Un titolo e un moniker che lasciano aperte pagine e pagine su cui ragionare, con Nodo Prusik.
Il primo lavoro di inediti di Elias Goddi che dà voce, anima e urgenza al progetto Nodo Prusik si titola “Transeunte”. Filosofeggiando un poco su: il nodo Prusik sviluppa forza e stringe quando siamo in tensione. Dunque, la transitorietà della vita è quanto di più fragile possa accadere in generale per la nostra forma mentis… e da qui, sempre per mie vie celebrali, penso a questo disco come una rinascita energetica, un urlo di liberazione dentro un transiente di vita costretto da normalità oserei dire distopiche se non addirittura assurde.
Suono urbano, ostinati kraut, rigorose forme elettroniche che dimostrano severità nelle liriche che non cercano dolci maniere per puntare il dito sulla pochezza del genere umano. E il suo modo di rompere le abitudini melodiche è un tassello di fascino di un disco che sin dalle prime battute dimostra quanta sana urgenza c’è dentro un disco nuovo. Quanta novità potente dentro la nuova musica italiana… da ascoltare a stomaco pieno (e non l’ho detta io per primo)…
Quanta rabbia ci vuole per un disco simile?
In realtà ci vuole molta più freddezza per raccogliere svariati elementi, tra questi anche la rabbia, controllare il tutto e costruirci qualcosa di solido.
One Man Band… come mai un viaggio così solitario? Non hai fame di contaminazione?
Se intendi sul fronte del processo creativo ci sto da dio, la solitudine è proprio la mia dimensione e ho il controllo su tutto, dall’inizio alla fine della scrittura. Poi alla fine, in fase di produzione, ho comunque bisogno di confrontarmi con qualcuno, e con Federico Coppola mi sono trovato benissimo per mettere a punto il tutto. Poi c’è stato Alvaro Buzzegoli, il batterista, l’unico altro “essere umano” ad aver suonato nel disco. Da un punto di vista del “suonare insieme” trovassi l’ensemble giusto porterei per intero l’album dal vivo. Lì allora si, che mi interesserebbe la contaminazione.
E sul palco un disco così complesso come suona e come si lascia (appunto) contaminare?
Per ricollegarmi alla domanda di prima mi piacerebbe un suono e un approccio molto più fisico, senza però snaturare il progetto. L’apparato elettronico rimarrebbe, ma con una componente strumentale molto più forte.
E nelle liriche c’è tanto disprezzo verso un certo “omologarsi” alle abitudini. Secondo te è una schiavitù, è una forma di fragilità… oppure è una condizione di comodità?
C’è disprezzo ma soprattutto un’analisi della realtà alla quale applico un filtro ben preciso, altrimenti uno leggerebbe le notizie del giorno. L’omologazione di cui tratto è ovviamente una schiavitù alla quale siamo sottoposti tutti quanti. Però attenzione, è una schiavitù molto molto comoda.
Quanto è politico “Transeunte”?
Se ti riferisci alle attività che fanno parte della vita pubblica lo è, ma in realtà non era mia intenzione dargli una direzione di questo tipo. C’è un’analisi che è prima di tutto esistenziale, ha assunto dei connotati politici inevitabilmente dopo che, iniziando a narrare, ho concluso che da questa realtà intesa come abitudini, vizi, routine oggi non si possa sfuggire, è questa la cosa inquietante. Parte tutto dal fatto che non sopporterei di costruire dei racconti incentrati sul mio ombelico, come molta roba che sento in giro.
Che poi questo titolo: un suono così monolitico e distopico tutto lascia vedere tranne che il concetto di transitorietà…
Ma in realtà la transitorietà si riferisce alle tematiche prese in esame. E molte di queste sono così opprimenti che necessitavano di un suono oscuro.


