Dalle Dolomiti alla Laguna di Venezia, il compositore e sound designer Joe Schievano registra l’acqua nei luoghi attraversati dal docufilm “Anguane, le voci dell’acqua” e ne fa un album privo di strumenti tradizionali
“Anguane, songlines of water”, in uscita il 3 novembre, arriva mentre la disponibilità idrica italiana resta sotto le medie storiche e il monitoraggio 2025 di ARPAV registra in Veneto criticità legate anche a fitofarmaci e PFAS. Dopo l’esordio a CinemAmbiente e il passaggio dal Film Festival della Lessinia, dall’Euganea Film Festival (ha vinto in entrambe il primo del pubblico) e da Adrikà, il film di Giovanni Pellegrini, nato da un’idea dello stesso Schievano, arriva nelle sale dall’8 novembre.
Prima di diventare musica, l’acqua è stata ascoltata dove nasce, precipita, filtra, scorre, viene incanalata e incontra ciò che l’uomo ha costruito intorno a lei. Joe Schievano ha registrato il suono delle sorgenti e delle cascate, il gocciolio all’interno delle grotte, il corso dei torrenti, il verso degli anfibi, il battito di due sassi di fiume. Ha registrato anche ciò che appartiene all’altra faccia di quello stesso paesaggio: il rombo delle turbine di una centrale idroelettrica, le frequenze prodotte dalle infrastrutture, il rumore della presenza umana. Poi ha composto.
Il risultato è “Anguane, songlines of water”
“Anguane, songlines of water” è album e colonna sonora originale di “Anguane, le voci dell’acqua”, il documentario scritto e diretto da Giovanni Pellegrini, prodotto da Ginko Film e nato da un’idea dello stesso Schievano. Un lavoro nel quale il confine tra composizione musicale, field recording e sound design si assottiglia fino quasi a scomparire.
La dimensione acustica del territorio costituisce la struttura stessa della partitura, superando la funzione di semplice accompagnamento. Da qui la scelta di rinunciare agli strumenti classici e lavorare esclusivamente sui campionamenti ambientali. Nessuna orchestra chiamata a evocare l’acqua, nessun pianoforte incaricato di commentarne il movimento, nessun repertorio sonoro convenzionalmente associato alla natura. La struttura dei brani nasce dalle registrazioni raccolte sul territorio, sulle quali intervengono synth bass, droni e il lavoro vocale di Maria Roveran, attrice e performer protagonista del film.
Cascate, gocce nelle cavità sotterranee, turbine idroelettriche, anfibi e sassi di fiume entrano in venti tracce insieme alla ricerca vocale di Maria Roveran
E così che l’acqua diventa ritmo, la pietra diventa percussione, una turbina frequenza, una grotta una cassa di risonanza e una voce umana, viene spinta fino al punto in cui deve provare a smettere di sembrarlo. A Roveran è stato infatti affidato il compito di immaginare quale voce potrebbero avere le Anguane, figure femminili legate da secoli alle acque della tradizione alpina e veneta. Nel racconto popolare abitano sorgenti, torrenti, grotte e boschi; possono assumere sembianze animali, governare tempeste e custodire le acque. Nel testo di Pellegrini appartengono a un tempo nel quale esseri umani e creature della natura vivevano ancora in simbiosi, prima della rottura di quell’alleanza e dell’affermazione dell’idea che l’uomo potesse considerarsi padrone dell’ambiente.
Schievano e Roveran spogliano il mito da ogni trappola folkloristica o oleografica. Lontane dall’immagine della sirena o della ninfa protettrice, le Anguane nel disco sono entità arcaiche e distanti che osservano la trasformazione del paesaggio, ne conservano il ricordo e trasformano il proprio canto in un monito, un atto di denuncia privo di rassegnazione. La ricerca vocale procede attraverso vocalizzi privi di un testo intellegibile, emissioni nude, stratificazioni atonali, cori, respiri, lamenti e urla. Con Roveran interviene inoltre un gruppo di giovani voci dell’Hybrid Music di Venezia.
Ne emerge una presenza che rimane volutamente estranea al canto umano convenzionale, sottraendosi alla figura del personaggio fantastico che accompagna il paesaggio per farsi possibilità di immaginare il punto di vista di ciò che quel paesaggio lo abita
Un canto che trova riscontro nei dati ufficiali sulla risorsa idrica. L’uscita del disco coincide infatti con un quadro in cui gli ultimi rilevamenti ISPRA sul bilancio idrologico nazionale confermano una disponibilità di risorsa idrica rinnovabile stabilmente inferiore alle medie storiche – oltre il 7% in meno sul lungo periodo – e una contrazione che, su scala nazionale, prosegue ormai da oltre settant’anni.
