Recensioni e Interviste

Dysmorfic: un suono estremo ma fluido nel loro nuovo album. L’intervista

Siete attivi dal 1998: in un mondo musicale che cambia continuamente, cosa vi ha fatto rimanere fedeli a questo progetto così a lungo? È più ostinazione, bisogno espressivo o qualcosa che ha a che fare con la vostra identità personale?

    Ciao e grazie per lo spazio. Rispondo io, Thomas, bassista dei Dysmorfic. La cosa più importante che ci porta ancora qui e attivi è che ci divertiamo con quello che facciamo, molto semplice. Naturalmente abbiamo ancora un’urgenza espressiva e di comunicazione, ma il vero motivo è che stiamo bene assieme a fare musica e ci divertiamo. Nel corso degli anni non ci siamo mai posti limiti, né obbiettivi del tipo “dobbiamo fare questo e quello”, o “vogliamo avere avere un certo tipo di succeso o riconoscimento”; è successo che ci siamo tolti diverse soddisfazioni e basta, facendo sempre quello che ci piace.

    A un certo punto avete scelto di allontanarvi dai codici del grindcore per costruire un linguaggio vostro. C’è stato un momento preciso in cui avete capito che non vi bastava più “appartenere” a un genere?

    Sì, è dal 2022 con il MCD “Movements” che stiamo provando a variare la nostra matrice sonora. Direi che, nel tempo, le influenze musicali, gli ascolti, cambiano. Anche e soprattutto le persone cambiano, quindi questo si è probabilmente riflesso nel nostro suono. Inoltre, il fatto di rimanare in due, basso e batteria, dal 2014, ha sicuramente contribuito al processo. Aggiungerei anche che, negli ultimi anni, troppi gruppi di musica estrema si assomigliano gli uni con gli altri; se ascolti 10 dischi di 10 band diverse senza leggere il nome del gruppo difficilemente si riesce a riconoscere chi è chi. Noi vorremmo essere l’esatto opposto.

    La vostra musica oggi è molto più aperta e stratificata rispetto agli inizi. Quanto ascoltate musica al di fuori dei circuiti estremi e quanto queste influenze entrano davvero nel vostro modo di scrivere?

     Domanda interessante. Personalmente non ascolto più musica estrema, se non, a volte, i classici. Questo non implica che non me ne interesso più, anzi: quando suoniamo con gruppi grindcore old school li seguo sempre volentieri. Però ne ho ascoltata talmente tanta in tanti anni che ultimamente ho bisogno di altri input, che sono sempre estremi ma solo con modalità diverse. Penso a certo jazz o progressive rock. Questo viene inevitabilmente convogliato nelle nostre composizioni e nel nostro suono, magari non come riproposizione fedele di sonorità o stile, quanto come idea concettuale. Per esempio, nell’ultimo “To The Usual Atomic Rhetoric” Vol.1 ci siamo ispirati tantissimo ai King Crimson periodo 1973/74. Questo non è subito riscontrabile perchè il nostro è un CD dal suono/genere opposto al loro, ma certe scelte di produzione sono state prese proprio da dischi come “Red” o “Larks’ Tongues in Aspic”.

    Il vostro è un progetto essenziale – basso e batteria – ma il risultato è tutt’altro che minimale. Questa scelta è nata da necessità, da gusto estetico o da una precisa idea di sottrazione?

     Sono contento che trovi che il risultato non è minimale, grazie. Diciamo che la formazione a due è nata per volontà a seguito di una necessità. Nel 2014 il nostro chitarrista, dopo un tour in Scandinavia, ha lasciato il gruppo e io e Buccia (batterista) non avevamo voglia di fermarci per trovare un altro chitarrista che avesse l’attitudine giusta, insegnarli tutti i pezzi e via dicendo, percorso molto noioso in quel momento per noi. Scegliendo la strada a due ci si sono aperte molte più cose, musicalmente. Ora come ora, però, posso già anticiparvi che siamo di nuovo un trio, sempre in modo non convenzionale e sempre per non fare le stesse cose: Davide è entrato nei Dysmorfic al synth e macchine rumoristiche.

    Collaborare con persone esterne al vostro mondo, come produttori o artisti sperimentali, sembra una costante nel vostro percorso. Cosa cercate negli altri che sentite di non poter trovare restando “dentro” la vostra scena?

     Sì, come hai giustamente detto, ci piace molto collaborare con altri artisti che sentiamo affini a noi e alla nostra identità musicale, anche se appartengono a mondi musicali diversi. Il risultato a noi piace molto, è fresco e attuale. Purtroppo la scena estrema, a volte, è troppo stantia e con i paraocchi. Principalmente, in ogni caso, queste collaborazioni sono parte di un processo creativo stimolante e divertente in cui ci sentiamo a nostro agio.

    Dopo tanti anni di attività e tour in giro per il mondo, cosa significa per voi oggi l’etica D.I.Y.? È ancora una scelta politica/culturale o è diventata semplicemente il vostro modo naturale di esistere come band?

    Direi che il D.I.Y è il nostro modo naturale di esistere come band proprio perchè è la nostra scelta politica e culturale!

    Se qualcuno si avvicinasse per la prima volta a voi attraverso “TO THE USUAL ATOMIC RHETORIC, Vol.1”, cosa sperate che percepisca davvero, al di là dei suoni e delle etichette?

    Partendo dal presupposto che quello che facciamo deve in primis piacere a noi stessi, ci piacerebbe che si percepisca la nostra urgenza e anche una cosa: che ascoltando il CD in mezzo ad altri, senza leggere i nomi degli autori, l’ascoltatore dicesse: “questi sono i Dysmorfic”.

               

    — Onda Musicale

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