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Fuori “Venere”, il secondo singolo di Jaranoia che anticipa l’uscita del disco in primavera.

Venere

“Venere” è un brano che parla d’amore in senso lato, nelle sue sfaccettature più cupe.

Venere è fondamentalmente una canzone d’amore, ma un amore esiliato su un pianeta inabitabile. Quindi Venere come passione e bellezza, Venere come un pianeta dall’aria irrespirabile, con pressione e temperature elevatissime, del tutto incompatibili con la vita.

Partiamo da “Venere”. Com’è nato questo brano e qual è stata la scintilla iniziale che ha dato il via alla scrittura?

Jacopo Ramonda: Io e Fabio abbiamo il brutto (e vecchio) vizio di ragionare in forma di album, più che in termini di singoli che poi confluiscono in un disco-contenitore. Per cui Venere – come gli altri 11 brani dell’album – sono nati un po’ per volta, negli anni, e anche volendo, sinceramente, ci sarebbe impossibile ricostruire la genesi di ogni pezzo. Quello che abbiamo avuto chiaro fin dall’inizio era che io e Fabio avevamo un canzoniere di una cinquantina di brani, tra pezzi miei e pezzi suoi, e da questa discreta mole di canzoni siamo partiti immaginando un Lp e un Ep.

I testi originari erano tutti in inglese, i miei come i suoi. E poi avevamo i nostri libri, da cui inizialmente pensavamo di attingere pesantemente per scrivere i testi in italiano, perché di tradurre gli originali dall’inglese non ci è mai importato granché. Tradurre è tradire, giusto? Poi abbiamo tradito anche quel presupposto di partenza e abbiamo scritto quasi tutti i testi da zero, a quattro mani, ridendo, bevendo e bestemmiando.

Beat minimale e melodia pop: due anime in contrasto. Quanto è importante, per voi, che la musica rispecchi la dualità del testo?

Jacopo Ramonda: Mi piace definire Jaranoia un progetto bipolare. Perché siamo in due – io e Fabio – ma anche perché, volendosi fidare della psichiatria, pare che io un disturbo bipolare ce l’abbia a tutti gli effetti. Al di là di questo rimando autobiografico, Jaranoia è un progetto fatto di contrasti, perché i nostri gusti musicali – come ascoltatori – sono pieni di apparenti contrasti. Da una parte tutto ciò che è post-punk, dall’altra il southern gothic, dall’altra ancora il pop e la melodia. Volevamo mescolare tutto insieme, perché i dischi che ci piacciono di più non sono di genere, ma valicano i generi, anche sbattendosene del politicamente corretto e dell’appartenenza ideologica a mondi musicali rispetto alla quale ci siamo sempre sentiti apolidi.

E chiacchierando di queste questioni in libertà, ci siamo resi conto che le canzoni erano piene di contrasti interni: le melodie erano pop, il materiale testuale di partenza era cupissimo, la nostra idea di produzione e di arrangiamento guardava parecchio a Blues Funeral di Mark Lanegan e ai New Order. E quindi ci siamo detti che sarebbe stato interessante provare a tenere tutto insieme, senza preoccuparci di una coerenza tra testo e musica, ma anzi cercando talvolta di enfatizzare i contrasti che erano già fortemente presenti nel materiale di partenza.

Com’è stata la collaborazione con Filippo Passamonti per mixing e mastering?

Jacopo Ramonda: Seguivo il canale youtube di Filippo da tempo, perché sono un nerd dell’home recording. Quando abbiamo chiuso il nostro mix – fatto in casa da me, con una relativa povertà di mezzi ma, in compenso, con una dedizione al limite della maniacalità – ci siamo resi conto che, come succede quasi sempre, sarebbe stato fondamentale il confronto con un orecchio esterno. Il VDSS Studio di Filippo era il posto giusto per noi, sia da un punto di vista tecnico sia sul piano del background musicale e culturale.

Quindi è stata una collaborazione naturale e che infatti si è dimostrata molto facile da portare avanti. Filippo si è subito preso bene per il nostro lavoro, e noi sapevamo che avrebbe saputo correggere i vari difetti che ci stavamo portando dietro senza nemmeno rendercene conto, anche perché oramai conoscevamo i pezzi e i mix a memoria. Quindi ci serviva qualcuno in grado di fare un ascolto critico e correggere le magagne senza però snaturarci.

Nella vostra poetica emerge spesso il contrasto. Cosa vi affascina del binomio bello/velenoso, delicato/cupo?

Jacopo Ramonda: Che è reale. Non so te, ma le cose che piacciono a me fanno male. Mi spiace per il cliché – e oltretutto sarei contento di avere ambizioni meno autolesioniste – ma a quanto pare non posso farci niente: trasformo tutto in patologia, fondamentalmente perché mi prendo bene a livelli patologici. Quindi libri e dischi per me sono cura e malattia. E direi che anche Fabio non ci va leggero, da questo punto di vista. Con dei presupposti così era inevitabile che il contrasto stridente diventasse un presupposto fondativo di Jaranoia.

Parlando di influenze, citate Caproni e Ivano Ferrari prima di Kurt Cobain. Qual è il vostro rapporto con la poesia e in che modo entra nella musica?

Fabio Donalisio: A prescindere dai percorsi di lettura di ciascuno, è evidente come sia stata la poesia a farci incontrare. Entrambi, in diverse forme, ne abbiamo scritta e tanta, troppa, ne abbiamo letta. Un certo modo di “sentire” la parola, e quindi di utilizzarla, senz’altro viene da lì, così come un’ossessiva attenzione per il suono del significato. Anche nella nostra poesia “scritta” esisteva in nuce un’attrazione per la musica, una contaminazione strutturale che poi si è tradotta nell’interesse per le forme ibride, partano esse da un testo, da un suono, da una persona.

La parola in senso letterario deve consustanziarsi nella canzone, esistere in forma simbiotica: non una lettura musicata, ma la parola dentro la musica. Ecco dunque che le centinaia di riletture di Caproni non possono non risalire carsicamente in un sistema di suoni che deve qualcosa ai Nirvana e qualcosa al synthpop.

“Nostalgia del presente” e “Venere” anticipano l’album. Che tipo di viaggio emotivo e sonoro dobbiamo aspettarci dal vostro primo disco?

Jacopo Ramonda: Il nostro primo disco – come l’Ep che seguirà e che stiamo chiudendo in questi giorni – è fondamentalmente una poison pie. Quindi il viaggio – dolce e velenoso – sarà anche senza ritorno, magari non per voi, ma per noi di sicuro.

— Onda Musicale

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