La musica di Matteo Loisotto, in arte matte, nasce da una necessità visiva prima ancora che acustica. Classe 2000, originario del pordenonese e ora radicato tra il pavese e Milano, dove ha coltivato la sua formazione alla Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti, il giovane cantautore ha fatto del linguaggio della settima arte la bussola del proprio percorso.
Fin dai primi passi mossi nei musical locali fino alla consacrazione come progetto esordiente premiato a Vigevano, la sua scrittura si è nutrita di fotogrammi, di istantanee colte nella frenesia quotidiana e della ferma convinzione che un brano debba funzionare come una scena cinematografica in cui lo spettatore è invitato a entrare. Non si tratta semplicemente di comporre strofe e ritornelli, quanto piuttosto di montare sequenze sonore capaci di far percepire un’emozione prima ancora di spiegarla con le parole, unendo la freschezza dell’indie pop italiano a dinamiche e suggestioni mutuate dal J-pop e dal J-rock orientale.
Questo filone espressivo trova una sintesi perfetta in Quanto distante Parigi, il nuovo singolo pubblicato su tutte le piattaforme digitali. Il brano affonda le radici nella memoria biografica dell’artista, riemergendo direttamente dal cassetto come una delle primissime canzoni scritte all’alba del suo percorso. Al centro della narrazione c’è un amore a distanza, segnato dai mesi trascorsi dalla ragazza a Parigi per l’Erasmus. Più che una cartolina turistica, la città francese assurge a metafora tangibile di un ostacolo emotivo e geografico che i chilometri rendono via via più complesso. Tuttavia, lungi dal cantare la rassegnazione o la malinconia passiva, la traccia si sviluppa come un crescendo di consapevolezza e di reazione: il ricordo intimo della quotidianità condivisa lascia spazio nel finale alla spinta concreta all’azione, al desiderio irrefrenabile di accorciare la distanza e di mettersi in viaggio.
Accanto alla penna di matte, la produzione curata in sintonia con Matteo Piazzi plasma un vestito sonoro che riflette fedelmente questo itinerario emotivo. Le chitarre elettriche distorte e i particolari effetti di inversione acustica restituiscono l’energia e la tensione emotiva di un percorso che unisce la vulnerabilità interiore alla spinta del pop-rock più dinamico, impreziosito persino da reali suoni ambientali come il passaggio di un aereo. Anche l’estetica visiva che accompagna il progetto, costruita a stretto contatto con la sensibilità di Elena Scuri e immortalata direttamente dagli scatti parigini della stessa Elisa, chiude il cerchio di un racconto coerente. Quanto distante Parigi non celebra la lontananza in sé, ma la straordinaria forza di un legame capace di giustificare ogni singolo chilometro percorso per superarla.
La scintilla del pezzo nasce da una notte specifica durante l’Erasmus della tua ragazza: ripensandoci oggi, che peso ha avuto quella lontananza nel plasmare la canzone?
Quella lontananza è stata fondamentale. La canzone ha iniziato a vagare nella mia testa proprio nei primi mesi, i più tosti di quella relazione a distanza. Perchè in una lontananza geografica reale e oggettiva si iniziava ad insinuare una distanza più soggettiva, quella emotiva. Nel corso dei mesi sentivo sempre di più l’esigenza di accorciarla e per farlo ho iniziato a scrivere. Così quando è nato questo brano ho reso la città il simbolo del problema. Quella meta che sembra irraggiungibile, non solo fisicamente, ma anche soprattutto mentalmente. Lo scopo diventò quello di non abbandonarsi a ciò che sembra impossibile, ma di superare mano a mano gli ostacoli che ci impediscono di raggiungere quello a cui teniamo.
Dal punto di vista sonoro ti muovi tra indie pop e pop-rock con forti influenze J-pop e J-rock: come hai lavorato con il produttore Matteo Piazzi per trovare questo equilibrio?
In realtà questo equilibrio è arrivato in modo abbastanza naturale. Già durante la lavorazione di “Ricordi sparsi”, io e Matteo ci siamo accorti di avere degli ascolti molto affini, soprattutto per quanto riguarda il pop e il rock prodotti in Giappone. Quando abbiamo iniziato a ragionare sulla direzione del progetto, ci siamo confrontati molto su quello che ascoltavamo e abbiamo iniziato a raccogliere gli elementi che ci piacevano di generi e artisti diversi. Poi abbiamo provato a fonderli, senza preoccuparci troppo di rispettare un genere preciso. Credo che il risultato che sentite oggi sia proprio la somma di tutti questi ascolti e di tutte queste influenze.
La copertina è stata scattata a Parigi direttamente da Elisa, la ragazza a cui è dedicato il pezzo: quanto è importante che l’immaginario visivo parta da una fonte così intima e reale?
È molto importante per me. Elisa ha iniziato a scattare con la macchina fotografica proprio frequentando l’università a Parigi. Desideravo rimarcare il legame che io e lei abbiamo con questa città, quindi abbiamo deciso che tutti gli scatti fossero fatti da lei (e immaginati insieme). Lei ha un occhio molto attento e uno stile che mi affascina, e finora è una dei pochi fotografi che siano riusciti a immortalarmi così vivamente.
Sei nato nel pordenonese, hai mosso i primi passi nei musical e poi ti sei trasferito nel pavese e a Milano per studiare cinema: quanto hanno inciso questi spostamenti nella tua identità artistica?
Tutti questi spostamenti mi hanno formato a livello artistico, perchè il fatto di cambiare in modo radicale ti obbliga a riscoprire tutto come fossi di nuovo un bambino anche le cose più piccole. Le vie cambiano, i modi di fare e gli amici anche, e quel bar non è più il “solito”. Tutti questi cambiamenti in una volta, fanno ampliare la visione d’insieme, cambiando il punto di vista sulle cose. A questo si aggiunge anche una sensazione nostalgica sui posti e le persone che erano fondamenta della tua vita in passato.
“Quanto distante Parigi” è una delle prime canzoni che hai scritto, rimasta a lungo nel cassetto mentre il progetto cresceva: quegli effetti ti fa pubblicarla oggi?
Penso di non aver ancora realizzato davvero che questa canzone sia uscita e che ora appartenga anche a chi la ascolta. Per tanto tempo è stata solo mia e della mia ragazza, quindi condividerla ha significato aprire una parte molto personale di me. È uno dei brani che ha posto le basi del mio modo di scrivere e, nonostante la sua semplicità, ancora oggi ci ritrovo tantissimo del mio approccio alla musica e ai testi.

