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Hibaku Jumoku: “Ci interessa continuare a trasformare il nostro linguaggio musicale”

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Ci sono formazioni che cercano un equilibrio tra gli strumenti e altre che preferiscono metterlo continuamente in discussione.

Gli Hibaku Jumoku appartengono alla seconda categoria: sax tenore, basso tuba e batteria si incontrano in un progetto strumentale che attraversa linguaggi diversi senza lasciarsi rinchiudere in una definizione precisa. La loro ricerca non nasce dalla volontà di rendere la musica inaccessibile, ma dalla curiosità di seguire le possibilità offerte dal dialogo tra i tre strumenti, lasciando spazio all’imprevisto e alla trasformazione. Anche il nome del gruppo racchiude un’immagine significativa: quella degli alberi sopravvissuti al bombardamento atomico di Hiroshima, simbolo di resilienza e capacità di rinascita. In questa intervista parliamo di libertà compositiva, sperimentazione, relazioni nella scena indipendente veneta e della necessità di sottrarsi alle logiche di un sistema musicale che chiede continuamente riconoscibilità e presenza. Senza rinunciare, però, al confronto con chi ascolta.

Il vostro è un trio in cui nessuno strumento sembra avere il compito di restare al proprio posto: il basso tuba può diventare una voce melodica, il sax può perdere il ruolo di protagonista e la batteria può spostare continuamente gli equilibri. Quanto è stato importante liberarvi dalle funzioni tradizionalmente associate ai vostri strumenti per trovare un linguaggio comune?

“È stato fondamentale. Più che decidere di sovvertire delle regole, abbiamo cercato di ascoltare ciò che questa formazione ci suggeriva naturalmente. Il basso tuba non è semplicemente un sostituto del contrabbasso, così come il sax e la batteria non sono confinati a funzioni prestabilite. Con il tempo abbiamo imparato a considerare i tre strumenti come voci indipendenti, capaci di assumere ruoli diversi a seconda del contesto. Credo che gran parte della nostra identità nasca proprio da questa libertà e dalla disponibilità a rimettere continuamente in discussione gli equilibri del trio.”

Fare musica strumentale oggi significa anche rinunciare a una serie di strumenti che rendono un brano immediatamente riconoscibile e condivisibile. Vi interessa l’idea che la vostra musica richieda un ascolto attivo, magari anche scomodo, oppure preferite non attribuire alla sperimentazione un valore necessariamente antagonista?

“Non ci interessa rendere l’ascolto difficile per principio, né attribuire alla sperimentazione un valore antagonista. Cerchiamo semplicemente di seguire la direzione che la musica ci suggerisce. Se questo richiede un ascolto più attivo, va bene, ma non è un obiettivo in sé. Allo stesso tempo ci interessa mantenere una dimensione immediata ed energetica, in cui chi ascolta possa entrare anche senza possedere particolari riferimenti tecnici o stilistici.”

Il vostro nome rimanda agli alberi sopravvissuti al bombardamento atomico di Hiroshima. È un’immagine che parla di resistenza, ma anche di trasformazione dopo una frattura. Quanto conta per voi il significato simbolico del nome e quanto, invece, preferite che rimanga uno spazio aperto alle interpretazioni di chi vi ascolta?

“Per noi il significato simbolico del nome è importante e rappresenta una delle radici del progetto. Ci interessa soprattutto l’idea di resilienza e di trasformazione che quegli alberi incarnano. Detto questo, non vogliamo imporre una lettura unica della nostra musica. Il nome suggerisce una prospettiva, ma ci piace che chi ascolta possa costruire una propria interpretazione e trovare significati che magari noi stessi non avevamo previsto.”

La scena indipendente veneta è spesso raccontata attraverso singoli nomi o generi, mentre è più difficile restituire la rete di relazioni e di spazi che permette a certi progetti di esistere. Da musicisti che lavorano in un territorio lontano dai principali centri di potere culturale, sentite il bisogno di costruire una comunità intorno alla vostra ricerca oppure pensate che la musica debba poter esistere anche senza appartenere a una scena riconoscibile?

“Crediamo molto nell’importanza delle relazioni tra musicisti, organizzatori, spazi e pubblico. Progetti come il nostro difficilmente potrebbero esistere senza una rete di persone che condividono curiosità e voglia di ricerca. Allo stesso tempo non sentiamo la necessità di appartenere a una scena definita in senso stretto. Ci interessa far parte di una comunità aperta, fatta di incontri e collaborazioni, più che di un’identità musicale codificata.”

In un’industria musicale sempre più orientata alla velocità, alla riconoscibilità e alla produzione costante di contenuti, portare avanti un progetto sperimentale richiede anche di scegliere a quali logiche non aderire. C’è qualcosa del sistema musicale contemporaneo che vi rifiutate deliberatamente di assecondare, e quanto questa scelta condiziona concretamente il vostro modo di comporre, suonare dal vivo e immaginare il futuro degli Hibaku Jumoku?

“Più che rifiutare qualcosa in modo programmatico, cerchiamo di non farci guidare esclusivamente da logiche esterne alla musica. Oggi spesso viene richiesto di essere immediatamente riconoscibili, costantemente presenti e facilmente classificabili. Noi preferiamo prenderci il tempo necessario per sviluppare le idee e lasciare che il progetto evolva in modo naturale. È una scelta che probabilmente rende il percorso più lento e meno prevedibile, ma ci permette di rimanere coerenti con la nostra ricerca artistica.”

La vostra ricerca sembra fondarsi proprio sulla disponibilità a non considerare mai definitivo un equilibrio raggiunto. È un approccio che riuscite a mantenere anche quando un brano funziona e il pubblico lo riconosce, oppure il successo di una formula rischia inevitabilmente di trasformarsi in un limite? Dove vorreste portare il linguaggio degli Hibaku Jumoku nei prossimi anni?

“Sì, è un’idea nella quale ci riconosciamo molto. Dal punto di vista artistico non ci interessa conservare una formula, ma continuare a trasformarla. Ogni nuovo brano e ogni nuovo concerto rappresentano un’occasione per verificare ciò che abbiamo imparato e, allo stesso tempo, per mettere tutto nuovamente in discussione. Guardando al futuro, vorremmo continuare ad ampliare il nostro linguaggio musicale, osare sempre qualcosa di nuovo e creare occasioni di ascolto che stimolino curiosità, immaginazione e dialogo con il pubblico.”

— Onda Musicale

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