Con Whatever Time We Have Left, i Lunar Bird costruiscono un lavoro profondamente legato alla percezione del tempo, alla memoria e alla necessità di fare i conti con il cambiamento
Il tempo, da presenza quasi invisibile, diventa il filo conduttore dell’EP dei Lunar Brid e attraversa brani che interrogano il passato senza abbandonarsi alla nostalgia, guardando invece al presente e a ciò che ancora deve accadere.
Nel percorso della band convivono inoltre due lingue e due diverse prospettive espressive: dopo Sinderesi, scritto in italiano, i Lunar Bird continuano a interrogarsi sulla possibilità di lasciare che sia la musica stessa a suggerire la lingua più adatta per raccontare una determinata storia. È un approccio che riflette anche il loro modo di intendere la creazione musicale, lontano dalla velocità delle logiche contemporanee dell’ascolto e più interessato
a costruire un rapporto autentico con chi ascolta.
In questa intervista i Lunar Bird raccontano il rapporto con il tempo e con la memoria, il significato del passaggio all’italiano, la scelta di non inseguire gli algoritmi e la continua ricerca di un’identità che, attraverso la musica, rimane necessariamente aperta e in trasformazione.
In Whatever Time We Have Left il tempo sembra essere quasi un personaggio invisibile che attraversa tutti i brani. C’è stato un momento della vostra vita in cui avete iniziato a percepirlo non più come una risorsa infinita ma come qualcosa di fragile e limitato?
Credo che sia una sensazione che ci portiamo dentro da sempre. Forse è una questione generazionale, forse semplicemente caratteriale, ma abbiamo sempre vissuto con la percezione di un tempo che scorre troppo in fretta e che rischia di sfuggirci dalle mani. A un certo punto, però, questa sensazione si è riflessa in modo molto concreto nella realtà che abbiamo vissuto nell’ultimo anno e mezzo. È stato allora che il tempo ha smesso di essere un rumore di sottofondo, un’ansia sottile che ci accompagnava silenziosamente, ed è diventato il filo conduttore naturale dei brani che hanno dato forma a Whatever Time We Have Left. Scrivere queste canzoni è stato un modo per provare a dare un senso a quello che stavamo vivendo e, forse, ad attraversarlo. Più che cercare delle risposte, avevamo bisogno di porre certe domande apertamente.
Con Sinderesi avete aperto una nuova porta espressiva scegliendo di scrivere in italiano. Vi immaginate un futuro in cui le due lingue continueranno a convivere all’interno dello stesso progetto oppure ogni lingua rappresenta un universo emotivo diverso?
Entrambe le lingue ci hanno dato la possibilità di esprimere aspetti diversi della nostra identità. Per questo non le viviamo come due mondi in contrapposizione, ma come due prospettive complementari. Il passaggio all’italiano non rappresenta una rottura, bensì un’evoluzione naturale: due
aspetti dello stesso paesaggio, due modi diversi di raccontare ciò che siamo. Più che una scelta legata alla lingua in sé, è stato il desiderio di dare voce a un’altra sfumatura del nostro immaginario. Non sappiamo ancora quale direzione prenderanno i prossimi brani, ma ci piace l’idea di non dover scegliere. Se una canzone nascerà in inglese o in italiano sarà perché quella sarà la lingua più adatta a raccontarla. In fondo, questa doppia appartenenza ha sempre caratterizzato la nostra musica, rendendola forse meno facile da etichettare, ma sicuramente più sincera.
Le vostre canzoni parlano spesso di memoria, ma raramente in modo nostalgico. Che rapporto avete con il passato: è un luogo in cui tornare per comprendere il presente o qualcosa da cui cercare costantemente di prendere le distanze?
Sicuramente la memoria è una presenza costante nella nostra musica. Quello che cambia in questo EP è il punto di vista da cui abbiamo deciso di osservarla. Nei lavori precedenti non siamo stati immuni a un certo fascino, forse anche un po’ malsano, per la nostalgia del passato e di luoghi anche solo immaginati in cui trovare rifugio. In Whatever Time We Have Left, invece, il passato diventa una parte irrinunciabile della nostra identità, ma non qualcosa a cui restare aggrappati. È ciò che ci ha portati fin qui, senza però entrare in conflitto con il cambiamento, che è l’unica vera costante.
Più che guardare indietro con rimpianto, questo EP prova a fare pace con il tempo. È un invito a vivere pienamente quello che abbiamo davanti, senza lasciare che siano il passato o la paura del futuro a definirci. Qualunque sia il tempo che ci resta, qualunque siano le scelte che compiremo, le relazioni che decideremo di costruire o la persona che sceglieremo di diventare, il tempo che ci è dato ci chiede di non arrenderci, ma di continuare a viverlo con coraggio.
La vostra musica possiede una forte dimensione contemplativa, quasi opposta alla velocità con cui oggi consumiamo contenuti e canzoni. Sentite mai la pressione di adattarvi alle logiche contemporanee dell’ascolto o preferite continuare a seguire ivo stri tempi creativi?
Sinceramente no. Siamo perfettamente consapevoli che il nostro modo di fare musica vada un po’ in controtendenza rispetto alle logiche con cui oggi si consumano i contenuti, ma la nostra priorità resta quella di essere fedeli a noi stessi e di costruire un dialogo autentico con chi ci ascolta. Non ci interessa adattare una canzone a un algoritmo o ai tempi dell’attenzione contemporanea se questo significa tradirne il senso. Ogni brano ha bisogno del proprio spazio per trovare la sua forma e crediamo che, allo stesso modo, anche l’ascolto abbia bisogno dei suoi tempi. Sappiamo che non è la strada più semplice e non pensiamo che sia l’unica possibile. È semplicemente il modo che ci appartiene. Se poi la nostra musica riuscirà a incontrare chi
ha voglia di soffermarsi un minuto in più, di ascoltare con calma e lasciarsi trasportare, allora sentiremo di aver raggiunto il nostro obiettivo.
Nei vostri lavori emerge spesso il tema dell’identità, vista come qualcosa di mutevole e frammentata. C’è una parte di voi che sentite di non essere ancora riusciti a raccontare attraverso la musica dei Lunar Bird?
Siamo certi di non averla ancora raccontata fino in fondo. Scrivere musica è sempre stato il nostro modo di indagare noi stessi e di cercare di leggere il mondo che ci circonda. Ogni disco, ogni pezzo, fotografa un momento di questo percorso, ma non rappresenta un punto di arrivo. Ci saranno sempre parti di noi che emergeranno solo con il tempo, perché il cambiamento è l’unica vera certezza che abbiamo. In questo senso, la musica non potrà mai offrirci risposte definitive. Può però diventare un dialogo aperto con noi stessi e con chi ci ascolta. E ci piace pensare che possa accompagnarci per tutta la vita.


