C’è una qualità rara nella musica di Virginia From J: la capacità di restare. Non per insistenza, ma per profondità.
Nella corrente di Virginia From J è un EP che si insinua lentamente, costruendo un dialogo con chi ascolta senza mai forzarlo. È un lavoro che nasce da anni di scrittura privata e trova oggi una forma condivisa, senza perdere autenticità. In un equilibrio tra alt-pop e alt-rock, Virginia costruisce un linguaggio personale. L’abbiamo intervistata per capire cosa significa, oggi, scegliere di esporsi davvero.
Quando è stato che hai iniziato a scrivere pensando a un progetto solista? E come hai costruito la tua identità sonora fuori dal contesto della band?
“In realtà ho iniziato a scrivere molto prima di pensare a un progetto solista. Per anni le mie canzoni sono esistite senza una vera destinazione: scrivevo perché ne sentivo il bisogno, non perché avessi un piano. Quando suonavo con la band continuavo a comporre, ma mi rendevo conto che alcuni brani appartenevano a un altro linguaggio. Non erano adatti al contesto sonoro in cui mi trovavo e quindi li tenevo da parte. Li suonavo in occasioni sporadiche, durante qualche open mic o in contesti molto informali.
L’idea di un progetto solista è diventata concreta quando si è conclusa quell’esperienza. A quel punto non avevo più motivo di rimandare e ho sentito l’urgenza di trovare un vestito sonoro per quelle canzoni.
L’identità sonora è nata un po’ alla volta. Da una parte ci sono le mie radici: il folk, il cantautorato, il legno degli strumenti acustici. Dall’altra ci sono ascolti molto più legati alla musica alternativa e indipendente internazionale. Mi interessa stare in quel punto di incontro tra intimità e ricerca sonora, tra qualcosa di molto umano e qualcosa che continua a muoversi e sperimentare.”
Che cosa c’è dietro la scelta del nome Virginia From J?
“In parte una questione di suono e di coerenza con il progetto. Scrivo in italiano, ma i miei riferimenti musicali sono sempre stati molto più internazionali che italiani e anche il mio immaginario sonoro si muove in quella direzione. “From” inserito nel nome lo sento naturale, in sintonia con la musica che faccio.
La “J”, invece, ha un significato personale e multistratificato. Potrei raccontarne una parte, ma perderei qualcosa del suo senso complessivo. Per ora preferisco lasciarla lì, senza spiegarla troppo. Mi piace che alcune cose conservino il loro mistero.”
Hai descritto le tue canzoni come dei luoghi di incontro. In che modo lo sono?
“Perché nascono da un’esperienza personale, ma non vorrebbero rimanere lì. Quando scrivo parto quasi sempre da qualcosa che ho vissuto, osservato o sentito profondamente. Però il mio desiderio non è raccontare me stessa in senso autobiografico. Mi interessa trasformare quell’esperienza in qualcosa che possa essere abitato anche da altri. Credo che l’arte abbia questa possibilità: partire da qualcosa di molto individuale e creare uno spazio comune.”
Se le tue canzoni fossero davvero dei luoghi fisici che aspetto avrebbero?
“Probabilmente sarebbero luoghi di confine. Un bosco che si apre all’improvviso su uno spazio più vasto. Una strada percorsa di notte. Una stanza illuminata da una luce calda mentre fuori piove. Un luogo in cui sentirsi protetti ma da cui sia ancora possibile vedere ciò che accade oltre. Mi piacciono gli spazi che non sono completamente definiti, quelli che lasciano margine all’immaginazione e invitano a fermarsi per un po’. Forse perché anche le mie canzoni funzionano così: non cercano di dare risposte, ma di creare un ambiente in cui ascoltare.”
Che tipo di ascoltatore immagini mentre scrivi? C’è qualcuno in particolare a cui vorresti parlare?
“La verità è che quando scrivo non penso a un ascoltatore preciso. Se iniziassi a immaginare un pubblico probabilmente diventerei più rigida e meno sincera. Cerco piuttosto di rimanere fedele a quello che sta emergendo in quel momento.
Detto questo, credo che le mie canzoni trovino più facilmente persone che hanno una certa familiarità con il mondo interiore, con il dubbio, con la ricerca di significato. Persone che non hanno paura delle sfumature e che sentono il bisogno di fermarsi ad ascoltare. Sono gli stessi artisti da cui, a mia volta, mi sento attratta quando ascolto musica.”
Questo primo Ep per è più simile a un punto di arrivo o a un punto di partenza?
“Direi un punto di partenza. Rappresenta un’apertura. Per la prima volta ho dato a queste canzoni uno spazio reale nel mondo e questo ha generato nuova energia creativa.Sto lavorando a nuovi brani e sento che la mia scrittura continua a cambiare. “Nella corrente” è il primo passo visibile di un percorso che, in realtà, è ancora all’inizio.”


