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Robbè: sono chiacchiere dentro i bar della vita…

Chiacchiere da bar

Fuori il secondo disco personale di Robbè per Bolognina Dischi: quando ogni ingrediente diventa quotidiano e si fa alla portata di tutti.

Si torna a parlare di canzone d’autore, quella bella, pulita, semplice… di sintesi sonora anche dove ogni strumento rimanda a percorsi di rioni popolari e le belle melodie si aprono in maggiore per regalarci vedute di storie dal sapore antico. E questa diapositiva allegorica in fondo non ci porta molto distanti dal secondo disco personale di Robbè uscito per Bolognina Dischi: quando ogni ingrediente diventa quotidiano e si fa alla portata di tutti. Ci sento la festa del quartiere e l’eco delle abitudini di una mattina qualunque. Ci sento dentro il dissenso sociale e quel sapore di festa e di nostalgia. Non mettetevi in ascolto se siete in cerca di futuro.

Bar come osservatorio sociale? O ci sono tranci di biografia in questo?

La risposta sta a metà o, meglio, in tutte e due le opzioni: ci sono pezzi della mia vita che sono pezzi della vita di tanti, ne farei quasi un discorso generazionale. Mi verrebbe da dire che il bar è l’osservatorio sociale in cui ci riconosciamo nei problemi degli altri, spesso identici ai nostri: un concetto di lavoro che non ci appartiene più, stipendi da fame, trentenni costretti a convivere con altre persone, morti improvvise e via dicendo.

Dunque sei un cronista o un politico resistente?

Sono un cantautore che cerca di raccontare cosa ci succede, senza paura di entrare in discorsi politici. E intendo politici in senso largo, tematiche sociali e non slogan di partito. So bene quanto questa non sia una “scelta che paga” ma è un’urgenza nata dal profondo, ritengo che ci sia bisogno di più impegno sociale dal punto di vista artistico, fosse anche solo per lasciare un segno.

Esiste ancora una coscienza sociale attiva e rivoluzionaria secondo te?

Ahimè, penso che sia una cosa rimasta a pochi, soprattutto con l’avanzare dell’età. Vedo tanti miei coetanei scontenti di quello che hanno intorno e delle loro condizioni, ma completamente assoggettati al sistema in cui siamo immersi, senza neanche la più piccola idea di rivolta, di poter cambiare qualcosa, una scintilla di rivoluzione. Ci lamentiamo tutti, ma guai a proporre qualcosa fuori dall’ordinario, che possa rompere lo status quo: roba per adolescenti e sognatori, insomma.

E la musica di oggi, omologata e tutta uguale, pensi sia una conseguenza di aridità di fermenti?

Penso di sì, è il frutto della società in cui viviamo: tanti stimoli continui, uno dopo l’altro, che si differenziano pochissimo uno dall’altro, non potrebbero far nascere qualcosa di diverso. Puntiamo alla perfezione, agli standard comuni, senza vedere che lo standard è una pialla che ci livella tutti verso il basso e ci fa perdere quelle sbavature, quegli spigoli vivi che rendono le cose più vere ed autentiche, quelle botte che lasciano lividi ma ci fanno sentire vivi.

Ho trovato spesso la tua voce “scollata” dal mix… come si faceva un tempo dentro i dischi di Claudio Lolli ad esempio… non è un caso la citazione credo… che ne pensi?

È stata una scelta per mettere al centro di tutto i testi, che per me sono una cosa fondamentale. Non ci sono riferimenti artistici dietro a tutto ciò, ma una mia grande convinzione: quando una canzone ha qualcosa da dire, da raccontare e da trasmettere, non ha bisogno di grandi sovrastrutture. Se una canzone è bella, lo è anche in una versione chitarra e voce.


E secondo te, dopo l’ascolto di questo disco, la gente cosa riporta a casa?

Io spero che gli arrivi non solo la negatività delle cose di cui si parla nel disco, ma anche una presa di coscienza e consapevolezza di tutto ciò, magari anche un barlume di voglia di cambiare le cose. Sì, lo so, sono un illuso, ma se non fossi un illuso farei un disco del genere nel 2025?

— Onda Musicale

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