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“Woman On My Mind”: il metalcore dei Fading Into Silence riscrive il codice del dolore

Woman on my Mind

“Woman On My Mind” dei Fading Into Silence è il racconto di una dipendenza affettiva che ha il peso di un’armatura medievale e la crudeltà di un algoritmo

Dimenticate le etichette, dimenticate i confini. L’esordio dei Fading Into Silence è un proiettile all’uranio impoverito che attraversa il petto del metalcore moderno per conficcarsi nel futuro. “Woman On My Mind” non è un semplice album; è un’architettura di ossidiana e silicio, dove l’esperienza internazionale della band (già temprata al fianco di titani come Fear Factory) esplode in un rituale di violenza e bellezza. Siamo di fronte a un “metallo liquido” che fonde la furia degli Architects con la spregiudicatezza dei Bring Me The Horizon più visionari.

La produzione di Federico Ascari agisce come un bisturi elettrico, sezionando la carne dei riff per inocularvi dosi massicce di techno, dubstep e glitch d’avanguardia. Non è un esperimento, è una dittatura sonora: le macchine non decorano il suono, lo possiedono. Metaforicamente, questo disco è una cattedrale che brucia sotto una pioggia acida. È il racconto di una dipendenza affettiva che ha il peso di un’armatura medievale e la crudeltà di un algoritmo.

I Fading Into Silence non suonano per intrattenere, ma per esorcizzare un fantasma che ha occupato ogni centimetro della loro mente. Se il metalcore cercava un nuovo leader capace di parlare la lingua del 2026, l’ha trovato in questo incendio purificatore.

— Onda Musicale

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