Gabriele Gentile è un cantautore italiano che unisce sensibilità pop e influenze indie in uno stile personale e riconoscibile. Le sue canzoni si distinguono per testi intimi e riflessivi, capaci di raccontare emozioni quotidiane, relazioni e momenti di crescita con un linguaggio diretto ma evocativo.
Fin dai suoi esordi, Gabriele ha mostrato una forte attenzione alla scrittura, mettendo al centro delle sue composizioni la parola e la melodia, spesso accompagnate da arrangiamenti essenziali che valorizzano la sua voce. Il suo percorso artistico è caratterizzato da una continua ricerca sonora, che lo porta a sperimentare pur restando fedele a un’identità autentica.
Attraverso la sua musica, Gabriele Gentile costruisce un dialogo sincero con l’ascoltatore, trasformando esperienze personali in racconti universali, capaci di risuonare con chiunque si ritrovi nelle sue storie. Pochi giorni fa è uscito il suo ultimo singolo #TuSeiCharlie.
Il titolo “#TuSeiCharlie” richiama immediatamente un momento storico di forte mobilitazione collettiva. In che modo hai rielaborato questo simbolo per trasformarlo in una riflessione sulle contraddizioni della società odierna?
Per capire il titolo bisogna tornare un attimo al 2015, all’attentato alla redazione di Charlie Hebdo. In quel momento lo slogan #JeSuisCharlie diventò un simbolo fortissimo di difesa della libertà di espressione e della satira, anche quando è scomoda. Col tempo però quel principio si è un po’ trasformato. Oggi siamo immersi in un flusso continuo di contenuti e tendiamo a reagire molto velocemente, spesso senza approfondire davvero. L’indignazione diventa quasi automatica, e questo porta a una contraddizione evidente: da una parte si rivendica la libertà, dall’altra si tende a mettere limiti sempre più stretti su ciò che si può dire o su cosa si può ridere.
Nel brano mi interessava raccontare proprio questo. Il rischio di un conformismo mascherato da sensibilità, dove si prende posizione su tutto ma senza mettersi davvero in discussione. Dove spesso ci si ferma più su quello che fa rumore che sul significato. #TuSeiCharlie nasce da qui. È un ribaltamento provocatorio: non più “io sono Charlie”, ma “tu sei sicuro di esserlo davvero?”. È una domanda più che un’affermazione, perché difendere la libertà di espressione significa accettarla anche quando non ci piace. Il punto non è essere d’accordo. Il punto è capire se siamo ancora disposti a tollerare qualcosa che non ci rappresenta.
Il brano vive di un forte contrasto tra strofe cupe e un ritornello esplosivo. Questa struttura musicale riflette il passaggio dal dubbio alla “liberazione” del pensiero?
Sì, c’è proprio un passaggio voluto tra due stati. Le strofe sono più cupe perché rappresentano una presa di coscienza, un’osservazione lucida (anche un po’ amara) di quello che succede oggi, soprattutto nel modo in cui reagiamo ai contenuti e alla satira. Anche a livello sonoro ho cercato di tradurre questa tensione: nelle strofe ci sono effetti che richiamano delle scariche elettriche, e prima del ritornello c’è un vero e proprio boato. È come se fosse un corto. Ma non solo musicale, più un cortocircuito sociale.
Il ritornello invece è un momento di rottura. È più diretto, più esplosivo, quasi liberatorio. È lì che il pensiero smette di essere trattenuto e viene fuori senza filtri. Per me è un passaggio dalla constatazione alla catarsi: il tentativo di scrollarsi di dosso questa specie di “spada di Damocle” che sembra stare sempre sopra a quello che diciamo o a come lo diciamo. Non tanto perché si risolve il problema, ma perché si decide di non farsi più condizionare da quella pressione.
Affermi che la satira non è una presa di posizione rigida, ma una “sfumatura”. In un’epoca di estrema polarizzazione, quanto è difficile per un artista usare l’ironia senza essere frainteso?
È molto più difficile rispetto a prima, soprattutto perché è cambiato completamente il contesto. È cambiata anche la sensibilità. Io sono un classe ’86 e sono cresciuto con un tipo di intrattenimento diverso: televisione, radio, vignette, barzellette anche su temi delicati. C’era più abitudine a un certo tipo di ironia, anche al black humor, e spesso c’era più autoironia. Oggi invece il contenuto è frammentato, decontestualizzato, e (algoritmo permettendo) arriva a persone molto diverse tra loro, senza filtri. Questo aumenta tantissimo il rischio di fraintendimento.
Per questo la satira, per me, non è mai una presa di posizione rigida, ma una sfumatura. Dipende molto da come viene costruita e da come l’artista riesce a portarti dentro il suo linguaggio. C’è chi usa dei disclaimer, come in South Park, o chi chiarisce il proprio approccio già nel modo di comunicare. Detto questo, però, non può essere tutto sulle spalle di chi crea. Ad un certo punto entra in gioco anche la responsabilità di chi ascolta. Se non distingui più tra ironia e serietà, tutto diventa offensivo. E se tutto è offensivo, allora niente lo è davvero.