Il Veneto, territorio nel quale il film nasce e si sviluppa, ne restituisce il riscontro più diretto: se i monitoraggi ARPAV confermano una tenuta generale dei corsi d’acqua alpini, la pianura e le foci registrano la pressione costante dell’impatto antropico, con la presenza rilevata di fitofarmaci, mercurio e PFAS.
In questo presente, e non accanto ad esso, si colloca il senso profondo dell’opera: la necessità di smettere di considerare l’acqua come una risorsa illimitata da dominare per tornare ad ascoltarla come parte della nostra stessa sopravvivenza
Non soltanto quanta acqua abbiamo, dunque, ma quale rapporto abbiamo creato con ciò che per secoli abbiamo arginato, deviato, sfruttato, contaminato, misurato e considerato disponibile. Pellegrini parte dalle Anguane e dalle storie nate lungo i corsi d’acqua per mettere in relazione immaginario, paesaggio e osservazione contemporanea.
Nel film intervengono biologi, speleologi e attivisti; la performer Maria Roveran ricerca la voce delle creature mitologiche mentre il percorso attraversa sorgenti, cascate e grotte lungo un fiume immaginario che dalle Dolomiti arriva alla Laguna di Venezia.
Il voice-over scritto da Pellegrini racchiude la chiave di lettura dell’intera opera
Un re vuole impossessarsi del fiume che attraversa il suo territorio, costruisce dighe e canali per controllarne il corso e incontra un’Anguana. Lei lo avverte: il fiume non potrà mai appartenergli e, se l’uomo arriverà a considerarsi superiore alle forze della natura, le conseguenze ricadranno sul suo stesso regno. Più avanti, un’altra Anguana pronuncia una sentenza ancora più esplicita: «L’acqua comincerà a scarseggiare, e quella che resterà porterà i segni del tuo passaggio. Allora, forse, capirai: non sarai tu a pagare, ma i figli dei nostri figli». Dialoghi e avvertenze appartenenti a una leggenda immaginata per il film, ma difficili da ascoltare oggi come semplice racconto fantastico.
È questo punto di contatto tra arcaico e presente che Schievano traduce in suono. La prima parte del disco appartiene ancora a un’acqua elementare: il ghiaccio, la sorgente, il torrente, la luce che attraversa il fondale. Poi qualcosa cambia. Arrivano “Turbine Elegy”, composta anche sulle frequenze della centrale idroelettrica; “Cataclasis”, con la frattura violenta della roccia e il cedimento di una diga; “Deluge”, massa d’acqua che occupa progressivamente tutto lo spazio; “Conurbation”, con il paesaggio sostituito dalla continuità di cemento e asfalto; “Anoxia”, che prende il nome dalla mancanza di ossigeno negli ambienti acquatici; “Anura” e “Herpetofauna”, dedicate agli anfibi e agli ecosistemi ai quali appartengono.
Non si tratta di un percorso lineare dalla natura “buona” all’uomo “cattivo”, ma dell’evidenza di quanto i due sistemi siano ormai impossibili da separare
«Questo progetto mi ha coinvolto in modo diverso rispetto a molte altre colonne sonore che ho realizzato, anche perché il film nasce da una mia idea e mi vede direttamente presente nella ricerca, e anche in scena nel film, – racconta Joe Schievano –. Sono partito dai luoghi prima ancora che dagli strumenti: dalle sorgenti, dalle cascate, dalle grotte, dai sassi, dagli animali, ma anche dalle turbine e dai suoni prodotti dall’intervento umano. Per me non è sperimentazione fine a se stessa, ma un altro modo di concepire la composizione: accorgersi che la musica può cominciare anche da ciò che abbiamo intorno, se torniamo ad ascoltarlo.»
Il percorso del film precede l’uscita nelle sale. “Anguane, le voci dell’acqua” è stato presentato in prima assoluta nel giugno 2026 a “CinemAmbiente” di Torino, organizzato dal Museo Nazionale del Cinema, all’interno della sezione Made in Italy. Nei mesi successivi è passato dal Film Festival della Lessinia, dall’Euganea Film Festival, dove Pellegrini e Roveran hanno partecipato anche all’incontro “L’acqua zè morta?” insieme a Marco Paolini, e da Adrikà – Festival del cinema archeologico di Adria e Delta del Po. Dall’8 novembre il documentario entra nelle sale del Veneto con una serie di proiezioni e incontri con gli autori.
