Intervista ad Alessandro Serra, fuori con l’album di debutto “Terra Vergine”
Un primo disco che in fondo diviene sintesi e summa di quel linguaggio filosofico che da tempo è il centro della vita di Alessandro Serra, poeta ma prima ancora filosofo e docente… scrivere canzoni sembra dunque una necessità obbligata, un passaggio doveroso in questo tempo. Riflette su una Terra vergine di nuove rinascite, di un’esistenza che si misura nel vero piuttosto che nelle maschere… ipocrisie, finzioni, mentite spoglie e visioni fantasiose di un “io” che non sta ancorato al qui ed ora.
“Terra Vergine” è il compendio sonoro di un libro di poesie edito da Abrabooks dal titolo “Terra vergine. Cento poesie per cuori a maggese”. E sono canzoni pulite, acqua e sapone, senza futuro digitale nelle tasche e senza ricerche extra-terrene. L’abitudine del pop d’autore qui diviene solo il corredo di un pensiero alto, filosofico, fatto di parole quotidiane e mai distanti da tutti noi…
La canzone d’autore ancora oggi resiste… ma ha senso dire che la tua non è un’etichetta presa per stile di forma quanto più per un modo di essere a prescindere?
Nell’incipit del primo singolo che ha avviato il progetto “Scacco matto” si afferma: “per esempio a me piace scrivere canzoni, ad esempio mi capita perché sono loro che scrivono me”. Per me le cose stanno proprio così: sono le poesie che fanno i poeti, sono le canzoni che fanno i cantautori, non il contrario. La canzone d’autore oggi resiste perché ci sono ancora persone che restano in ascolto e fanno diventare la propria sensibilità un terreno fertile da cui i brani possono tornare ad essere testimonianza del proprio tempo.
Bisogna avere l’onestà intellettuale di ammettere che quando si scrive un brano o una poesia in realtà non è l’autore il protagonista, ma quello che viene fuori attraverso l’evento che accade all’autore nel momento dell’ispirazione, che è poi lo stesso evento che accade all’ascoltatore quando empatizza con il brano sintonizzandosi sulla stessa frequenza dell’ispirazione originaria.
Cosa pensi delle canzoni commerciali?
Un brano costruito a tavolino per cercare di ottenere l’effetto “earworm” non potrà mai essere una canzone d’autore perché la sua genesi è funzionale ad ottenere consenso di massa e non è testimonianza dei fiumi carsici della psiche che autore ed ascoltatore condividono.
Per quel che riguarda me posso testimoniare che in 25 anni di scrittura ininterrotta dai 15 anni ai 40 anni ci sono state centinaia di canzoni e migliaia di poesie che hanno tracciato il sentiero della mia esistenza: hanno arrotondato spigoli, trasformato dolori in lezioni, testimoniato passaggi di tempo, anticipato cambiamenti i cui effetti sono arrivati a posteriori su di me, mi hanno aiutato ad amare meglio e a guardare il mondo in maniera più lucida.
Dopo un quarto di secolo di scrittura ho deciso di pubblicare finalmente il primo libro e il primo disco per fare in modo che questi effetti performativi che la scrittura ha avuto su di me possano essere utili anche alla vita di qualcun altro. Questo disco e l’intero progetto ha il solo obiettivo di far arrivare non la mia persona, ma le canzoni e le poesie a quanti più cuori possibile.
E se ti chiedessi del suono digitale di oggi? Che tipo di rapporto hai o pensi che avrai?
Dirò una banalità probabilmente ma voglio correre il rischio. La voce umana emessa durante la nostra vita quotidiana è un segnale analogico: il suono si propaga nell’aria come un’onda continua e questo significa che implica naturalmente microscopiche imperfezioni, saturazioni armoniche e un rumore di fondo “caldo” che avvolge l’ascoltatore. Quest’ultimo è così immerso in una dimensione nella quale egli è “costretto” ad essere attivo, ad ambientarsi, esplorare, compiere un percorso sonoro che è testimoniato dalla distanza che lo separa dal segnale.
