5 Agosto 2020
Magazine di Musica e Spettacolo
Mercoledì, 22 Luglio 2020 07:03

Il Banco del Mutuo Soccorso e il "Salvadanaio"

Il Banco del Mutuo Soccorso e il "Salvadanaio"
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L'autore Andrea La Rovere


Gli anni settanta furono forse i soli a produrre in Italia un movimento musicale capace di incidere nel rock non solo nel nostro paese.

I motivi sono piuttosto semplici, riconducibili principalmente al fatto che il rock – come fenomeno artistico e di costume – è sempre stato un discorso essenzialmente anglosassone; nato negli Stati Uniti con la prima ondata rock’n’roll  e rifiorito definitivamente negli anni sessanta in Gran Bretagna col beat dei Beatles, il British Blues e la nascita di hard rock e rock progressivo, il movimento ha sempre riservato poca attenzione alle varie scene locali, pur se spesso fiorenti.

Unica eccezione fu appunto il rock progressivo, che da noi si colorò di influenze avulse dal contesto britannico del folk e della musica classica, offrendo slanci mediterranei che la resero un fenomeno unico, secondo forse solo a quello anglosassone e tuttora di culto in molti paesi del mondo, specie il Giappone. Al di là di una scena estremamente varia in cui ci fu davvero spazio per tutti, due sono i grandi complessi che si fecero rispettare non solo in patria ma anche nei fecondi mercati a lingua inglese: la Premiata Forneria Marconi e il Banco del Mutuo Soccorso. I primi, forti di un prog rock ipertecnico ma comunque soft specie nell’approccio poco politico per l’epoca, sfondarono anche negli USA; i secondi, più duri e schierati, ebbero grande fortuna in Italia e per un breve periodo anche in Inghilterra.

L’album di cui vi parliamo è proprio l’esordio del Banco, un capolavoro che ancora oggi colpisce e che porta come titolo la ragione sociale della band.

Per andare alle radici del Banco del Mutuo Soccorso, occorre tornare alla fine del 1968, quando nel mondo del rock siamo in piena psichedelia; di lì a poco i nascenti hard rock e progressive si prenderanno la scena. Nella nostra realtà, più scarna e spesso un paio d’anni indietro, il giovanissimo – 17 anni – Vittorio Nocenzi, un bravo tastierista che suona nel gruppo che accompagna la romana Gabriella Ferri, riesce a ottenere un’audizione alla RCA, narra la leggenda proprio grazie all’interessamento della bionda cantante folk.

All’epoca i complessi godevano di credibilità molto maggiore rispetto ai solisti, tanto che il giovane Nocenzi millanta di averne uno alle spalle; in breve, grazie all’aiuto di parenti e amici, in primis il fratello Gianni, riesce a radunare un gruppo e a superare con successo il provino. Secondo alcuni, il particolare moniker del Banco deriva proprio da questo episodio iniziale; dopo un paio d’anni di registrazioni, per lo più infruttuose, la band si esibisce al Festival Pop di Caracalla del 1971. In quest’occasione i ragazzi fanno amicizia con altri due gruppi, Le Esperienze e I Fiori Di Campo. Nel primo milita Francesco Di Giacomo, cantante dalla bellissima voce tenorile, potente quanto è poderoso nel fisico; nel secondo c’è il chitarrista Marcello Todaro, venticinquenne dalla tecnica solida e un discreto background. Basta poco e la formazione è rivoluzionata: Di Giacomo convince anche Renato D’Angelo e Pierluigi Calderoni a unirsi al Banco, e così la sezione ritmica è totalmente rinnovata. Il produttore Alessandro Colombini, che sta per lasciare la Numero Uno di Mogol alla volta della Ricordi, ha il merito di credere nelle grandi potenzialità del gruppo dopo averli ascoltati, e li porta con sé. La Ricordi li mette sotto contratto per tre dischi: è l’inizio della grande avventura del complesso.

Il disco d’esordio esce nella primavera del 1972, quando il prog italiano ha già collezionato i primi timidi successi coi New Trolls, Le Orme e gli Osanna. Fin dalla copertina il lavoro si impone come iconico; su un disegno di Mimmo Melino, che riproduce un salvadanaio, c’è un taglio dove, anziché infilare le monetine, si può estrarre una linguetta con un cartoncino che riproduce le foto dei musicisti. Una sorta di versione italiana della celebre banana di Andy Warhol per l’album dei Velvet Underground; il vinile è ancora oggi un oggetto di collezionismo pregiato e ricercatissimo. La musica è forse quanto di più raffinato e internazionale si fosse mai sentito fino ad allora nel nostro paese; è prog a tutti gli effetti ma, allo stesso tempo, suona in modo personale e con pochi riferimenti alla scena inglese.

Forse gli unici rimandi sono a certi passaggi degli Emerson, Lake & Palmer, che peraltro li metteranno sotto contratto per la loro Manticore, ma i tanti accenti classici, quasi medievali a tratti, e mediterranei, rendono il sound del Banco unico.

