John Strada si racconta al nostro giornale.
Siamo a Cento. Siamo nel ferrarese. Siamo a due passi (o quasi) da Correggio e quindi l’ombra di Ligabue è un macigno… ma solo per noialtri abituati come siamo ad etichettare ogni cosa. Non per lui… che nonostante ripeschi un certo colore noir nelle chiuse della voce, nello stile della scrittura, dei suoni e dei modi, punta dritto con passione e perseveranza sfornando un nono disco di inediti davvero completo, maturo e di personalità indipendente. Perché sono anni che John Strada impone la sua voce, prima localmente e ora, soprattutto ora, in ambito nazionale.
Con “Basta crederci un po’” ci regala un ascolto completo, maturo, di lunghi spazi aperti che si regalano il lusso della contemplazione e della semplicità. Ecco cosa vuol dire perseveranza. Il blues dell’anima sposa il pop delle radio e delle forme, i ritornelli non coprono l’emotività, il sentire, non pagano alcun tipo di debito a nessuno. Gira soprattutto in vinile questo disco che in fondo mi arriva come una fotografia di personalissima sofferenza e rinascita.
“Girasoli”… sono passati tanti anni e in qualche modo la storia torna ciclica sempre su se stessa. Non trovi?
Purtroppo, la sopraffazione dei forti sui deboli è sempre più presente sulla cronaca e quando succede che i bulli, gli oppressori, gli assassini sono le forze dell’ordine, come nel caso di Federico Aldrovandi, oltre ad un crimine diventa anche una profonda ed insopportabile vergogna istituzionale.
Come torna ciclica in una certa misura la tua forma del rock e della canzone d’autore… un miscuglio che in questi 9 dischi ha preso tutte le tue pieghe possibili… o manca ancora qualcosa?
Certo che manca qualcosa! Ho in mente i prossimi 3 progetti e sono piuttosto diversi fra loro. Negli ultimi anni in particolare sto seguendo la regola che ha dato David Bowie: “quando ti senti comodo e a tuo agio nella tua comfort zone significa che sei nel posto sbagliato”
In merito al “qualcosa che manca” direi che questo disco si chiude con un unicum (credo… mi dirai se sbaglio) nella tua discografia. A proposito di violenza anche…
La “Tygre e l’Agnello”, ispirata dalle poesie di William Blake è sicuramente una canzone anomala per il mio stile. Ma non credo rimarrà l’unica di quel genere.
Qualcuno diceva: non è importante l’idea in se… è importante come la si racconta. E tu da narratore cosa ne pensi?
Sono perfettamente d’accordo. La storia in sé è molto importante ovviamente, ma se non sai raccontarla la rovini. Quando scrivo una canzone cerco di non essere didascalico e se l’argomento lo richiede cerco di renderlo interessante. La scelta delle parole è importantissima, come lo sono anche i silenzi, le informazioni omesse, le domande senza risposta, il mistero.
Che poi c’è anche tantissima leggerezza non trovi? E qui chiamo anche in causa “Ballando in città” …
Ballando in città è il mio omaggio ad un personaggio che amo tantissimo: Mary Poppins. In tutti i miei dischi cerco di scrivere canzoni con diversi registri di lettura. Accanto a canzoni impegnate amo mettere canzoni leggere, spumeggianti, spero mai scontate.
Domanda topica inevitabile: per John Strada cos’è davvero il rock?
Il rock è la colonna sonora dell’essere unici. Il rock è anticonformismo, anti-omologazione. Spesso sento canzoni con chitarre distorte e tanto rumore ma questo non è garanzia di rock. In molti casi c’è più rock in una canzone chitarra acustica e voce che in mille amplificatori distorti.