La musica digitale è invece priva di attrito, è ovunque, senza direzione d’arrivo e d’uscita, patinata ma senza spazio: il suono è estremamente preciso e nitido tanto che l’ascoltatore non fa nessuno sforzo: è al centro del proprio universo sonoro ed il rischio non è proprio questo? Ossia un’eccessiva autoreferenzialità? Una perfetta solitudine in cui ognuno non ha neppure l’esigenza di uscire dal proprio spazio mentale? So benissimo quali sono i vantaggi tecnici del suono digitale e non sto qui a ricordarli, ma il rischio che la musica si allontani dai suoni della vita quotidiana mi spaventa.
Abbiamo bisogno di fare comunità, incontrare l’altro, di incontrare l’altro di noi attraverso l’altro da noi: anche la musica deve continuare ad essere promotrice di questo come ha sempre fatto. Probabilmente è una preoccupazione esagerata la mia e quanto detto è solo un dettaglio, ma faccio mie le parole di Montale dedicate alla lingua, estendendole anche al suono: “incespicare ridesta la lingua dal suo torpore”.
Nato prima il libro immagino… in qualche modo è accaduto che la parola scritta non ti bastava più? Quando e come nasce il suono di questi 10 capitoli?
Il libro e il disco sono frutto di un parto gemellare. Un parto insolito però perché durato 25 anni. Ho scritto centinaia di canzoni in questi anni non soltanto le dieci che ho inserito nel disco; ho scritto migliaia di poesie in questi anni, non soltanto le cento presenti nel libro a cui si fa riferimento nel sottotitolo “Cento poesie per cuori a maggese”. Si potrebbe pensare che il progetto sia semplicemente il risultato di una selezione separata e di un accostamento forzato, ma non è così: le poesie e le canzoni si sono scelte a vicenda nel corso degli anni.
A volte le poesie sono state completamenti necessari dei brani come quella dedicata a Pietro legata al brano Treno 8017, a volte invece ho scoperto che molti anni prima della scrittura di un brano vi era già una poesia che ne racchiudeva il senso come fosse un indizio nascosto tra le pagine – come, ad esempio, è capitato con la poesia 29 e la title track “Terra vergine”. Per dirla in breve c’è stata una ricerca costante che ha naturalmente intrecciato poesie, canzoni ad una cornice filosofica legata al mio lavoro quotidiano in aula: Terra vergine viene fuori da questo.
Dentro “Matrioska” affronti l’amore come fine del possesso… vengo traghettato subito ai tempi dei figli dei fiori e delle comuni. Sei di questo avviso? Sei di queste libertà? Secondo te e li che torneremo?
La decostruzione del paradigma dell’amore come possesso è una questione molto urgente oggi. Me ne accorgo non soltanto dai fatti di cronaca nera, ma anche interagendo con i ragazzi durante i nostri dibattiti filosofici a scuola. Ritengo possa essere facilmente fraintendibile collegarlo al ripensamento dei paradigmi tradizionali che si è avuto durante la rivoluzione giovanile degli anni ’60; non perché non ci siano importanti contributi in quel periodo – come, ad esempio, Marcuse – ma perché vi è ormai un pregiudizio diffuso rispetto a quel periodo che ha finito per depotenziarne gli effetti rivoluzionari.
Partirei invece da un punto chiave che la società ancora oggi ha paura di affermare: l’amore non è possesso, ma l’inizio di un percorso interiore che si avvia proprio quando per amore andiamo oltre il considerare “propria” la persona che ci sta accanto.
Nel brano “Matrioska” le tre strofe sanciscono proprio le tappe di questo percorso ascensivo: da “dammi il tuo tempo…riempi il mio tempo” della prima a “datti il tuo tempo…gioca alla vita e fanne una sposa” dell’ultima: amare significa custodire l’innamoramento che la persona che amiamo ha verso la vita, non per forza per noi.
Le storie d’amore che durano sono quelle che restano vitali e in cui ognuno custodisce l’innamoramento alla vita dell’altro. Anche per questo il brano si conclude con il battito del cuore in evidenza.
A proposito di “Tie Break”: Wilhelm Reich sosteneva che per fortuna che ci sono le droghe e l’alcol altrimenti avremmo molta più violenza in giro. Come a dire: la droga esiste come risposta ad una incapacità di gestire il proprio ego? E visto che questo disco all’ego si riferisce in lunga parte, in qualche modo ti sei mai risposto in tal senso?