La voce di Di Giacomo è una sorta di unicum nel panorama del prog italiano, spesso caratterizzato da cantanti non troppo in parte; il suo timbro tenorile, il carisma innato, la tecnica e la grande espressività ne fanno la voce per eccellenza del genere in Italia. Il suono è corposo e non tradisce cali di tensione nemmeno nei lunghi episodi strumentali – gli undici minuti di “Metamorphosi” – e nell’infinita suite “Il Giardino del Mago”, nonostante l’assenza di sintetizzatori, ben rimpiazzati dalle doppie tastiere dei fratelli Nocenzi e dalla chitarra duttile di Todaro.

Il disco si apre con le voci narranti di Vittorio Nocenzi e di Francesco Di Giacomo che, su un tappeto di tastiere, declamano dei celebri versi tratti da “Astolfo sulla Luna” dell’Ariosto. “Da qui messere si domina la valle” – frase che darà anche il titolo a una raccolta, e le altre liriche fanno subito capire che ci si trovi di fronte a qualcosa di totalmente nuovo nel panorama italiano. La parte recitata lascia subito spazio a “RIP – Requiescant in Pace”, pezzo dove il Banco mette subito in tavola le sue carte progressive. L’avvio dominato da un duro riff di chitarra ci introduce immediatamente in un rock sostenuto, col canto di Di Giacomo che lancia un’invettiva antimilitarista. Todaro si riprende la scena con un primo assolo jazzato, con tanto di uso di ottave, prima di lasciare campo libero alle tastiere dei fratelli Nocenzi che si esibiscono in notevoli virtuosismi. Una breve ripresa della strofa e il brano si trasforma in una delicata ballata per piano e voce: siamo all’apoteosi con Di Giacomo che mostra come la sua voce “può essere piuma e può essere ferro”, per dirla con Carlo Verdone.

Una melodia dolcissima narra la morte struggente di un soldato che paga la sua vita violenta con la stessa moneta, una linea melodica bellissima e che a distanza di quasi cinquant’anni mette ancora i brividi. Dopo una veloce coda con le tastiere, si tira il fiato con “Passaggio”, veloce intermezzo per solo clavicembalo, prima di calarsi di nuovo in atmosfere rock da vera cavalcata epica prog con “Metamorphosi”. Oltre otto minuti in cui il Banco sorprende nel miracolo di equilibrio di riuscire a non rifarsi troppo pesantemente a stilemi britannici – qualche affinità è forse con i “Trip”, band italo inglese allora di buon successo – sciorinando lunghi assoli di piano quasi classico, organo e chitarra che flirta perfino col blues, prima di lasciare spazio alla breve ma incisiva parte cantata di Francesco Di Giacomo. Undici minuti di durata totale in cui non ci si annoia.

Il lato “A” termina e la seconda facciata si apre con la suite che ancora oggi è uno dei capolavori di tutto il rock italiano, “Il Giardino del Mago”. In più di diciotto minuti sono veramente esplorate tutte le possibilità del genere, dalla partenza quasi hard all’improvvisa frenata che introduce il malinconico canto di Di Giacomo. Il testo, di ambientazione fantasy come in voga nel prog, allude a un mondo parallelo e incantato, dove il protagonista fugge per poi restare intrappolato nel “giardino del mago”, realtà alternativa dove vigono leggi diverse ma forse più armoniche. I continui cambi di ritmo tengono alta l’attenzione dell’ascoltatore, poi, poco prima dei dieci minuti, il pezzo si trasforma in una ballata melodica affine a “RIP”, che a tratti pare quasi evocare il De André di “Tutti Morimmo a Stento” e la canzone d’autore, prima che di nuovo un’indiavolata sarabanda di assoli strumentali, intervallati da una piccola ripresa cantata della linea melodica, porti alla coda strumentale, quasi rumoristica.

I due minuti di “Traccia” chiudono un disco sontuoso facendo un po’ da camera di decompressione e offrendo agli strumentisti ancora un’occasione, più leggera, per mettersi in mostra.

Il miracolo del Banco del Mutuo Soccorso si ripeterà ancora col successivo “Darwin” – concept album sull’evoluzione -, e il più jazzato “Io Sono Nato Libero”, con l’ingresso in formazione del chitarrista Rodolfo Maltese; due lavori che rivaleggiano col primo, in quanto a qualità. L’esordio per la britannica Manticore con “Banco”, sorta di “Best Of” rivisto in lingua inglese e negli arrangiamenti, prelude a un breve innamoramento straniero verso i nostri, prima che un certo inaridimento della vena creativa, cambi di formazione e il tramonto del genere alla fine degli anni ’70, decretino il declino della band.

Band che, nonostante la morte di Francesco Di Giacomo e guai vari, continua tuttora a incidere e a riproporre dal vivo un pezzo di storia del rock italiano; il migliore, con ogni probabilità.

 

  Andrea La Rovere - Onda Musicale

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