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Teatro Euphoria si racconta al nostro giornale

Teatro Euphoria

In questa intervista Teatro Euphoria racconta la propria evoluzione e il rapporto profondo con la dimensione teatrale.

Teatro Euphoria è un progetto che sfugge alle definizioni immediate, muovendosi in una zona di confine dove la canzone diventa scena e il live si trasforma in esperienza narrativa. Più che una band, un organismo collettivo che usa il linguaggio musicale come strumento per indagare identità, maschere e contraddizioni dell’umano, rifiutando scorciatoie e semplificazioni. In questa intervista, Teatro Euphoria racconta la propria evoluzione, il rapporto profondo con la dimensione teatrale, l’importanza del racconto e una visione artistica che sceglie consapevolmente la complessità come atto politico e poetico.

Il vostro progetto sembra muoversi costantemente tra musica e messa in scena. Quando avete capito che il linguaggio teatrale non sarebbe stato solo un’estetica, ma una parte strutturale del vostro modo di scrivere e pensare i brani?

Nel 2016 non siamo nati come “Teatro Rock”, ma come una comune band con la voglia di fare esperienza. L’esigenza di evolverci è nata nel tempo: credo infatti che uno dei fattori principali per ogni gruppo sia trovare la propria dimensione. Dal 2016 fino al 2019 siamo stati alla ricerca di un genere che, più che identificarci, ci spingesse oltre le nostre reali possibilità.

Solo nel 2020 abbiamo capito davvero chi siamo e cosa vogliamo fare. La nostra scelta è stata quella di non omologare la struttura musicale alle logiche commerciali odierne, preferendo la via della totale indipendenza. Questo ci permette di muoverci in piena armonia con le nostre decisioni, che oggi dipendono esclusivamente da noi e da nessun altro.
(Eugenio S.)

Nei vostri lavori c’è sempre una forte componente narrativa, quasi come se ogni canzone fosse una scena. Quanto è importante per voi l’idea di racconto rispetto alla singola canzone presa in modo isolato?

L’idea del concept nasce ogni volta che ci esibiamo dal vivo. Le nostre canzoni sono già dei piccoli spettacoli brevi, raccontano storie a sé stanti. Ciò che ricerchiamo è la sensazione di accompagnare l’ascoltatore in un viaggio, senza mai lasciargli la mano, cosa che potrebbe rivelarsi particolarmente rischiosa considerati i temi che trattiamo e i meandri spesso bui dell’animo umano.

Abbiamo fatto in album ciò che da sempre facciamo dal vivo: collegare i brani secondo un’interpretazione. Con la stessa scaletta si possono raccontare infinite storie; pensate in quanti viaggi possiamo accompagnarvi modificando anche solo l’ordine dei brani. Questo è uno dei due aspetti che definisce l’imprevedibilità del Teatro Euphoria, l’altro siamo noi sei. Non so mai cosa aspettarmi da me stesso, figuriamoci dagli altri cinque.
(Emanuele L.)

Il concetto di identità ritorna spesso nei vostri testi, tra maschere, ruoli e sdoppiamenti. Quanto c’è di autobiografico in questo gioco di personaggi e quanto invece è una scelta consapevolmente simbolica?

Per quanto simbolici possano essere, conflitti come quelli che narriamo nascono per forza da un’esperienza vissuta. L’essere umano, per definizione, si pone domande; l’artista è un umano che ha molti dubbi, ma soprattutto troppe domande a cui rispondere, oppure nessuna risposta.
(Emanuele L.)

La vostra musica sembra chiedere un ascolto attento e non immediato, andando spesso in direzione opposta alle logiche di consumo veloce. È una posizione deliberata o una conseguenza naturale del vostro modo di scrivere?

Direi che è una conseguenza naturale, anche se ovviamente non ci dispiace. Seguire le logiche del consumo veloce è un’arma a doppio taglio: garantisce una maggiore fruibilità, ma impone limiti che nel nostro caso risultano troppo rigidi.
(Emanuele L.)

Il live sembra essere un’estensione fondamentale del vostro progetto, quasi il luogo in cui tutto prende davvero senso. Come cambia Teatro Euphoria dal disco al palco?

La prima differenza sta sicuramente nel modo in cui tutto scorre: il live, rispetto al disco di inediti, dura di più ed è arricchito da discorsi e battute che aiutano l’ascoltatore a immergersi nello spettacolo, trasformandosi in spettatore. Un’altra differenza è la presenza di cover, riarrangiate e trasformate in base al concept scelto per quella serata. In questi anni abbiamo avuto l’opportunità di suonare su grandi palchi, per i quali abbiamo ideato spettacoli strutturati con personaggi e copioni, come Senza sé e con ma, uno show che dialoga in parte con IA, ma si concentra soprattutto su introspezione, identità, amore e incertezza.

Il Teatro Euphoria dal vivo e quello “da CD” sono due esperienze diverse, ma entrambe cercano di restituire lo stesso tipo di immersione. Cambiano i mezzi: suoni ambientali in studio, parti finali aggiuntive dal vivo, versioni alternative, improvvisazione e una generosa presenza di “fratello cazzeggio” e “sorella improvvisazione” — sempre con grande equilibrio, sia chiaro.
(Michele “Giuggiolo” R.)

Guardando al futuro, sentite il bisogno di spingervi ancora di più sul lato concettuale e teatrale, o immaginate una fase più immediata?

Del futuro non ci preoccupiamo: noi esistiamo perché siamo presente. Quando un album nasce e viene pubblicato, non ti appartiene più. È come un figlio che cresce da solo: puoi ricordare com’è nato, ma non sai dove stia andando. Non contempliamo il futuro come dimensione creativa; se non viviamo il presente, non sapremmo cosa farcene. C’è sicuramente un’immediatezza nei nostri brani, ma i nostri messaggi non saranno mai semplici.

In un mondo che tende a semplificare tutto, noi preferiamo complicare la vita, affinché emerga qualcosa di davvero umano. Se dobbiamo parlare di urgenza, è questa: invitare le persone a cercare parole nuove, a diventare archeologi della grammatica, a riscoprire la bellezza nascosta dietro termini che possono sembrare ampollosi ma che, in realtà, contengono tutto.
(Eugenio S.)

— Onda Musicale

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