22 Settembre 2019
Magazine di Musica e Spettacolo
Giovedì, 25 Luglio 2019 11:01

Mavis Staples: recensione di "We Get By"

Mavis Staples: recensione di "We Get By"
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L'autore Redazione


È uscito lo scorso mese di maggio il nuovo album di Mavis Staples, We Get By, il diciottesimo di una carriera che dura da oltre settant’anni.

Ripercorrere la parabola di Mavis Staples è come imbattersi in una capsula del tempo. La cantante nata a Chicago ha infatti attraversato tutte le epoche e le vicende cruciali del secondo dopoguerra e, a ottant’anni appena compiuti – il 10 luglio – vuole ancora far sentire il suo ruggito pieno di soul contro la pericolosa deriva che, a suo giudizio, sta prendendo la società americana. Quando Mavis iniziò a cantare negli Staple Singers, selezionata senza sconti dal padre Roebuck “Pops” Staples, era ancora viva l’eco della fine della Seconda Guerra Mondiale e delle atomiche su Nagasaki e Hiroshima. Mavis, prima coi compagni di band, poi da solista, sarebbe stata protagonista della stagione delle rivendicazioni nere dei diritti civili, collaborando con Martin Luther King e sfiorando le vicende delle Black Panther.

Sarebbe poi passata indenne nella Summer Of Love, nei seventies tra punk e disco music, assistendo a ogni rivoluzione musicale dal rock‘n’roll all’hip hop, sempre inseguita e coccolata da critica e produttori. Proprio tra questi Mavis può vantare nomi come Prince, Jeff Tweedy, Ry Cooder, M Ward e, in quest’ultimo lavoro, Ben Harper.

E allora parliamo della musica nascosta tra i solchi di questo nuovo We Get By. Subito si parte forte con Change, pezzo di non velata denuncia sociale e, a livello musicale, puro blues elettrico tra Chicago e il Texas, condito da cori gospel e dalla voce di Mavis, ruvida e graffiante al punto giusto. La Fender Telecaster di Rick Holmstrom sembra unire le caratteristiche dei fratelli Vaughan: Steve Ray nella parte ritmica, un tipico shuffle texano e Jimmie nella splendida parte solista dove la Telecaster suona in modo secco e pulito.

Il blues è da sempre una delle frecce all’arco di Mavis Staples – è stata inserita due anni fa nella Blues Hall Of Fame, mentre in quella del rock’n’roll era già dal 1999 – ma in questo lavoro sembra esserle di particolare ispirazione, tanto che la definizione di soul blues si addice alla perfezione.

La mano di Ben Harper si sente particolarmente nella title track, e non tanto per il suo feat alla voce; si tratta di un pezzo che agevolmente ci saremmo aspettati di trovare nel canzoniere del californiano.

Un lavoro di impegno sociale, dicevamo – Things got to change, ‘round here, canta in Change e il bersaglio trumpiano è assai poco misterioso – ma Mavis è anche una donna che ha appena perso la sorella, a cui era legatissima, e la cui parabola si avvia alla naturale conclusione. E spazio allora a parti più introspettive; Afferra i giorni, prima che i giorni ti afferrino dice in Hard To Leave e la frase acquista significati struggenti alla luce degli ultimi avvenimenti. Ma soprattutto la magistrale Heavy On My Mind, pezzo per sola chitarra elettrica e per la dolente voce di Mavis. Il blues torna prepotentemente in pezzi come Stronger e Chance On Me, con il basso di Jeff Turmes e la tagliente chitarra di Holmstrom che sembrano usciti dalla sezione ritmica di una registrazione della Stax dei tempi d’oro.

In conclusione, un lavoro che farà felici gli appassionati di blues, ma anche chi predilige atmosfere soul di una volta, venate di funk – Brothers And Sisters soprattutto – e con il giusto bilanciamento con le ballate introspettive.

E una riflessione. Spesso troviamo più volta di lottare per il cambiamento in una generazione come quella di Mavis Staples, una generazione di certo più avvezza a combattere per cambiare quello che non va e di certo più innamorata del futuro rispetto a quelle più giovani. Sembra un controsenso, ma stiamo parlando, del resto, della generazione che nel giro dello stesso mese ci portò sulla luna e a Woodstock.

E non è poco.

 

Andrea La Rovere - Onda Musicale

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