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Nigra: dalle industrie al sud del mondo “A piedi nudi”

A piedi nudi

Intervista ai Nigra, fuori con il loro ultimo album “A piedi nudi”.

Ecco “A piedi nudi” un disco “cosmopolita” in qualche maniera. Dietro le quinte di un rock avulso da perbenismi pop e scelte estetiche ruffiane – anche se poi alla forma solita concedono compromessi e assecondano le loro forme – il trio formato da Luciano Amodeo, Pasquale Caracciolo e Christian Felice Gangeri approda ad un disco socialmente utile e politicamente scorretto anche se, visti i preziosi risultati di produzione, avrebbero potuto concedersi frecciatine decisamente più velenose.

Sono romantici, sono allegorici (ma neanche tanto), sono rock… i Nigra incontrano la mano artigiana di Daniele Grasso della Dcave di Catania e il resto è la storia di un nuovo lavoro di inediti che sa anche tanto di Africa, di canti popolari, di esotiche atmosfere…

Il disco si apre con una distorsione che molto richiama i canti popolari africani. Sai come l’ho letta (molto però forse condizionato dal concept)? Crediamo incomprensibile tanto da discriminare le minoranze… che ne pensi?

La distorsione non nasce per escludere o rendere incomprensibile: nasce dal desiderio di far percepire la tensione tra memoria collettiva e percezione individuale. L’Africa non è mai citata in maniera decorativa: è una traccia, una presenza sonora che attraversa l’esperienza emotiva, non la regola. Se qualcuno la legge come discriminante, forse il problema non è nella musica ma nella lente con cui si cerca di decodificarla.

E questa distorsione in genere condisce un poco tutto il disco o sbaglio?

Sì, c’è una costante di distorsione: è come un filo rosso che attraversa paesaggi sonori diversi. Serve a far sentire che la realtà non è mai lineare, che il nostro tempo, le nostre identità, i nostri corpi, convivono con rumore, interferenza e caos.

E questo suono che sfida la dimensione popolare e spesso risolve dentro cose “internazionali” come il drilling? Penso a come inizia “Sudamerica” e poi penso a “Chi sono” … due mondi opposti se ci penso. Cosa ne pensate?

C’è sempre un dialogo tra radici e orizzonti globali. “Sudamerica” appare spesso nel disco, come un ritorno, un paesaggio sonoro che collega storie e culture lontane. “Chi sono” invece è introspezione urbana, ipercontemporanea. La sfida era far convivere mondi opposti senza tradire nessuno dei due: popolare e internazionale, antico e moderno, vicino e lontano.

Però restando anche su questo brano: c’è tanta Africa nel disco “A piedi nudi” o sbaglio? Perché?

Sì, c’è Africa nel senso di origine, di forza primordiale e di ritmo che attraversa tutto il disco. Non parliamo di Africa geografica, ma di Africa come matrice emotiva, come memoria ancestrale che non smette di respirare dentro la modernità. E insieme a questa matrice, “Sudamerica” torna come un tema ricorrente, a ricordarci che le influenze globali si mescolano e si rispondono continuamente.

Quanta distruzione serve per ricostruire l’uomo? Domanda a bruciapelo…

Forse quanta basta da farlo cadere abbastanza a lungo da guardarsi dentro. La distruzione non è fine a se stessa: è la condizione per rigenerare, per resettare gerarchie, abitudini, sicurezza apparente. Senza caduta, la ricostruzione rimane superficiale.

— Onda Musicale

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