fretta si smonta se non hai contenuti reali.

Sai, oggi c’è chi guarda solo ai numeri, ai follower — e lì si è davvero toccato il fondo. Poi gli parli di live, e dopo quaranta minuti si sono già stancati, magari con l’80% di sequenze sotto gli effetti per intonare. La gente si è stancata e sta tornando a cercare altro: l’autenticità di chi sa davvero fare il proprio mestiere, con quell’energia che nasce solo dall’esperienza e dalla verità.

L’unica cosa che mi piacerebbe ora è trovare un manager o un booking che mi segua nei live, perché la parte organizzativa — fare tutto da solo — comincia a diventare molto impegnativa. Vorrei potermi concentrare solo sulla parte artistica. Dopo Fotosintesi voglio portare ancora più luce nella mia vita — cioè nella mia musica. Ma una luce diversa: più consapevole, più libera.

— Onda Musicale

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