Tutto è iniziato con Yellow Submarine a soli quattro anni. In che modo quell’immaginario psichedelico e pop dei Beatles influenza ancora oggi la tua scrittura o il tuo modo di concepire la musica?
I Beatles sono stati un punto di riferimento fondamentale per me, fin da quando da bambino ho visto Yellow Submarine. Quell’immaginario psichedelico, surreale e allo stesso tempo pop mi ha affascinato tantissimo, forse ancora prima di capire davvero la musica. Crescendo ho realizzato che la loro forza stava proprio lì: riuscire a tenere insieme mondi diversi, con una scrittura che poteva essere immediata ma anche molto ricercata. Questa cosa mi ha influenzato parecchio.
Nel mio piccolo cerco di portare avanti proprio questo approccio: prendere quell’immaginario e traslarlo in un contesto più moderno, aggiungendo qualcosa di personale, non solo a livello sonoro ma anche di intenzione e testi. In alcune canzoni cerco di stare su quel confine: trovare un equilibrio tra il farsi capire, un certo respiro pop, e allo stesso tempo concedermi un margine di libertà compositiva, di sperimentazione. È una tensione continua, ma è anche quella che trovo più stimolante.
Il tuo stile spazia tra i Pink Floyd, i Litfiba e i grandi cantautori italiani. Come riesci a far convivere l’anima rock delle chitarre distorte con la tradizione della canzone d’autore ?
Credo che questo tipo di contaminazione non sia una cosa nuova, anzi. Ci sono stati diversi artisti che hanno già fatto convivere questi due mondi in modo molto naturale. Penso ad esempio a Fabrizio De André con la Premiata Forneria Marconi, ma anche a Lucio Battisti in alcune fasi più sperimentali, o a Franco Battiato, che è riuscito a tenere insieme ricerca e accessibilità. Più recentemente penso anche a Max Gazzè. Per me però è prima di tutto una questione soggettiva. Ognuno cerca un proprio equilibrio in base a quello che sente, in modo abbastanza naturale, senza farsi troppo condizionare da quello che “dovrebbe” funzionare.
Nel mio caso è stato proprio un lavoro di incastro: mettere insieme tasselli diversi, dalle chitarre più rock fino a una scrittura più vicina alla canzone d’autore, e trovare una coesione che fosse credibile. Alla fine, più che far convivere due mondi, cerco di farli diventare un linguaggio unico.
Quando qualcosa funziona davvero, non senti più la fusione. Senti un’identità.
In un mercato musicale dominato dai suoni urban e trap, quale pensi sia oggi lo spazio per un pop rock che punta sulla forza delle chitarre e su testi di riflessione critica?
È vero che oggi il pop rock non è il linguaggio dominante del mainstream italiano, che è molto più orientato verso sonorità urban e trap. Però questo non significa che non ci sia spazio, semplicemente è uno spazio diverso rispetto a qualche anno fa. Obiettivamente, giusto alcune band nostrane come i Måneskin qualche anno fa hanno riportato le chitarre al centro, con un respiro più internazionale; oppure realtà più particolari come Lucio Corsi, che lavorano su un immaginario molto personale.
Secondo me oggi il pop rock funziona soprattutto quando ha un’identità forte. Non basta più il suono in sé: deve esserci una visione, un qualcosa che lo distingua davvero, che lo caratterizzi. È vero anche che spesso trova più spazio in contesti meno mainstream, soprattutto quando affronta temi più riflessivi o meno immediati. Però non lo vedo necessariamente come un limite. Anzi, può essere anche una forma di libertà: meno pressione nel seguire certe dinamiche e più possibilità di costruire un percorso coerente. Alla fine credo che il punto non sia tanto il genere, ma avere qualcosa da dire e un modo riconoscibile per farlo. Se questo c’è, lo spazio in qualche modo lo trovi.
Sei a lavoro per un tuo nuovo disco. Dopo i singoli pubblicati con Sorry Mom!, che direzione sonora dobbiamo aspettarci? Sarà un album di “rottura” rispetto a Carpe Diem?
I singoli usciti con Sorry Mom faranno parte del nuovo album, che andrà proprio in quella direzione lì. Come si può già intuire, il suono è più orientato verso il pop rock, con le chitarre un po’ più in primo piano e un impatto più diretto. Rispetto a Carpe Diem non lo definirei un disco di rottura, ma piuttosto un’evoluzione. Alcuni elementi restano, soprattutto la voglia di sperimentare e di non stare troppo dentro a uno schema fisso.
Allo stesso tempo però c’è una maggiore coesione, sia a livello sonoro che di intenzione. È un disco più consapevole, se vogliamo, anche nel modo in cui tiene insieme le varie influenze. E poi sì, mi piacerebbe mantenere anche una componente più leggera, magari inserendo qualche skit comico, come avevo già fatto in passato. Sul resto sto già iniziando a lavorare a nuove idee per un terzo album, ma andiamo per gradi… una cosa alla volta.








