Ho scelto tre parole che secondo me centrano a pieno questo lavoro d’esordio di Adriano Meliffi ovvero AdriaCo.
Si intitola “Collezione di arretrati” e già questo titolo la dice lunghissima: fare incetta di un passato che tanto spesso regala sospensioni e irrisolti. Edulcorarli non per scapparne o evitarne responsabilità, ma per farne arte e suono. AdriaCo ha saputo bene come fare tutto questo regalandoci un disco dalla produzione decisamente interessante, solida, puntuale, fatta di certezze e intonazioni accordate con tutto quel che gira attorno oggi, dall’elettronica al suono pop tradizionale, da forme quadrate a split di improvvisazione.
Sicuramente parliamo di personalità affiorata dentro anni di contemplata osservazione di se. Si esce alla luce, si riaprono cassetti e si scrive un disco di pop dove la voce – che forse paga qualche debito di riconoscenza – fa gli onori di casa: begli arredi, puliti, semplici. Al mio ascolto non pecca neanche di una presunzione e di ridondanze estetiche, proprie spesso delle energie entusiaste degli esordi di questo tempo dove tutto è gratuitamente concesso. Significa anche maturità tutto questo…
AdriaCo, c’è un taglio di voce che tanto gioca sui vibrati e su quella forza che ha nel rendersi sottile. E penso molto ad Alex Baroni. Che mi dici?
Che è un complimentone! Una delle voci più belle che abbiamo avuto nel pop italiano. Alex aveva una vocalità più soul rispetto a me, credo, come Giorgia, Mengoni… Tutti artisti assurdamente bravi. Io non sono “nato” cantante, ma cantautore… Ho iniziato a studiare canto a 18 anni perché volevo riuscire a cantare bene le mie canzoni. Se qualcuno agli inizi mi avesse detto che avrei goduto della gioia di concedermi virtuosismi vocali, vibrati e passaggi di registro, non gli avrei creduto. E invece eccomi qui addirittura a insegnare canto!
Il mio obiettivo, anche quando insegno è sempre mettere la tecnica a servizio dell’interpretazione, dell’emozione che è dentro i brani. In questo disco ho usato le capacità acquisite senza nemmeno accorgermene, non ho mai pensato “adesso faccio un vibrato, adesso ci metto un run”. Al centro di tutto per me rimane la parola, il contenuto ed è quello che anche inconsapevolmente guida le scelte di suono.
Che senso hanno tracce come “Interludio” dentro un disco così di pop?
Mi fa sorridere che questo disco non si sappia bene come inquadrarlo. C’è chi mi dice che sono troppo pop, chi mi dice che sono poco pop. Alla fine, questi discorsi lasciano un po’ il tempo che trovano. Gli interludi sono modi per continuare a narrare, non spezzare l’atmosfera, tra una traccia e l’altra. Tanti dischi al momento sembrano un po’ un catalogo, un elenco di pezzi non connessi tra loro.
Qui il rischio era alto, perché sono canzoni scritte in momenti molto diversi tra loro. Eppure, le ho scelte seguendo dei criteri, cercando un filo conduttore. L’idea di creare delle inter-tracce è venuta molto presto, ma le ho realizzate solo alla fine della produzione, mescolando e ricomponendo materiale registrato per altre canzoni del disco. Mi sono dato un tema per ciascun interludio: l’ansia del tempo, la difficoltà di ascoltare, il potere del cambiamento.
E dunque ti chiedo: l’improvvisazione, il futuro, l’elettronica… che posto occupano dentro la fase creativa di AdriaCo?
Domanda complessa perché sono in realtà 3 domande in una. C’è stata molta pianificazione sicuramente, molto da riflettere con i musicisti e co-arrangiatori, su come rispettare ciascuna canzone nella sua essenza, ma legando comunque i brani tra loro. Quando una canzone si trascina per tanti anni, si solidifica negli anni con la sua storia, il suo suono, trovare spazio per fare modifiche e improvvisare diventa difficile e rischioso, ma ho voluto comunque ritagliare dei momenti liberi, spazi creativi per i musicisti e anche per la mia voce.
Tra l’altro è meraviglioso improvvisare, capisci davvero che la musica è un linguaggio. Invece sull’elettronica, posso dire che è un mio pallino da sempre. Quando ero bambino mi innamorai del disco di Elisa Asile’s World che era praticamente tutta elettronica. In adolescenza ho fagocitato le discografie di Björk, Depeche Mode, Imogen Heap, Radiohead.
Dei contemporanei amo Aurora, Billie Eilish… Sono tutti artisti che mettono l’elettronica al servizio della composizione cantautorale, non appoggiano semplicemente parole e voce su sperimentazioni elettroniche. È un po’ quello che mi piace fare, usare l’elettronica come un altro strumento che va ad aggiungersi a quelli tradizionali, usarla con criterio e scelta, non solo perché così e più semplice. E soprattutto usarla in modo personale e non preconfezionata per suonare uguale a cose che già esistono.
Negli arretrati che hai collezionato ci sono anche cose perse per sempre?
Mi viene in mente il testo di Dall’altra parte del mare. Sì, penso non studierò mai Portoghese come mi ero promesso e sicuramente farò fatica a riprendere il pianoforte classico con la Suite Bergamasque e soprattutto il Pas de deux di Tchaikovsky che è difficilissimo! In compenso ho ripreso a scrivere il mio romanzo. Si tratta anche qui di scegliere, selezionare quello che davvero vogliamo portare con noi nel costante rinnovo della vita.
Quando perdiamo qualcosa spesso nemmeno ce ne accorgiamo. Ad esempio, ho perso il sogno di una vita di successi in musica, ma nemmeno mi fa male, mi piace pensare di farlo per me. Quanto alle canzoni, sono ancora pieno di arretrati e intendo pubblicarli tutti, coi miei tempi.
Bella questa copertina e penso proprio ha una storia interessante… vero? E qui rimandiamo al video di “Dire” …
Sono contento che le grafiche stiano destando interesse, non è la prima volta che mi chiedono di spiegare cosa c’è dietro. Matteo Lucibello ha fatto un lavoro fantastico a mio parere e in epoca di IA trovo sia un valore aggiunto affidare l’artwork a un professionista, in carne ed ossa, lasciare che la musica lo ispiri nel creare un’opera unica e irripetibile, vederlo di persona per discutere le sue proposte.
Le arti da sempre comunicano tra loro e devono continuare a farlo. Io non sono grafico e da solo non avrei mai pensato a un progetto del genere: cartoni animati vintage, Kandinsky… Ha realizzato una copertina (o meglio, un mostro) per ciascuna canzone del disco e mi ha detto “queste sarebbe bello animarle e proiettarle ai concerti, metterle nei videoclip”.
Per questa seconda fase del lavoro ho contattato il mio amico Luca Arduini che insegna al Rossellini di Roma. Ha proposto queste animazioni come progetto scolastico e lo ha dato in pasto a un gruppo di studenti bravissimi. Una bella esperienza che aggiungo al libro dei ricordi di questa produzione.