Per Schievano, membro della European Film Academy e dell’ACMF – Associazione Compositori Musica per Film, l’album rappresenta anche un nuovo punto di arrivo di una ricerca iniziata molti anni prima. Dopo l’esperienza come fondatore, chitarrista e compositore dei Radiofiera, con oltre trenta brani pubblicati e un progetto discografico distribuito da Sony Music Italy, si è specializzato nella musica per immagini, conseguendo uno Specialist Certificate al Berklee College of Music di Boston e approfondendo successivamente composizione per film, sound design e tecniche di registrazione.
Nel 2014 ha fondato Soundrivemotion, dedicata a musica originale e progettazione sonora per cinema, televisione, documentario, teatro e arti visive
Tra i lavori figurano “Tiziano. L’impero del colore”, prodotto da Sky, Arte ZDF, Kublai Film, Gebrueder Beetz Filmproduktion e Zeta Group Video; “On Life” di Rodolfo Bisatti con Rai Cinema; “O Grito da raposa na note fria” – di Rui Pedro Lamy- Ethno– Portugal. “Inner Me” di Antonio Spanò e il brano “Anime Liquide”, realizzato con Maria Roveran per “Effetto Domino” di Alessandro Rossetto, presentato alla 76ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
“Anguane, songlines of water” porta questa ricerca fino alla sua forma più essenziale. L’ultima traccia si intitola “Lithophone”, letteralmente “suono della pietra”. Due sassi di fiume battuti l’uno contro l’altro generano la pulsazione del tema principale del film. I droni, lentamente, scompaiono. Rimane quel ritmo elementare e, con esso, la memoria dell’acqua impressa nella roccia. Anche quando l’acqua non c’è più.
Biografia Giovanni “Joe” Schievano
Giovanni “Joe” Schievano è compositore per cinema e televisione, sound designer e producer, membro della European Film Academy e dell’ACMF – Associazione Compositori Musica per Film. Il suo percorso comincia come fondatore, lead guitar e compositore dei Radiofiera, con i quali pubblica oltre trenta brani in due produzioni discografiche, una delle quali con Sony Music Italy, sviluppando parallelamente un’intensa attività dal vivo. Successivamente si dedica alla composizione per immagini.
Ha conseguito uno Specialist Certificate al Berklee College of Music di Boston in composizione e orchestrazione per Film e TV, ha approfondito a Vienna il lavoro sulla colonna sonora con Joe Kraemer e studiato sound design e tecniche di registrazione con Simone Coen a Milano. Nel 2014 fonda Soundrivemotion, sound factory dedicata alla produzione di musica e suono originale per cinema, documentario, televisione, radio, teatro e arte.
Nel corso degli anni ha lavorato, tra gli altri, a “Tiziano. L’impero del colore”, produzione Sky, Arte ZDF, Kublai Film, Gebrueder Beetz Filmproduktion e Zeta Group Video; “On Life” di Rodolfo Bisatti con Rai Cinema; “Filò Filò” di Marco Paolini; “La montagna incantata” di Claudio Zulian; “Inner Me” di Antonio Spanò e “Effetto Domino” di Alessandro Rossetto, presentato alla 76ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, per il quale ha realizzato con Maria Roveran il brano “Anime Liquide”. Ha inoltre realizzato produzioni sonore per realtà quali Ferrero, Inglesina, Mondadori, Lumberjack, 3Bmeteo, Missoni, PhotoSì e Medici con l’Africa ed è autore della progettazione e produzione del sound branding di ANAS – Gruppo Ferrovie dello Stato.
Biografia Maria Roveran
Maria Roveran, attrice, autrice e cantautrice, ha studiato a Roma conseguendo il diploma presso la Scuola Nazionale di Cinematografia. Lavora come interprete tra set cinematografici, teatro e studi di registrazione. Insieme alla recitazione on set e on stage, sono la voce e la scrittura i linguaggi che Maria predilige poiché le permettono di esplorare l’umanità e la realtà che la circonda dando corpo e parola ai personaggi e agli elementi che interpreta.
Ha partecipato alla scrittura e produzione di alcune sceneggiature e colonne sonore di film che ha interpretato, scrivendo e recitando non solo in italiano ma anche in dialetto veneto e lingue di minoranza. Tra i vari film cui ha preso parte si ricordano Piccola Patria e Effetto Domino di A. Rossetto, Questi Giorni di G. Piccioni, La Terra dei Figli di C. Cupellini; a teatro è stata diretta da registi quali, ad esempio, F. Arcuri, M. Martone, D. Michieletto.