Della questione della dipendenza da droga viene sempre sottolineato l’errore e la facilità delle persone che ci cadono e quasi mai la facilità con cui le sostanze stupefacenti sono accessibili. Il ritornello di Tie break racconta di un “labirinto spacciato da fanti, tori e re” a cui può essere collegato il mercato mondiale dello spaccio di droga – stimato a un valore compreso fra gli 840 e i 1440 miliardi di dollari all’anno.
Inoltre la questione della dipendenza non è semplicemente legata alle sostanze stupefacenti ma rinvia ad un trasversale e diffuso paradigma mentale che colonizza le nostre menti nella nostra società di massa capitalistica, a prescindere che la dipendenza sia di sostanze stupefacenti, persone o altro. L’ego non è semplicemente qualcosa da gestire ma la crosta di un processo di risveglio spirituale che rinvia alla nostra coscienza, un processo a strati come lo è una cipolla: più restiamo nudi e più riusciamo ad essere noi stessi.
L’ego non è qualcosa da difendere ma un viaggio da intraprendere, non è un’identità statica da viziare attraverso le dipendenze, ma una spirale da sollecitare costantemente. In questo senso gli errori, le difficoltà, le stagnazioni e tutto quello che ci ha fatto del male, compreso il periodo di dipendenza che si è avuto, possono essere rigiocati in un ultimo punto come nel Tie break.
Il disco si chiude con la splendida “Astronauti”: che rapporto hai con l’insieme, il tutto, l’universalità?
Credo che l’universale sia uno sguardo che può essere sbloccato in ognuno di noi: i filosofi e gli artisti rinascimentali italiani lo sapevano bene. “L’uni-verso” come ci suggerisce il termine stesso non è semplicemente un contenitore di individui separati, ma una forza immanente ad ogni vivente: non c’è bisogno per forza di ricorrere ad un essere trascendente per renderci conto di questo, basterebbe guardare la natura, i nostri corpi, i cicli cellulari e così via.
L’astronauta è colui che si è emancipato così tanto dal mondo da riuscire ad averne la custodia nello sguardo: non vuole più dominarlo o adattarsi ad esso passivamente, semplicemente lo guarda incondizionatamente.
Spesso in classe faccio l’esempio dell’onda che in un primo momento guarda sé stessa e le altre onde in modo altezzoso credendo di avere la cresta più figa e per questo motivo vive la sua esistenza separata da tutto il resto; tuttavia arrivati a riva con la risacca si renderà conto di una verità semplicissima che era lì a disposizione fin dall’inizio: lei è un’onda dello stesso oceano.
A questo punto cosa succede? Cosa succede al nostro sguardo? Astronauti e tutto il percorso del disco e del libro rinvia a questa possibile e graduale metamorfosi del nostro sguardo.
Doveva essere questo il suono di questo disco oppure è un dettaglio che aveva importanza minore rispetto alle parole? Come a dire: hai messo su una band e vediamo come suona?
Musica e parole sono sempre state intrecciate da una frequentazione costante. Sono quasi 20 anni che suono con gli stessi compari musicanti (Giovanni Iannaccone al basso, Luca Elia alla batteria, Fabrizio D’Amato alle tastiere, Nicola Natella alla chitarra) e il suono del disco si intreccia a questi anni di personale scrittura poetica e cantautorale.
La nostra amicizia credo sia un elemento centrale del suono del disco: quest’ultimo è venuto fuori da anni in cui la sala prove è stata per noi come una bottega artigiana in cui lavorare ogni brano a mano in ogni dettaglio; tantissime poi sono state le serate live in cui abbiamo interpretato e reinterpretato il cantautorato italiano.
Credo che questo si avverta nel disco come spero si avverta il senso di umanità e il legame fraterno fra di noi. Come coronamento di questo lungo iter c’è stato poi Il raffinato ed elegante lavoro di produzione artistica di Lucio Auciello (L’Airone DISCHI) che ha creato maggiore coerenza e linearità.


