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Oltre i confini: i Bad Profile raccontano “The Other Side”, tra alt-rock d’oltreoceano e intimità emotiva

The Other Side

I Bad Profile tornano con The Other Side, un EP che metabolizza influenze post-grunge e alternative rock britannico e americano per restituirci cinque tracce dense di conflitti, consapevolezze e un inaspettato romanticismo

The Other Side è un lavoro che non cerca di dare un’unica risposta, ma che preferisce esplorare l’animo umano alternando l’urgenza fisica del rock più crudo a episodi di fragile tensione emotiva. Abbiamo intercettato i Bad Profile per farci raccontare cosa si nasconde in questo nuovo capitolo discografico, dalla genesi dei testi fino alla voglia incontenibile di scaricare questa nuova energia addosso al pubblico.

Come riuscite a bilanciare le vostre radici milanesi con un respiro internazionale così evidente? 

Milano è il posto da cui veniamo, ma non è necessariamente il limite entro cui vogliamo muoverci. Siamo cresciuti ascoltando soprattutto rock americano e britannico, e il nostro immaginario musicale viene in gran parte da lì. Foo Fighters, post-grunge, alternative rock, hard rock, ma anche un certo atteggiamento più ruvido e sperimentale. Allo stesso tempo siamo una band milanese e non abbiamo mai avuto l’esigenza di nasconderlo. Crediamo che l’identità internazionale non significhi cancellare da dove vieni. Significa riuscire a parlare un linguaggio che possa essere compreso anche fuori dal tuo territorio.

Sentite che The Other Side sia, in un certo senso, una terapia di gruppo messa in musica? 

In parte sì, ma non vorremmo chiamarla terapia! Diciamo che è stato un modo per mettere fuori cose che normalmente rimangono dentro. La cosa interessante è che non abbiamo cercato tutti la stessa risposta. Le cinque canzoni affrontano il conflitto in modi diversi: rabbia, consapevolezza, reazione, amore, perdita. Forse la cosa più importante è proprio questa: non abbiamo cercato di dare una soluzione unica.

In The Man From The Future dite “Love is still the same”. Vi considerate romantici disillusi? 

Forse più romantici che disillusi. Il pezzo nasce proprio da una contraddizione: puoi immaginare un futuro lontanissimo, puoi immaginare la tecnologia, il tempo che passa, persino la fine delle stelle, ma alcune cose rimangono sorprendentemente uguali. L’amore è una di quelle. E forse è proprio questo che rende il brano meno fantascientifico di quanto sembri.

C’è stato un momento in studio in cui avete capito che It’s Only Rock and Roll sarebbe stato l’innesco esplosivo dell’EP? 

Più che un momento preciso, è stata una sensazione. Il pezzo ha una natura molto fisica. Quando lo suoni non puoi rimanere completamente fermo: ti porta naturalmente verso l’azione. Ed è esattamente ciò che volevamo rappresentare nel quarto capitolo dell’EP. Dopo aver passato molto tempo dentro la testa, arriva il momento in cui smetti di analizzare e reagisci.

È stato difficile trovare il giusto arrangiamento per Follow Me Down senza sovraccaricare un testo così intimo? 

Sì, perché in un pezzo del genere è molto facile aggiungere troppo. Quando il testo porta già tanto peso emotivo, non hai bisogno che ogni strumento lo sottolinei continuamente. Abbiamo cercato quindi di lasciare degli spazi. La tensione deve crescere senza essere continuamente spiegata dalla musica. Alla fine volevamo che arrivasse quella sensazione di impotenza: non puoi più fare niente, puoi solo restare lì.

C’è un brano dell’EP che non vedete l’ora di scaricare addosso al pubblico? 

Screaming at the Sun sicuramente ha quella natura. È stato anche il primo singolo perché rappresenta immediatamente una parte importante della nostra identità: energia, rabbia, chitarre, un ritornello diretto. Ma sul palco sarà interessante vedere la reazione a It’s Only Rock and Roll, perché ha una componente molto fisica. E poi c’è Follow Me Down, che ci interessa proprio per il contrasto: vogliamo vedere come il pubblico vive un momento molto più intimo dopo tutta quella tensione.

— Onda Musicale

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