Recensioni e Interviste

White Skies: la recensione di “Shouting At The Hurricane”

Seconda uscita discografica per i britannici White Skies capitanati da Mick White, storica voce dei primissimi Samson, che a cavallo tra il 1979 e il 1980 vide l’arrivo di un giovanissimo Bruce Dickinson.

Un dettaglio biografico che la dice lunga su una carriera vissuta nell’ombra di un gigante, ma portata avanti con dignitosa coerenza. La band si completa da esperti mestieranti della scena inglese come Ray Callcut alle chitarre, ex YA YA band, dal bassista Rob Naylor (Sam Thunder, Angels & Kings, Blood Red Saints), il batterista Daz Lamberton (Red White and Blues, Ten) e infine dal tastierista Pete Lakin (Dante Fox, Double Cross). Nomi magari non celeberrimi, ma ognuno con un curriculum solido alle spalle e una militanza nel rock britannico che trasuda da ogni nota.

Con tutto questo crogiuolo di curriculum, le influenze dei White Skies sono inevitabilmente diverse e con sfumature che vanno ad attingere da Deep Purple, Airrace, ai più recenti Blood Red Saints e Ray of Light, soprattutto nella timbrica vocale nelle canzoni più corpose. Un amalgama che funziona, senza risultare mai derivativo o stancante.

La prima traccia, nonché primo singolo, è solida e ha una spigliata vena rock come le successive due canzoni, dove spicca l’assolo di chitarra in “Money to Burn”

Bella e convincente la power ballad “Can’t Make This Alone”, impreziosita dai tocchi di pianoforte e dalle corde di chitarra che hanno influssi blues. La traccia che dà il titolo all’album, con l’inizio di effetti di pioggia e tuoni, è un bel brano melodico che cresce con gli ascolti. Note di nostalgia nel testo di “Those Days” e nella voce di Mick nell’esecuzione dell’acustica “One Life”, momenti in cui il cantante mostra tutta la propria maturità espressiva.

Altro buon pezzo, uno dei preferiti di chi scrive, è “Control”, costruita su una base di pianoforte e una bella variazione all’uscita del primo ritornello. “I Kissed the Rain” chiude il cerchio con un’esecuzione ricca di strati e armonie atmosferiche, splendide tastiere e una sezione ritmica impeccabile.

Per gli amanti del buon rock di fine anni Settanta, questo album fa decisamente per voi.

— Onda Musicale

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